Lettere.

Posted on in Politica e lingue 9 vedi

Il ministro Pinotti a “8 e Mezzo”: un italiano improbabile.

Ho seguito l’intervista al ministro Pinotti a “Otto e mezzo”, e mi chiedo perché fino ad oggi prendiamo in giro i soli Scilipoti & Co. per il loro italiano. Il/la ministro/a Pinotti usa costruzioni sintattiche avanguardistiche per non dire improbabili. Penso sia questo il più chiaro sintomo della decadenza della nostra società: un tempo i politici, magari avevano un forte accento regionale, ma grammatica e sintassi erano in perfetto italiano. Che io possa infilare degli strafalcioni rende me oggetto di scherno, se un ministro non sa parlare è tutta l’Italia a fare una figura barbina.
Antonio Fanelli, antonio.fanelli@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 1/6/2016).

La nazione è lingua, sangue, territorio, cultura

Caro Beppe, Mi è piaciuto il tuo video sui “70 motivi per essere orgogliosi della Repubblica Italiana” ( http://bit.ly/1XhOuzU ). Ma mi pare più un video sul perché essere orgogliosi dell’Italia. Del resto, è giusto così. La repubblica è solo un sistema amministrativo tra mille altri, che oggi c’è, domani non ci sarà. Non è un paese. L’Italia era l’Italia anche quando era divisa in tanti stati. La nazione è fenomeno più profondo, continuo e duraturo delle varie forme di governo che i vari accidenti della Storia fanno sorgere e tramontare. È lingua, sangue, territorio, cultura, storia, religione. Per questo chi pensa che si possa svuotare la nazione con massicce iniezioni allogene e sperare che un costrutto fatto di qualche paginetta di carta come lo stato repubblicano possa comunque sopravvivere, è un folle. Gli stati reggono solo se sono conformi alla civiltà che sottendono, altrimenti crollano con essa.
Giuseppe Scalas, g_scalas@mail.com
(Da italians.corriere.it, 4/6/2016).

“Ministra”? Suona proprio male…

Manco da anni dall’Italia, quindi, giocoforza, mi sono perso alcune puntate riguardo le evoluzioni linguistiche (per esempio – e per mia fortuna – l’utilizzo dell’obbrobrioso “piuttosto che”) avvenute in questo lasso di tempo sotto l’arco alpino. Oggi leggo sul “Corriere” della ministrA XY (… ops, sorry…) che ha fatto questo e/o quello. Posso dire, timidamente, che “MinistrA” suona male, se non proprio da schifo? In quanto musicistA ritengo essere esente da critiche di partigianeria, ma personalmente correggerei seduta stante chiunque chi mi apostrofasse come “musicisto” o “artisto”, cosa che del resto farebbe anche ogni “dentisto”, “piastrellisto” o “baristo”. E chissà, forse si lamenterebbe anche il mio panettiere (“panettiere”, con una bella e neutrale “e” in chiusura) dal momento che – in quanto orgogliosamente gay – troverebbe irriverente vedersi forzosamente trasformato in un “panettiero” maschio!
Andrea Sciola-König, acel.koenig@t-online.de
(Da italians.corriere.it, 6/6/2016).

L’italiano, lingua “flessiva”

Carissimi Italians, sentir cantare: “Eia ergo, advocáta nostra…”. Tradotto: “Orsù dunque, avvocata nostra”, a me suona dolce e intenso sia in latino che in italiano. Linguisticamente sono entrambe lingue flessive, e quindi ci si aspetta che cambino la desinenza, e, soprattutto in questo, si differenziano nettamente dall’inglese che è prevalentemente lingua isolante. Quindi, non declinare i lemmi italiani, renderli invariabili al maschile-femminile, è un po’ come arrendersi all’inglese trasformando la nostra lingua flessiva in lingua isolante. Flettere i nomi, aiuta ad essere più chiari ed incisivi, oltre che ad evitare errori. Perché se scrivo: “un elegante signore” o “un’elegante signora”, tutto va bene. Ma se mi riferisco “a un intelligente avvocato”, posso scriverlo con l’apostrofo se mi riferisco a “una donna avvocato”? Meglio un’”avvocata” di un’”avvocato donna”. Per una volta che anche gli accademici della Crusca sono d’accordo, non capisco tutti quelli che sostengono: “avvocata” suona male. Suona giusto e italico. Ragioni culturali e fondatamente linguistiche mi fanno dire: maestre, avvocate, ministre e così via. Un solo termine, e so che sto parlando al plurale e al femminile. Con buona pace di Andrea Sciola-König (“Ministra”? Suona proprio male…”, http://bit.ly/1r9BC0f ). Un saluto a tutti e, in particolare, a Herman che ha imparato l’italiano.
Cristina Fossati, miosotis@hotmail.it
(Da italians.corriere.it, 7/6/2016).

Il suo elogio della sintesi, “1984″ e la neolingua

Caro Severgnini, leggo solo ora, su SETTE del 27 maggio, il suo elogio della sintesi. Sono in totale disaccordo. Nel libro di Orwell, “1984″, un funzionario magnificava la neolingua, sostenendo che nel giro di pochi decenni si sarebbero avute poche centinaia di parole. Mi rendo conto, purtroppo, di come l’obiettivo sia vicino. Ascolto autorevoli rappresentanti della politica che limitano i concetti alle forme più elementari di espressione. Osservo gli orali di molti colleghi universitari e noto come la povertà di lessico finisca con l’inficiare una pur buona preparazione.
Carlo Capuzzo , carlo.capuzzo41@gmail.com

La sintesi è una spremuta di pensiero: salutare, aggiungo. Certo, uno può anche mangiarsi le arance. Ma non sempre ha tempo e voglia di star lì a sbucciarle.
(Da italians.corriere.it, 18/6/2016).

