Lettere al Corriere ottobre – dicembre 2013

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Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Origine del termine.

Caro Romano, «apotos» non è un neologismo greco-latino, ma una parola greca al 100% (alpha privativa e il participio del verbo greco pino, da cui viene anche il greco moderno potò, cioè bibita o liquore). In greco antico può indicare sia una bevanda non potabile (Erodoto IV, 81, 2) sia un individuo che non ha niente da bere (Senofonte, Ciropedia, VII, 5, 33), non uno che non se la beve… Comunque fa ridere l’adattamento comico al senso tutto moderno di uno incredulo che non se la beve.
Emanuele Greco , direttore@scuoladiatene.it

Una precisazione scritta dal direttore della Scuola archeologica di Atene (una delle maggiori istituzioni culturali italiane all’estero) è particolarmente apprezzata. Grazie, anche a nome di Prezzolini.
(Da Corriere.it, 2/10/2013).

No al termine «furbi»

Vogliamo smetterla di chiamare furbi coloro che non pagano i biglietti del treno o del tram, oppure sfuggono al fisco eludendo o evadendo le imposte? È insopportabile l’uso di tale eufemismo perché, a parte ogni altra considerazione (e ce ne sarebbero…), chi adempie i propri doveri si sente trattato come uno stupido. Propongo qualche altro sostantivo: truffatore, evasore, fedifrago o, almeno, disonesto. Adalberta Cavalca, Milano
(Da corriere.it, 3/10/2013).

Parole scomparse

Caro Romano,
si ripete il vezzo di certi giornalisti di introdurre nuovi termini, pensando (credo) di sfoggiare un linguaggio più ricercato. Ad esempio, fino a qualche tempo fa, per raccontare di fiumi che erano usciti dagli argini, dicevano che «straripavano». Da un certo momento in poi hanno cambiato in «tracimano» e poi «esondano». E ancora: da un po’ i profughi che arrivano sulle nostre coste, quasi a voler nascondere o cambiare il loro stato di fuggiaschi, li chiamano «migranti», parola mai usata prima. Basta che qualcuno usi per primo il neologismo, che tutti gli stanno dietro!
Domenico Guerrieri , domenico.guerrieri@ libero.it

Credo che all’origine di questi mutamenti linguistici vi siano soprattutto le burocrazie, i manuali scolastici, il linguaggio adottato dai tecnici del particolare settore di cui si tratta. I giornalisti sono soltanto il tramite di questi mutamenti linguistici. Anch’io provo una certa nostalgia per parole scomparse che non mi sembravano invecchiate.
(Da corriere.it, 9/10/2013).

LO SHUTDOW NEGLI AMERICANI PRIGIONIERI DI DUE SERRATE

Shutdown è il nuovo termine appena entrato nell’uso comune. Possibile che nel nostro vocabolario non esista una parola che abbia identico significato? Significa, forse, che gli Stati Uniti sono falliti?
Vuole, comunque, spiegarmelo lei?
Giuseppina Bassani Sesto San Giovanni (Mi)

