Lettere al Corriere.

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Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Disabilità.

Uso delle parole.

Ho un amico disabile che non desidera affatto essere chiamato diversamente abile. È ormai risaputo che ciechi e sordi sempre di più pretendono di essere chiamati per quello che sono, ovvero ciechi e sordi. L’altro ieri ho sentito in televisione un conduttore definire un disabile, che pratica sport a livello agonistico, diversamente disabile! Perché tanta inutile demagogia? Quali differenze si sperano di pareggiare senza rendersi conto che, invece, si mettono ancor più in evidenza?
Manuel Bellini, Padova
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 7/3/2016).

Dizionario

Invenzioni linguistiche

Dopo l’eccessivo risalto dato all’invenzione di quella ormai arcinota parola floreale, spero non diventi un nuovo gioco quello di creare nuovi lemmi. Col linguaggio usato con la moderna tecnologia, il nostro dizionario è già stato stravolto: credo che nessuno senta il bisogno di ulteriori confusioni filologiche. Peraltro, a proposito delle nuove «invenzioni» linguistiche, basta frequentare le scuole dell’infanzia per sentire i bambini creare spesso parole bellissime, a volte anche storpiando quelle già esistenti. E non per questo meritano citazioni sui media o di entrare addirittura nei dizionari della lingua italiana.
Michele Massa, Bologna
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 7/3/2016).

Non in Italia

Turpiloquio

Caro Romano, alla sua risposta sulle conseguenze del ’68, vorrei aggiungere l’uso del turpiloquio da parte delle nuove generazioni. Prima di quel periodo, in Italia, non si faceva abitualmente uso di «parolacce». A partire dal 1968, tra i giovani cominciò a diffondersi l’uso di parole ed espressioni volgari, probabilmente per provare un senso liberatorio nei confronti dell’autorità di genitori o docenti. Niente di tutto ciò è avvenuto in Francia od in Germania, Paesi che, a loro volta, hanno attraversato la «rivolta generazionale» di quegli anni. Invece, in Italia, i sessantottini hanno trasmesso l’abitudine del turpiloquio ai propri figli senza spiegare loro che usare in continuazione parolacce, non significa essere più «liberati», ma solo più maleducati!
Franco Cosulich, Milano

Il ’68 fu la rivoluzione dei figli contro i padri e, quindi, del linguaggio volgare contro le buone maniere. Ma il turpiloquio giovanile in Italia era molto diffuso anche negli anni precedenti. Fummo per molto tempo uno dei pochi Paesi europei in cui era necessario vietare le bestemmie nei luoghi pubblici. Oggi mi consolo, tuttavia, constatando che non ho mai ascoltato tante parolacce quante devo ascoltarne guardando film di qualsiasi nazionalità.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 14/3/2016).

Italiani /2

Quella espressione

Caro Romano, conversando con colleghi stranieri sul nostro Paese dalle mille risorse (ai loro occhi…), uno di loro è uscito con l’espressione: «Ah, les italiens!». La frase non mi è nuova, ma non riesco a risalire a chi la pronunciò e in quale frangente. Vuole sciogliermi questa curiosità?
Franco Griffini , francogriffini@libero.it
Non so chi l’abbia detta per primo, ma credo che voglia dire: imprevedibili, incomprensibili, capaci del meglio e del peggio. Ma quella rassegnata interiezione all’inizio della frase lascia intravedere una certa simpatia.
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 26/3/2016).

Italiani/1

Attualità della parola

Vorrei sottoporre all’Accademia della Crusca la parola «blablaismo». Sempre che non sia già esistente, credo che ben definisca quanto quotidianamente ascoltiamo in merito a proposte o intenzioni volte a trovare soluzioni a problemi che però non si ha la volontà o non si è capaci di risolvere. Per esempio, così si sintetizzerebbe l’incapacità delle nostre istituzioni comunitarie a gestire in maniera unitaria sia l’emergenza immigrazione che la collaborazione tra polizie nazionali.
Mario Taliani, Noceto
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 27/3/2016).

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