Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

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Sciacalli e sisma.

Epiteto appropriato?

Con il sisma, si riaffaccia la figura dello sciacallo, inteso come colui che ruba approfittando delle disgrazie altrui. Nell’antico Egitto l’animale era addirittura venerato come una divinità (Anubi) e in natura la bestia si ciba di carogne contribuendo a ripulire l’ecosistema. Allora non chiamiamo sciacalli quei turpi individui!
Ettore Giovannetti , presquile@supereva.it
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 3/11/2016).

L’Europa in ostaggio tra valloni e fiamminghi

Ho letto che il Belgio ha finalmente firmato il Ceta ( trattato di libero scambio) con il Canada, perché la regione della Vallonia ha tolto la sua precedente contrarietà e si è espressa a favore. Sono così stringenti le regole in Belgio? È la prima volta che capita una situazione del genere? Se una regione con meno dell’1 per cento della popolazione totale della UE può bloccare la firma di un trattato, chi potrà mai pensare di negoziare in futuro con Bruxelles?
Attilio Lucchini , attiliolucchini@hotmail.it

Caro Lucchini,
Dietro la grottesca vicenda del Ceta vi è una lunga storia di bisticci e di incomprensioni. Sin dalla sua nascita, dopo la rivoluzione borghese del 1830, il Belgio si compone di due grandi comunità: i valloni francofoni e i fiamminghi, a cui si è aggiunta una piccola comunità di lingua tedesca. Ma per molto tempo, sino alla Seconda guerra mondiale, il Belgio appartenne linguisticamente e culturalmente all’orbita francese. Il quadro cambiò quando le miniere di carbone della Vallonia perdettero una buona parte della loro importanza, mentre la comunità fiamminga dava prova di maggiore dinamismo economico e commerciale. L’arena in cui le due comunità cominciarono a litigare fu quella della lingua e della cultura. I fiamminghi smisero polemicamente di parlare francese, pretesero di usare la loro lingua in qualsiasi pubblica circostanza, rivendicarono il possesso e la gestione di tutto ciò che apparteneva alle loro tradizioni culturali. La pagina più assurda di questo duello omerico fra due piccoli popoli fu la spartizione dei beni culturali dell’università di Lovanio (Louvain in francese, Leuwen in fiammingo). Per quelli che appartenevano a entrambi i popoli la divisione fu brutalmente chirurgica: metà all’uno e metà all’altro, anche se questo poteva avere per effetto la distruzione di un bene difficilmente divisibile.
Il risultato di questa guerra intestina fu la riforma federale dello Stato con la creazione complessiva di sette parlamenti. Chi sperava che la concessione di tante autonomie avrebbe prodotto uno Stato meno litigioso, commise un errore. I poteri concessi dal governo centrale e il malessere delle democrazie rappresentative, insidiate dai movimenti populisti, hanno avuto l’effetto di moltiplicare le invidie e gli screzi. Nella posizione assunta dal presidente della Vallonia sulla ratifica del Ceta non vi è un progetto economico e commerciale migliore di quello negoziato con il Canada. Vi è soprattutto il desiderio di esistere, di essere visto e ascoltato, di competere in visibilità con il rivale fiammingo.
La vicenda contiene almeno due lezioni. In primo luogo dimostra che la sorte di un trattato internazionale non può essere lasciata nelle mani di chi non può avere una visione complessiva degli interessi in gioco e non risponde delle sue azioni alla intera comunità nazionale. In secondo luogo dimostra che l’unica risposta razionale a questo frazionamento delle sovranità locali può essere soltanto l’Europa con un colpo di acceleratore sulla strada della sua unità.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 3/11/2016).

Nomi dei premier

Scozia e Gran Bretagna

Caro Romano, per indicare le cariche delle due donne premier della Scozia e del Regno Unito lei ha usato due denominazioni inglesi diverse: «First Minister» e «Prime Minister». Come mai?
Maria Rosa Raggi

La parola «prime», in inglese, viene dal latino «primus» e ha, tra gli altri, il significato di «primo per grado, autorità e dignità». Prime Minister, quindi, significa dal XVII secolo «primo ministro». Per distinguere il capo del loro governo da quello della Gran Bretagna, gli scozzesi usano «first» che viene dall’antico inglese «fyrst» e ha lo stesso significato.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 5/11/2016).

Istria e Dalmazia

Minoranze italiane

Caro Romano, a proposito di minoranze linguistiche, condivido la sua opinione relativa al clima politico e culturale che è cambiato, ma piange il cuore osservare che, tra i 30.000 italiani rimasti in Istria e Dalmazia, l’uso della nostra lingua vada gradualmente spegnendosi. È stato inaugurato un liceo italiano a Pola nel tentativo di rilanciarla, però con scarsi risultati. Purtroppo i miei parenti di Pola e Parenzo parlano solo croato e inglese.
Carlo Radollovich , carlo.radollovich@libero.it

Con il Trattato di Osimo del 10 novembre 1975 Italia e Jugoslavia si impegnarono a salvaguardare le identità linguistiche e culturali degli italiani dell’Istria e di Fiume. È possibile che la disintegrazione della Jugoslavia abbia nuociuto a quei programmi. Esiste ancora, tuttavia, un quotidiano italiano a Fiume (La Voce del popolo), mentre la televisione di Capodistria trasmette in italiano e sloveno.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 5/11/2016).