Cara Signora,
«Shutdown» (letteralmente «chiuso giù») evoca l’immagine della saracinesca abbassata sulla facciata di un negozio. Prima di tentare una migliore traduzione della parola, occorre ricordare che la costituzione federale e le norme fiscali americane garantiscono al Congresso la vigilanza sul livello della spesa pubblica e l’approvazione delle leggi che autorizzino espressamente i singoli ministeri e le singole agenzie federali a fare uso del denaro stanziato per l’esercizio delle loro funzioni. Quando si avvicina la fine dell’anno fiscale e il momento in cui è necessario definire il livello del debito pubblico per l’anno successivo, occorre talvolta una legge di continuità («continuing resolution») che garantisca al governo, temporaneamente, la possibilità di continuare a spendere, sino al nuovo accordo, entro i limiti fissati in passato. Se il Congresso non approva questa legge di continuità, alcuni servizi vengono interrotti e molti dipendenti pubblici sospesi con la conseguente perdita del salario per il periodo in cui non avranno lavorato. Questi shutdown accadono generalmente quando nel Congresso (o in una delle due Camere) la maggioranza è nelle mani di un partito diverso da quello che ha conquistato la Casa Bianca. In molti casi il dissidio verte sul livello dell’imposizione fiscale, ma in questo caso la posta in gioco è più alta. Una quarantina di membri repubblicani della Camera dei rappresentanti (su 284) vuole cogliere questa occasione per costringere Obama ad abbandonare la grande riforma sanitaria che è, per i democratici, il gioiello della sua presidenza. Gli oppositori più accaniti sono più o meno strettamente collegati a un movimento populista e antistatale, il Tea Party, che ha conquistato da qualche anno e in alcuni Stati una forte rappresentanza politica. Obama, dal canto suo, non ha alcuna intenzione di fare un passo indietro e si serve dello «shutdown» per gettare sui repubblicani la colpa dell’interruzione di alcuni servizi pubblici (quelli relativi alla Difesa e alla sicurezza vengono, di comune accordo, regolarmente finanziati). Vi è quindi, in questa vicenda un duplice ricatto, una duplice serrata. Il Congresso chiude gli sportelli del denaro per piegare la Casa Bianca alla volontà della sua maggioranza. Obama abbassa la saracinesca sulla «bottega» dei servizi nella speranza di esporre i repubblicani alla collera della pubblica opinione. La migliore parola per tradurre shutdown è dunque, a mio avviso, serrata. Un’ultima considerazione, cara Signora. Questo può accadere negli Stati Uniti perché non esiste nelle democrazie presidenziali l’istituto della sfiducia. Mentre nella maggior parte dei Paesi europei l’opposizione può chiedere al Parlamento di votare una mozione contro il governo, in America gli avversari, per raggiungere lo stesso scopo, devono proibirgli l’uso dei fondi pubblici, con effetti che possono incidere sul funzionamento dello Stato e sul reddito di alcune centinaia di migliaia di persone.
(Da corriere.it,10/10/2013).

Il titolo di «dottore»

Caro Romano, nel resto del mondo il termine onorevole è sconosciuto e l’appellativo dottore (a parte rarissime eccezioni che lei ha illustrato in una discussione precedente) è riservato a chi cura le persone. Quando qualcuno sta male, alla domanda: «C’è un dottore?» non risponde «sì» un laureato in filosofia, in economia o in legge. Non sarebbe il caso di indicare nel modo corretto—e a necessità—il proprio titolo di studio? Vogliamo iniziare a cambiare le cose?
Franco Milletti Carpi (Mo)

Effettivamente la proposta è stata fatta su questa pagina in altre occasioni. Lei ha ragione, ma quando ho appreso che in Italia è «dottore», secondo la giustizia amministrativa, anche il titolare di una laurea breve, ho abbassato le braccia e mi sono arreso.
(Da corriere.it, 10/10/2013).

Posizione Ue

Caro Romano, la sua risposta sui rapporti fra Grecoortodossi ed Uniati (6 ottobre) mi è sembrata ineccepibile tranne che in un punto,. Non sarebbe stato meglio definire la lingua liturgica usata dagli Uniati (ma non solo, ovviamente) con le espressioni oggi predominanti di «antico slavo ecclesiastico» o «antico bulgaro», decisamente più chiare e diffuse? L’espressione «slavo bulgaro»,che forse avrebbe anche gradito fra le due parole un trattino chiarificatore, non mi pare infatti né molto precisa né oggi largamente usata. Approfitto di questo contatto per sottoporle una questione che sempre si muove nel vasto ambito della storia della o delle chiese ortodosse: perché il governo turco è così restio a permettere la riapertura della famosa scuola teologica di Halki e perché la Ue, su questa come su altre faccende simili ma ben più gravi ed urgenti (la divisione di Cipro,fra tutte) continua a tacere?
Paolo Sartori , posartori@alice.it

