Lettere al Corriere.

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Lettere al Corriere: risponde Sergio Romano.

Errori e abusi.

Vendesi appartamenti invece di vendonsi, metereologico invece di meteorologico, qual’è invece di qual è: del cattivo uso della nostra lingua si sprecano gli esempi. Per non parlare degli abusi, primo fra tutti l’«attimino»! Un’oliatina all’italiano fa sempre bene, dunque. Anche perché «oliatina» e «italiano» sono parole formate dalle identiche vocali e consonanti cambiate di posto.
Leone Pantaleoni , lpanta@alice.it
(Da corriere.it/lettere-al-corriere, 18/9/2015).

Cambiare alfabeto per essere moderni

Fra le riforme attuate da Kemal Atatürk vi fu l’abbandono della scrittura araba per quella latina. Una riforma la cui realizzazione dovette presentare difficoltà enormi: dalla semplice traslitterazione all’uso di un alfabeto che non aveva nessuna similitudine con quello usato penso fin dal 1453. Se la rivoluzione di Mustafà Kemal presentava difficoltà relative per le classi agiate e per il personale dell’alta burocrazia ottomana, che scriveva (e parlava) con una certa padronanza il francese (e magari l’italiano), non così doveva essere per la grande maggioranza della popolazione. Come fu attuata e in che tempi questa riforma, quali problemi presentò, e come viene risolto oggi il problema della consultazione degli archivi del periodo ottomano?
Angelo Bianco , biancodigesualdo@gmail.com

Caro Bianco, il turco parlato nell’Impero Ottomano era una lingua imperiale, nata dalla storia dello Stato che aveva interamente riempito lo spazio dell’Impero Bizantino e soggiogato tutte le popolazioni arabe dal Mediterraneo al Golfo. Era scritto in arabo perché questa era la grafia della lingua dell’Islam, di cui il sultano era la massima autorità spirituale. Era pieno di prestiti linguistici provenienti soprattutto dall’arabo e dal persiano perché l’impero era multinazionale e la sua capitale un crogiolo di etnie. La grande riforma di Atatürk non consistette semplicemente nell’adozione di un nuovo alfabeto, ma anche in un rinnovamento linguistico. Vi erano quindi nel suo disegno due finalità apparentemente opposte. Il fondatore dello Stato repubblicano voleva l’alfabeto latino perché era quello dell’Europa e della modernità, ma voleva anche che la lingua nazionale venisse ripulita da tutte le incrostazioni che il tempo e la storia avevano lasciato sul suo percorso. Per ottenere questo risultato creò nel 1923 un istituto linguistico a cui affidò il compito di eliminare gli esotismi e di coniare nuove parole per riempire il vuoto lasciato dalle terminologie straniere. In questa battaglia Atatürk si impegnò personalmente. Vi sono immagini e statue che lo ritraggono mentre esorta i giovani a impratichirsi nell’uso dei nuovi segni. Alla sua domanda – quanto tempo fu necessario per completare l’operazione – potrei rispondere più facilmente se conoscessi il tasso di analfabetismo della Turchia agli inizi dello Stato repubblicano. È molto probabile che la diffusione del nuovo alfabeto e la campagna per l’alfabetizzazione della società procedessero di pari passo e divenissero sempre più constatabili con il passaggio da una generazione all’altra. Quello di Atatürk non è il solo caso di alfabetizzazione dall’alto. La evangelizzazione degli slavi nel nono secolo dopo Cristo fu il risultato della grande «crociata linguistica» di due monaci bizantini, Cirillo e Metodio, creatori di un alfabeto, ricalcato su quello greco, che porta il nome del primo. In tempi moderni il caso più interessante è quello della Cina dove si lavora molto lentamente, sin dai tempi di Mao, alla semplificazione dei segni e, in una prospettiva più lontana, alla fonematizzazione della lingua, cioè alla creazione di segni per la riproduzione dei suoni.
(Da corriere.it/lett, 27/9/2015).

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