Lettere al Corriere.

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Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Uso dell’inglese.

Caro Romano, visto che l’italiano non è una delle lingue ufficiali dell’Europarlamento e per questo gli interventi in aula e in commissione dei nostri rappresentanti sono inutili se non conoscono almeno la lingua inglese che ormai conoscono quasi tutti, perché non lasciare a casa i politici che parlano solo l’italiano e mettersi, una volta per tutte, alla pari di altri rappresentanti europei?
Rimo Dal Toso, Padova

Il Parlamento europeo non ha lingue ufficiali. Tutte le lingue dell’Unione hanno formalmente la stessa importanza e la regola vale anche per la traduzione dei documenti. Naturalmente una lingua è tanto più importante quanto maggiore è il numero delle persone che la capiscono. Ma questa non mi sembra una buona ragione per escludere dalle liste elettorali chi non parla l’inglese.
(Da corriere.it, 6/6/2014).

Regole da rispettare

Caro Romano, sono una neodiciottenne, studentessa in un liceo classico milanese. Sono rimasta molto stupita nel leggere — nell’occhiello del titolo principale sulla prima pagina del Corriere del 2 giugno — la frase, attribuita al premier Renzi a proposito dello sciopero della Rai: «Se l’annunciavano prima prendevo il 42 per cento». Quindi, anche la prima pagina del più diffuso quotidiano in lingua italiana decide di rinunciare alla corretta costruzione del periodo ipotetico dell’irrealtà (se + congiuntivo trapassato + condizionale), a favore della formula «se + indicativo imperfetto + indicativo imperfetto» che, manuali alla mano, è tollerata solo nell’italiano parlato. Ma allora, mi chiedo, il congiuntivo è come molti dicono morto definitivamente? Aggiungo anche che, oltre allo stupore, ho provato anche un senso di delusione nei confronti di quei giornalisti che, forse nel malinteso intento di essere comprensibili ad una più vasta audience, si piegano a una deriva di trasandatezza. Il risultato è che, se davvero finiremo con lo scrivere come parliamo, forse ci capiremo benissimo, ma scopriremo di avere ben poco da dire. Posso chiederle un parere in proposito? Nicoletta Zinni , nickyzinni@msn.com

Il problema non è linguistico ma professionale. Se un uomo politico trascura le regole della sintassi, il giornalista deve riferire le sue parole, non correggerlo.
(Da corriere.it, 8/6/2014).

Uso o abuso?

Caro Romano, quando si usa l’aggettivo «importante» o «più importante», non so mai immediatamente che cosa si voglia comunicare. Devo fare una sosta e pensarci su. Questo perché a volte lo si usa nel senso qualitativo e a volte quantitativo: questo genera confusione. Mi creda, quando «inciampo» in questo termine raramente so subito se vuole dire saliente, influente, rilevante, potente, prestigioso, famoso, insigne, maggiore, notevole, fondamentale, determinante, autorevole, influente, ragguardevole, considerevole, consistente, cospicuo, sostanzioso. A. Quabius , witzig@libero.it

Capisco la sua osservazione. Anch’io mi chiedo da tempo se non si stia facendo un uso eccessivo della parola. Dopo tutto le cose davvero importanti non sono poi così numerose.
(Da corriere.it, 12/6/2014).

Sostantivo «bomba»

Il sostantivo «bomba», un tempo usato solo per indicare l’ordigno bellico, con l’andare degli anni ha interessato altri ambiti: giornalistico (notizia bomba), alimentare (bomba calorica), logistico (effetto bomba), discorsivo (tornare a bomba) e ultimamente meteorologico (bomba d’acqua). In Italia il termine piace più che all’estero ed è entrato a spron battuto nel lessico familiare. Molti sostengono che noi siamo un popolo incline ad annoiarsi e pertanto abbiamo sempre necessità che qualcosa scoppi per tenerci desti. Sarà questa la ragione del suo uso frequente?
Alessandro Prandi , alessandro.prandi51@ gmail.com
(Da corriere.it, 18/6/2014).

Perdita della «n»

Caro Romano, a proposito della regione di Hannover, spesso mi capita di trovarla scritta come Hanover. Come si chiama effettivamente? Raffaella Giberti Torino

Il nome ha perso una «n» quando divenne quello della dinastia, originaria dell’Hannover, che regnò sulla Gran Bretagna dal 1714 al 1837.
(Da corriere.it, 25/6/2014).

 




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