Per definire la lingua liturgica di una buona parte della Chiesa greco-ortodossa, «antico slavo ecclesiastico» è probabilmente l’espressione migliore. I corsi del seminario di Halki furono sospesi nel 1971 e la riapertura della scuola è stata sollecitata dal patriarca di Costantinopoli in un incontro con il presidente degli Stati Uniti nel novembre del 2009. Anche la Commissione dell’Unione europea ha avanzato qualche tempo fa la stessa richiesta. Dopo le recenti dichiarazioni del Premier turco Erdogan sulla linea di maggiore tolleranza che il governo di Ankara si appresta ad adottare verso altre etnie (curdi, rom) e altre religioni praticate nella Repubblica, questo è probabilmente il momento di tornare alla carica. Sulla divisione di Cipro le ricordo che i ciprioti turchi erano favorevoli alla riunificazione dell’isola nell’ambito dell’Unione europea e che il no venne dai ciprioti greci.
(Da corriere.it, 13/10/2013).

Fantasia senza limiti

Sembra che la nuova tassa sui rifiuti e sui servizi si chiamerà «Trise» e che la stessa accorperà la «Tari» e la «Tasi». La fantasia sui nomi delle tasse non ha limiti, ma mi soffermo solo sull’ultima di questa nuova serie. Nel vicino Veneto si ha l’abitudine di dire «tasi, mona, e paga».Mi pare che non ci sia bisogno di ulteriori commenti, anche perché della stessa ci sono varianti che spopolano in ogni regione italiana.
Graziano Nadali , Tolmezzo (Ud)
(Da corriere.it, 17/10/2013).

Nome del ministero

La produzione industriale in Italia si riduce al lumicino. Ne sono una prova (non seriosa ma corrispondente al vero) gli acronimi che nel tempo ha assunto e di conseguenza variato il ministero competente. DapprimaMica (ministero dell’Industria, commercio e artigianato), in seguitoMap (ministero delle Attività produttive) e oraMise (ministero dello Sviluppo economico). Si può intuire il lento e inesorabile declino grazie al significato e alla scansione di questi termini.
Massimo Furian , massimofurian@hotmail.com
(Da corriere.it, 20/10/2013).

Nuove tasse sulle casa

Come tassa sulla casa ci siamo stufati dell’Ici e siamo passati all’Imu. Al centrodestra non piaceva neppure l’Imu e ha promesso ai suoi elettori di abolirla. C’è riuscito: l’Imu non c’è più. Al suo posto ci sono varie tasse i cui acronimi non ricordo (Tasi, Tarsu, Ictus?), anche perché continuano a cambiare, l’ammontare delle quali è superiore all’Imu. Dovremmo essere contenti che i politici mantengono le loro promesse. Spendiamo qualcosa di più, ma almeno dell’odiata Imu non c’è rimasta traccia. Che possiamo volere di più?
Omar Valentini, Salò (Bs)
(Da corriere.it, 24/12/2013).

La protesta di Pannella

Marco Pannella si è mai chiesto come stanno coloro che hanno subito danni da chi sta in carcere? Chi pensa alle offese subite, agli stupri, ai furti, agli omicidi effettuati da queste persone? Prima di avere dei diritti dovrebbero avere dei doveri di rispetto verso gli altri! In carcere non ci sono perché sono brave persone! Dovremmo sentirci noi vittime, colpevoli del loro stare male? Siamo stanchi di subire e non credo di essere l’unica a pensarla così.
Loredana Buzzi , buzzlo@tin.it
(Da corriere.it, 12/11/2013).

Regole di grammatica

Caro Romano, da tempo mi sto chiedendo che fine abbia fatto l’accento sulla i dei nomi come principi (princìpi), o subito (subìto) ecc. È stato smarrito il carattere? Vorreste cortesemente provvedere per favore?
Alberto Colombo

Io mi chiedo anche dove sia finita la seconda i del plurale di nomi che terminano, al singolare, in io (principioprincipii). Sopravvive in ziozii, forse perché la parola è troppo corta per essere ulteriormente accorciata.
(Da corriere.it, 12/11/2013).

Padre e madre

In un liceo di Roma hanno abolito il padre e la madre sostituendoli con i ridicoli genitore 1 e genitore 2. Già, ma chi é l’1 e chi il 2? Ennesimo esempio di degrado della scuola italiana e della società tutta! Paolo Launa , plaunad@yahoo.it
(Da corriere.it, 15/11/2013).

