L’Euro come l’Esperanto: un pastrocchio

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L'Euro come l'Esperanto: un pastrocchio. E' questa la tesi di Peter Jenkins, "banking editor" del “Financial Times”, che nell'editoriale del 26 luglio allieta i cittadini britannici con motti di spirito sull'Euro e sul salvataggio della Grecia nella grande tradizione dello humour inglese.

A mettere così di buon umore Peter Jenkins, tanto da spingerlo a strapazzare il violino mentre il Titanic affonda, è la lieta consapevolezza di due oligopoli angloamericani: quello delle agenzie di rating, che non sembrano mai accorgersi né dell'America a un passo dalla bancarotta né dei rattoppi alle terga dell'economia inglese dagli anni Settanta a oggi, passando per la più grande crisi finanziaria dal dopoguerra, ma sono prontissime a declassare la Grecia arrivando a darla per spacciata subito dopo uno storico piano di salvataggio europeo, e l'oligopolio linguistico-culturale, grazie al quale siamo ormai rassegnati ad accendere la radio e sorbirci gl’ispirati gargarismi di una Lady Gaga e delle sue emule nazional-provinciali ricordando con nostalgia un tempo in cui Fabrizio De André si faceva degno interprete delle ultime volontà dell'imperatore Tito.

Il tiro al bersaglio del “Financial Times”, però, che demolisce accuratamente sia l'Euro che l'Esperanto, mettendoli sullo stesso piano come "pastrocchi europei", denota un certo nervosismo, e lo si può capire. In questi giorni il presidente Obama fissa sconsolato il suo Nobel per la Pace per mancanza di prove, domandandosi quale cravatta indossare per il suo funerale il 2 agosto, dopo essere arrivato a chiedere al popolo di fare pressione sul Congresso per rendersi conto solo dopo che sono i cittadini a fare pressione sul Presidente affinché faccia pressione su un altro organo, non il contrario, altrimenti non si vedrebbe il senso di eleggere rappresentanti.

Giorgio Pagano
Segretario dell'Associazione Radicale "Esperanto".
L'aver sguinzagliato le agenzie di rating con la scure, che si sono prodigate a declassare il declassabile per mettere in difficoltà l'economia europea, giurando che gli Stati Uniti non faranno default e lasciando ai titoli americani triple A che gridano vendetta al cospetto di qualsiasi essere raziocinante e delle due C affibbiate a quelli greci freschi di salvataggio, non è bastato né a convincere i mercati né a raggiungere l'obiettivo più importante: trovare un'intesa sul debito, obiettivo difficile da raggiungere con o senza l'ottimismo dichiarato dalla Casa Bianca, che stona peraltro con la posizione dei Repubblicani: seduti, sulla riva del fiume.

E' facile capire per quale motivo la stampa britannica sia così strettamente allineata con la politica delle "Tre sorelle", che potremmo ribattezzare "Tre Parche" vista la facilità con cui usano le forbici. Quello che sfugge, casomai, è per quale motivo l'Europa si sia resa conto della necessità di avere proprie agenzie di rating solo ora che la manovra sleale di S&P's e Moody's ha dato abbondante filo da torcere alle borse europee. Per quale motivo una federazione di potenze mondiali, con un'unica moneta, un Parlamento e una Banca centrale, non abbia sentito fino ad oggi il bisogno di monitorare autonomamente il mercato e abbia continuato a dipendere dalla più grande potenza concorrenziale è davvero difficile da capire, a meno che non si voglia davvero trovare un parallelo tra l'Euro e l'Esperanto.

In questo caso, la risposta è perfino semplice. La sindrome di Stoccolma dei Paesi europei nei confronti delle potenze angloamericane è tale non solo da non aver saputo creare agenzie di rating, ma neanche titoli di Stato europei, complici le rivalità nazionali e gli euro-scetticismi nazional-populisti, e di non essere stati in grado di eleggere una lingua internazionale, linguisticamente omologa dell’Euro, qual’è l'Esperanto, adottando invece per comunicare quella di potenze concorrenziali esterne all’area Euro e, a quanto si è visto, non sempre molto leali.