Lingua italiana

Un ruolo ufficiale

Caro Romano, ho letto sul Corriere che Renzi avrebbe ottenuto una serie di successi in sede di Unione Europea. Mi chiedo che cosa impedisca di tentare l’impossibile, ossia chiedere con forza la reintroduzione dell’italiano come lingua dei documenti ufficiali di Bruxelles insieme con l’inglese, il francese e il tedesco. Giocherebbero a favore alcuni elementi: l’apparente ma significativa acquisizione di prestigio dell’Italia a livello internazionale se davvero il nostro Paese dovesse sostituire Londra come partner privilegiato degli Usa nell’Europa; il relativo indebolimento dell’inglese stesso con l’uscita del Regno Unito dalla Ue, uscita che sembrerebbe favorire un riposizionamento dell’Italia nel vecchio continente anche a prescindere dal suo eventuale nuovo rapporto «speciale» con Washington; la constatazione che l’italiano rappresenta la quarta lingua più studiata nelle università del mondo; il fatto che Roma dia all’Europa molto più di quanto prenda in termini di soldi, e nonostante questo non venga aiutata, ad esempio, sulla questione cruciale dell’immigrazione, dove si notano dei comportamenti veramente intollerabili da parte di molti Stati — e non solo della piccola Ungheria ma anche della Francia, che prima bombarda (con Sarkozy) e poi scappa —. Ritiene che questa sia una battaglia inutile o che valga invece la pena di combattere approfittando della presenza di un primo ministro che non mi sembra così malvagio come tanti vorrebbero descrivere?
Fabrizio Amadori, fabrizio_amadori@yahoo.it

Piacerebbe anche a me che l’Italiano avesse alla Commissione di Bruxelles lo stesso status delle lingue considerate pienamente ufficiali. Ma non credo che l’uscita della Gran Bretagna dall’Ue abbia indebolito l’inglese. Il suo prestigio dipende dalla sua funzione di lingua veicolare. Finché sarà la lingua necessaria per la comunicazione fra milioni di persone che non possono intendersi altrimenti, l’inglese non avrà bisogno di riconoscimenti ufficiali per essere indispensabile.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 7/11/2016).

Lingua inglese

Studio alle elementari

L’EF Corporate Solutions, che si occupa di formazioni linguistiche, ha stilato una classifica sulla padronanza dell’inglese, a livello aziendale, nei 40 Paesi più importanti del mondo. L’Italia figura al 20° posto, dietro a Polonia, Malesia e Slovacchia. Non sarebbe opportuno che le nostre istituzioni si attivino con determinazione, inserendo scolasticamente programmi più intensivi a cominciare dalle elementari?
Carlo Radollovich , carlo.radollovich@libero.it
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 21/11/2016).

Termine offensivo

Accozzaglia

«Accozzaglia» è un termine poco elegante; lo è a prescindere. Ma lo è ancor più se è utilizzato dal presidente del Consiglio dei ministri, quarta carica della Repubblica italiana. C’è solo una spiegazione per quando si sente la necessità di ricorrere a questo linguaggio: si è a corto di argomenti.
Sergio Cannaviello Obradovïch, Napoli
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 23/11/2016).

Massime latine

Uso delle citazioni

Caro Romano, sono sempre più rari gli scrittori e i giornalisti che ricorrono alle citazioni latine anche quando potrebbero, se usate, «ossigenare» la scrittura e irrobustire i pensieri espressi. Ignoro se è per non molestare il lettore, perché giudicano la lingua latina ormai morta; per tema di cadere nel pomposo o, semplicemente, perché è preferibile sorvolare. Ricordo che nel fare uso di una locuzione latina rispondendo a un lettore («O tempora, o mores»), lei ha tenuto a precisare che vi ricorreva «tanto per sciacquarsi la bocca». Allora le chiedo: la citazione latina può ancora onorevolmente trovare spazio negli scritti di oggi? Chi stende gli scritti sui libri e sui giornali come si regola?
Alessandro Prandi, alessandro.prandi51@gmail.com

Vi sono molte massime latine che contengono saggezza e buon senso, ma il tono dottorale con cui vengono elargite crea ormai diffidenza e stanchezza. Bisogna conoscerle, ma bisogna imparare a tradurle nella lingua dei nostri giorni.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 25/11/2016).

Nomi stranieri

Pronuncia storpiata

Caro Romano, più di 9 milioni hanno visto in tv l’amichevole di calcio Italia-Germania. Io fra questi. Ebbene, per tutta la gara, il cronista tv ha pronunciato i nomi di Müller e Götze nientemeno che Miuller e Ghezze. Poteva farsi spiegare la pronuncia da qualcuno. Ma c’è anche chi dice Fiurer per nominare Hitler…
Franco Morganti , franco_morganti@libero.it

Non è la prima volta che sento applicare la pronuncia inglese a qualsiasi nome straniero. Se il nome venisse storpiato all’italiana il fenomeno mi sembrerebbe meno grottesco e più scusabile.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 26/11/2016).

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