Lettere al Corriere.

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Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Termini inglesi.

Caro Romano, nella sua odierna risposta sulla «tracciabilità dei beni», ha scritto: «Il porto di Rotterdam è un grande hub per le merci provenienti dall’Asia». Ma perché ha adoperato la parola «hub», che non è italiana? E non dica che si tratta di termine commerciale molto diffuso, perché, anche se ciò fosse vero (ma non è), non tutti i lettori sono tenuti a conoscere parole e locuzioni peregrine. Anch’io, benché ignorantissimo, so che l’inglese è «lingua del mondo». Tuttavia continuo a pensare che scrittori e giornalisti abbiano il dovere di adoperare la nostra lingua, o almeno di aggiungere la traduzione italiana alle parole straniere non comuni (è il caso di «hub»). Si tratta anche di rispetto verso quei lettori che altrimenti devono sfogliare un vocabolario «inglese-italiano» per sapere che cosa sia codesto «hub».
Vittorio Ciarrocchi , latino@ipoint.it

Non è necessario sfogliare un dizionario inglese-italiano. È sufficiente cercare la voce hub nel Grande Dizionario Italiano Hoepli a cura di Aldo Gabrielli pubblicato in edizione speciale per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Alla lettera «H» del Dizionario Hoepli vi sono molte parole ed espressioni straniere da handicap a Head hunter, da hairdresser a happy hour. Se da un altro Paese giungono parole che descrivono cose e concetti nuovi, perché non dovremmo adottarle? Le lingue che non sono continuamente alimentate da nuove parole straniere avvizziscono e decadono.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 11/6/2015).

Uso eccessivo in politica

Siamo l’unico Paese al mondo che definisce un ministero, quello del Welfare, in una lingua straniera che non conosce e che tutti storpiano. Pensi se Renzi, anziché battezzare Jobs act la riforma del lavoro, l’avesse chiamato «Laboris Acta», quale effetto avrebbe avuto. E se la chimerica «Spending review», fosse stata chiamata semplicemente revisione della spesa? Forse la metà degli italiani che non ha votato si è stancata di sentir chiamare l’Italia, da tutti i politici in tutti i talk show, «questo paese» con l’iniziale intuitivamente minuscola. In realtà, questo Paese è il loro Paese, nel quale si sono spartiti privilegi, vitalizi, sinecure, benefici, pensioni e diritti acquisiti e inalienabili. Non generalizzo: so che pochi rubano molto, molti rubano poco e moltissimi non rubano affatto, limitandosi a tacere e a godersi i loro privilegi. Ma è certo che tutti insieme hanno costruito un sistema inviolabile, gestito da una burocrazia feroce, con metodi di selezione che premiano i peggiori, contro la logica ma tesi a garantire l’impunità, qualunque siano le malefatte compiute. La politica è diventata un mestiere redditizio, per chi non ha mai fatto altro e non avrebbe mai potuto fare altro.
Ugo Clima , ugoclima@mercurio-misura.it

Un po’ troppo pessimista forse. Ma le sue considerazioni sull’uso dell’inglese nella politica italiana sono sacrosante.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, /15/6/2015).

Tanti nuovi termini

Caro Romano, non crede che stia «avvizzendo e decadendo» anche l’inglese, lingua che, poveretta, adotta ancora, parola più, parola meno, il vocabolario in uso durante il regno della regina Vittoria? È grazie agli italiani come lei che siamo pieni di stranieri che nessun altro vuole. Ma è giusto: senza linfa nuova corriamo il rischio di «avvizzire e decadere», proprio come la nostra lingua! La sua risposta sull’uso ormai comune dell’inglese, la può scrivere solo su un giornale italiano: provi a esprimersi allo stesso modo presso un popolo evoluto, fiero e tenace difensore della propria storia, della propria cultura, del proprio idioma!
Salvatore Di Gennaro , salmilano@gmail.com

L’inglese delle isole britanniche è continuamente corrotto (o arricchito, a seconda dei punti di vista) da un numero difficilmente calcolabile di espressioni coniate negli Stati Uniti. Diceva Oscar Wilde che l’Inghilterra e gli Stati Uniti sono due Paesi divisi dalla stessa lingua.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 24/6/2015).

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