Lettere al Corriere.

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Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Jobs Act.

Ricompare il «Jobs Act»! Ma c’è proprio bisogno di scimmiottare gli americani? A che scopo? Non si può parlare di «decreto lavoro» o «legge lavoro»? Sembra meno importante?
Gianni de Gennaro, Roma
(Da corriere.it, 2/9/2014).

Termini orrendi

Oggi c’è qualcosa di nuovo. Peccato che l’unica cosa che sta cambiando, ovviamente in peggio, sia il vocabolario con l’aggiunta di termini come annuncite, supplentite, riformite e, perché no, nuovite. Sono sicura che Dante si rivolta nella tomba per come l’italiano viene brutalizzato soprattutto da chi dovrebbe usarlo con rispetto e consapevolezza del ruolo.
Liliana Gissara
(Da corriere.it, 17/9/2014).

Perché in inglese?

Una piccola osservazione tra tanti enormi problemi. Possibile che uno che sbandiera con insistenza il suo amore per l’Italia non trovi di meglio che chiamare Jobs Act una riforma a cui tiene tanto? La nostra creatività, di cui Renzi è fiero, non è in grado neppure di trovare un termine italiano per denominare un testo di legge? Per cambiare il nostro Paese occorre più serietà e meno provincialismo.
Nevio Pelino, Roma
(Da corriere.it, 6/10/2014).

Esibizionismi linguistici.

Caro Romano, a proposito della sua risposta «Inglese lingua del mondo: i rischi e i vantaggi», concordo circa l’esigenza di affrontare la globalizzazione, ma come si spiega il nostro ministero del Welfare o il Questions time in Parlamento? Magari ce ne sono anche altre di queste perle. E i francesi con il loro rifiuto di ogni anglismo?
Dino Mori

Nella mia risposta ho scritto che nell’uso dell’inglese vi sono anche manifestazioni di provinciale esibizionismo. I casi da lei citati rientrano per l’appunto in questa categoria.
(Da corriere.it, 10/10/2014).

 




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