Il risultato è un'Euro-zona disunita e dipendente, dal punto di vista economico, dagli umori americani per l'analisi dei mercati e dal punto di vista linguistico-culturale completamente asservita al predominio, costoso in termini economici e devastante sul piano identitario, di modelli educativi e mediatici angloamericani.

Vale la pena valutare per un attimo lo scenario di un'UE indipendente sotto questi aspetti.
Le agenzie di rating europee non solo non avrebbero declassato a orologeria Grecia e Portogallo, ma avrebbero potuto perfino accorgersi in tempo dei titoli tossici americani. L'Europa avrebbe ugualmente attraversato una recessione, ma non sarebbe stata tra capo e collo e, quindi, non avrebbe potuto avere esiti traumatici come quelli che abbiamo vissuto finora. I titoli europei sarebbero senz'altro i più sicuri per gli investitori, dato che seppure un Paese europeo traballa ce n'è almeno un altro in ripresa. Questo equilibrio vale sia per le grandi potenze economiche come Italia e Germania, sia per i Paesi che si trovano alla periferia dell'Euro-zona, come Grecia e Polonia.

Lo sviluppo di modelli culturali e mediatici autonomi garantirebbe quell'esportazione di prodotti culturali di cui da diversi anni a questa parte assistiamo alla svalutazione e alla marginalizzazione, e riabiliterebbe settori in crisi come l'editoria, il cinema o la musica che sono oggi invece ad appannaggio dell'oligopolio angloamericano. E' impossibile negare i felici risvolti economici della produzione culturale, ad esempio, nell'epoca d'oro del cinema europeo degli anni Settanta, da Fellini a Visconti, da Bergman a Kieslowski, da Polanski a Godard, il quale, non a caso, poche settimane fa è intervenuto sulla crisi greca, dichiarando:« I greci ci hanno dato la logica, e dobbiamo essere loro grati per questo. Fu Aristotele il primo a dare valore al "quindi". Se ogni volta che usiamo la parola "quindi" pagassimo 10 euro alla Grecia», ha affermato il regista, «la crisi finirebbe in un giorno». Un paradosso, quello di Godard, che mette a suo modo bene in luce gli aspetti culturali della situazione economica europea. L'utilizzo dell'Esperanto come lingua federale azzererebbe o quasi i costi dell'istruzione linguistica: l'Esperanto si impara in un ventiquattresimo del tempo che richiede una lingua autoctona e si è diffuso in una realtà prevalentemente autodidatta, proprio a causa della sua semplicità e immediatezza che la rendono più adatta di qualunque altro idioma alle relazioni internazionali. Si tratterebbe di uno scenario decisamente più conveniente del costosissimo multilinguismo e dell'ancor più dispendioso scenario attuale, dato che la Gran Bretagna ha un risparmio di quasi 18 miliardi di euro l'anno, dopo aver persino abolito la lingua straniera obbligatoria nel 2004, a scapito dei Paesi UE non anglofoni che spendono circa 350 miliardi di euro l'anno, pari al 3% del Pil dell'Unione Europea, tra costi diretti e costi opportunità per l'apprendimento dell'inglese.

Il problema oggi è che l'Europa o si fa o non si fa. Se non si vuole assistere al fallimento e alla marginalizzazione dell'Europa nel giro dei prossimi dieci anni, occorre lavorare alla costruzione di un'Europa libera, democratica ed indipendente. Per ottenere questo è necessario che si affermi un patriottismo europeo, uscendo dalla sindrome di Stoccolma da un lato e dai nazionalismi sterili dall'altro, dedicandosi alla costruzione economica, culturale, linguistica e politica degli Stati Uniti d'Europa.




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