Il nuovo italiano in tv: “Hanno partito” e “Mi avrei aspettato”

Non ho guardato il meteo, ma nel nostro paese, ve lo assicuro, piove sul bagnato. Non bastavano gli Italiani, con l’analfabetismo di andata e ritorno e l’innata sciatteria sintattica che li contraddistingue. E, a quanto pare, neppure l’incomprensibile crociata anti-linguistica dei dialoghisti televisivi, che negli ultimi dieci anni si sono arrogati il diritto di rimuovere l’uso del congiuntivo da tutte le serie americane. No. Per demolire completamente l’italiano, serviva qualcosa di più: un colpo di grazia mediatico. E non sto parlando dell’irresistibile gramelot di Luca Giurato, ormai pronto per il varietà. Si tratta della nuova – e linguisticamente letale – tendenza di Sky: affidare la conduzione delle trasmissioni più seguite a personaggi stranieri i quali, per quanto si impegnino, non potranno mai sfoderare un eloquio forbito e, prima o poi, sono destinati ad incappare in clamorose papere grammaticali. Dopo i giudici dei talent, come i carismatici Mika o Joe Bastianich, si è arrivati ai commentatori sportivi, come l’ispanico Mark Genè, uomo del team Ferrari e ora, viva l’imparzialità, esperto di Formula 1 per la pay-tv di Milano Rogoredo. Intendiamoci: non pretendiamo che l’intrattenimento televisivo venga gestito dall’Accademia della Crusca, ma almeno che non ci condannino a sentire blasfemie lessicali del tipo “Hanno partito” o “Mi avrei aspettato”. Che, oltre ad essere una pugnalata al cuore di chi l’italiano lo conosce e lo ama, risultano anche pericolosamente diseducative: con la famiglia allo sfascio, ora anche economico, e la scuola vicina alla rottamazione, colpevolmente abbandonata dalle istituzioni, la tv resta praticamente l’unica agenzia educativa ancora in funzione. E non è soltanto una questione di apprendimento: se è vero che, al di là dei tratti somatici, della religione e delle tradizioni culturali, è proprio la lingua a rappresentare l’unità di un popolo. Eppure nessuno dei colleghi di Genè, che mi risulti, si è mai preso la briga di correggerlo, neppure a telecamere spente. Di spiegargli che, come insegna Eric Fromm, tra essere e avere – per lo meno nel suo caso – è molto meglio essere.
Carlo Mantovani, jonny.pixel@libero.it
(Da italians.corriere.it, 23/6/2016).

L’inglese e i rapporti di forza nell’Europa post-Brexit

Nel suo primo discorso dopo Brexit, il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha usato di proposito solo il francese e il tedesco. Il ministro delle finanze della Baviera, Markus Söder, ha chiesto al governo federale di muoversi affinché l’autorità bancaria europea sia spostata da Londra a Monaco. Il tribunale per il brevetto unitario europeo, che avrebbe dovuto avere alcuni uffici a Londra, probabilmente si sposterà a Milano. Serve quindi a poco, caro Severgnini, invitare gli europei a “tenersi l’inglese” (“Brexit? Teniamoci l’inglese (che non è più degli inglesi)”, http://bit.ly/297sn8h ). Una volta che la Gran Bretagna sarà uscita dalla UE, l’inglese sarà la lingua materna dell’1% degli europei. Troppo poco per essere una lingua di lavoro delle istituzioni, una lingua viva e vibrante in cui scrivere le leggi e i regolamenti che incarnano lo spirito comunitario. Lo dicono i numeri. La somma di chi parla tedesco o francese come lingua materna o come lingua straniera, dopo Brexit, sarà maggiore di chi parla oggi inglese come lingua straniera, e non è difficile immaginare che francese e tedesco, le lingue dell’architrave europeo, cioè l’asse Parigi-Berlino, guadagneranno importanza nelle istituzioni europee. Il gioco dei rapporti di forza nell’Europa post-Brexit spingerà inevitabilmente verso un ridimensionamento del ruolo dell’inglese sul continente. Lei fa bene a dire che le lingue non si impongono per decreto. Ebbene, non sarà possibile imporre per decreto che l’inglese resti la principale lingua di lavoro dell’Unione Europea (a meno di non voler fare la fine della Nigeria dove l’inglese è unica lingua ufficiale anche se in pochissimi la parlano). Questa evoluzione, diciamolo, è una buona notizia. L’Europa ha bisogno di uscire dalla subalternità culturale e politica verso il mondo anglosassone. Nell’era multipolare che si sta delineando all’orizzonte, aggrapparsi al mito dell’inglese “lingua franca” denota solo un atteggiamento nostalgico nei confronti dei bei tempi dell’unipolarismo post-1989. Babele sta tornando. Prepariamoci.
Stefano Castelli, s.castelli@infinito.it
(Da italians.corriere.it, 2/7/2016).

UE: dopo la Brexit, via anche l’inglese?

Tra gli effetti della Brexit ci sarà anche quello dell’”estromissione” dell’inglese come lingua ufficiale. Caso a parte l’Irlanda che ha due lingue (il gaelico e l’inglese, ma che tende a redigere i documenti ufficiali nella lingua madre d’origine). Porterà tutto questo ad una minore esternazione con termini inglesi o “globish”, come fatto quasi tutti i giorni dai nostri politici ed economisti?
Marcello Sassoli, msassoli@skynet.be

L’inglese è una ricchezza condivisa. Se nell’Unione Europea la eliminassimo come lingua ufficiale dopo l’uscita del Regno (dis)Unito, commetteremmo una grave errore.
(Da italians.corriere.it, 2/7/2016).

{donate}

 

 




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.