Titoli dei sovrani

Caro Romano, mi ha sempre colpito il fatto che negli atti ufficiali dell’Italia monarchica si dicesse che il sovrano era re «per grazia di Dio e per volontà della nazione». Passi per la grazia di Dio (forse Dio lo aveva comunicato direttamente a loro…), ma quando è in quali forme la nostra nazione aveva mai espresso la propria volontà?
Lorenzo d’Albora , starchi10@ gmail.com

La «grazia di Dio» era il retaggio a cui i monarchi costituzionali dell’Ottocento non intendevano rinunciare. Ma poterono conservarlo, soprattutto negli Stati di recente formazione, soltanto aggiungendo al titolo del loro potere quello della volontà popolare. Il metodo adottato per interpellare il popolo fu spesso quello dei plebisciti. Vennero spesso organizzati, se non addirittura manipolati, ma ebbero pur sempre l’effetto di ancorare le monarchie al consenso della nazione e di decretarne la morte quando questo consenso venne a mancare.
(Da corriere.it, 15/11/2013).

Familiari o famigliari?

Caro Romano, a proposito della scomparsa degli accenti a metà parola e della doppia «i», come mai l’aggettivo famigliare si scrive con la «g», quando fino all’altro ieri si scriveva senza? Forse è stata la lobby degli insegnanti d’italiano a imporre il cambiamento, stanchi di sottolineare con la matita blu gli errori di grammatica degli studenti.
Severo Ferrari , severoferrari@alice.it

Familiare deriva dal latino familia ed è questa la ragione per cui è stato usato e difeso dai glottologi e dagli storici della lingua. Ma famigliare è altrettanto corretto e diventa sempre più abituale quanto più ci allontaniamo dagli anni in cui il latino era una componente necessaria della nostra formazione scolastica.
(Da corriere.it, 22/11/2013).

Termini spesso ostici

Caro Romano,
nei giornali si leggono termini e acronimi oltremodo ostici. Non sarebbe praticabile che di volta in volta si spiegasse il significato? Non credo di essere l’unico disorientato. Il problema è che gli organismi internazionali sono tanti e solo chi è addentro o perché ci lavora o perché ne è venuto a contatto diretto può comprendere la differenza tra essi e gli altri. Come esempi, cito l’Apec e l’Omc. Ho sentito parlare anche del Gatt e del Nafta. Si può avere un chiarimento?
Antonio Fadda , antoniofadda2@virgilio.it

Gli acronimi sono straordinariamente numerosi e i giornali smettono di spiegarli, generalmente, quando la frequenza dell’uso li trasforma in sostantivi. Il quadro è ulteriormente complicato dal fatto che alcuni di essi sono utilizzati nella versione italiana mentre altri conservano le iniziali della loro denominazione inglese, Ecco comunque il significato di quelli indicati nella sua lettera. Apec significa Asia-Pacific Economic Cooperation (Cooperazione economica per l’Asia e il Pacifico); Omc è l’Organizzazione mondiale del Commercio; Gatt è il General Agreement on Tariffs and Trade (Accordo generale sui dazi doganali e sul commercio); Nafta è il North American Free Trade Agreement (Accordo nordamericano per il libero scambio).
(Da corriere.it, 17/12/2013).

Il platt deutsch

Caro Romano, nella risposta «Perché molti sud-tirolesi si sentono tedeschi e non austriaci» lei ha scritto che i sud-tirolesi parlano il «platt deutsch». Che intendeva dire con quella espressione?
Fabrizio Lolli, Pordenone

Il platt-deutsch (in italiano basso-tedesco) è una variante della lingua tedesca parlata storicamente soprattutto in Sassonia, nei Paesi Bassi, nel Baltico e in qualche parte della Polonia occidentale. Ma l’espressione viene spesso utilizzata anche per quelle parlate tedesche che si distinguono dall’«hochdeutsch», dal tedesco «alto» della migliore tradizione civile e culturale. Nell’ambito di questa distinzione platt deutsch viene usato, sia pure impropriamente, anche per le parlate del mondo germanico meridionale dal Tirolo ai cantoni della Svizzera alemanna.
(Da corriere.it, 24/12/2013).

 




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