Lettere.

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Scambi semantici.

Caro Beppe, cari Italians, di senso dello stato, in Italia noi ne abbiamo a bizzeffe. A parole beninteso. Mi riferisco al famigerato “senso dello stato”, con cui fino a ieri tutti si gargarizzavano. Oggi molto meno invece, anche per l’apparizione sempre piu’ frequente del “senso delle istituzioni”, suo concorrente diretto. Espressioni entrambi fasulle, inesistenti nella lingua inglese – tanto ammirata dagli italiani – che invece celebra nel suo ricco dizionario il senso del dovere nei confronti del Paese e della gente comune da parte dei “civil servants” e dei cittadini tutti. Proporrei quindi uno scambio semantico: cedere loro un po’ del nostro ipertrofico senso dello Stato e delle istituzioni, ricevendo in cambio un po’ di senso della responsabilità e del dovere, ossia della “accountability” in genere. E – please! – che vi aggiungessero anche un pizzico di “national loyalty”, visto che nel mondo anglosassone, e soprattutto in quello americano, l’amor patrio non scatena timori di pericolose derive. In altri tempi avrei suggerito di offrire agli americani “i sacri valori della Resistenza”, espressione fino a ieri onnipresente nella penisola, oggi invece defunta. Ma dubito che l’avrebbero accettata, dal momento che i loro libri di storia presentano la liberazione dell’Italia dal male supremo come una loro esclusiva conquista. Con gli inglesi, suggerirei di fare il seguente scambio di detti: farsi dare da loro il marziale “Nothing to fear but fear itself”, in cambio del nostro: “Il coraggio uno non se lo puo’ dare”. Ai tedeschi potremmo chiedere di darci il loro “Insozzatore del nido” (“Nestbeschmutzer”), termine peggiorativo identificante un individuo il quale insozza il suo “nido”: la famiglia, la chiesa, la patria. Dando loro in cambio il “mi vergogno di essere italiano”, di cui potranno fare quello che vorranno.
Claudio Antonelli, c.antonelli@videotron.ca
(Da italians.corriere.it, 5/5/2016).

In caso di Brexit, quale lingua ufficiale dell’UE?

Caro Severgnini, che dice? Conservare la lingua inglese come una delle lingue ufficiali dell’Unione Europea in caso di Brexit? A favore: il latino è stato a lungo usato anche dopo la caduta dell’Impero Romano, ed è meglio redigere documenti nella lingua che il mondo conosce. Contro: se il confronto si basa sull’utilità, perché non rispolverare il francese o puntare sul tedesco?
Gianfranco Colombi , gianfranco.colombi@fastwebnet.it
L’inglese non s’è imposto per decreto e non se ne andrà per decreto: può starne certo, Colombi.
(Da italians.corriere.it, 14/5/2016).

Trasporti marittimi, confusione fra termini

Caro Beppe,
l’inglese questo sconosciuto!
Ormai da anni si sta discutendo su nuove norme per i controlli dei trasporti marittimi. Una delle regole che entrerà in vigore il primo luglio prevede una “nuova” responsabiltà (per chi esporta) legata alla esatta dichiarazione del PESO. L’onere di una tale attestazione, infatti, fa capo allo SHIPPER che, nella corretta traduzione italiana, è il MITTENTE (l’esportatore, il venditore, colui che SPEDISCE). Ci sarà poi un operatore del trasporto internazionale (lo SPEDIZIONIERE) che ci occuperà della gestione del trasporto. E tale figura, in inglese, si traduce FORWARDER. E’ possibile confondere lo SHIPPER con lo SPEDIZIONIERE? Pare proprio di sì, soprattutto se si usa Google translator e si lavora al Ministero dei Trasporti. Oggi, infatti, il Ministero ha diramato una circolare (firmata dall’Ammiraglio che comanda tutte le Capitanerie di Porto d’Italia) riportando la TRADUZIONE del testo inglese. Sbagliando tutte le volte che nel testo inglese appariva la parola SHIPPER, ostinandosi a tradurla con SPEDIZIONIERE. Così mentre in tutto il resto del mondo la RESPONSABILITA’ della dichiarazione del peso sarà di chi ESPORTA, in Italia (e solo in Italia) tale responsabilità sarà degli SPEDIZIONIERI. Ma in fondo noi siamo abituati agli errori di traduzione: anche il famoso CAMMELLO (quello che non può passare per la cruna di un ago), in effetti era una GOMENA (grossa fune usata per ormeggiare le barche). Sarà che quando si tratta di questioni MARITTIME l’Italia non è più un popolo di NAVIGATORI?
p.s.: un emerito professore che lavora al Ministero ha commentato l’articolo sul mio blog sostenendo che la traduzione sia giusta! Se volete farvi un’idea della discussione … ecco il link:
https://lanavedeisogni.wordpress.com/2016/05/06/linglese-questo-sconosciuto/
Paolo Federici, paolofederici@paolofederici.it
(Da italians.corriere.it, 14/5/2016).

È normale dare del tu a chiunque?

Caro Severgnini, ormai è normale dare del tu a chiunque! In televisione, in società, nei rapporti commerciali e di lavoro. Nella mail di una compagnia telefonica leggo: “TI informiamo … la TUA richiesta… il TUO abbonamento etc”. Personalmente mi può anche garbare. Ma l’educazione non vietava il tu, rivolgendosi a sconosciuti e anziani?
Umberto Gaburro, gaburroumberto@virgilio.it

Tema fascinoso: grazie Umberto. Prima ti racconto come mi comporto, poi ti dico cosa sta succedendo. In genere tendo a dare del lei a chi non conosco, a meno che sia un collega, mi ispiri simpatia o sia molto giovane. Sto attento a evitare il tu quando capisco che non può essere facilmente ricambiato. Trovo irritante – perfino offensivo – il tu dato a nuovi immigrati, personale di servizio, dipendenti. Cosa sta accadendo? Secondo me, questo. L’inglese ha invaso anche questo campo, in modo subliminale. Dare del tu a (quasi) tutti semplifica la sintassi e, forse, la vita. Questa “you-izzazione” della società italiana è evidente nei giovanissimi: hanno abolito il lei. Non per sciatteria o per arroganza; per comodità, forse. Mi è successo spesso, nelle scuole. Si alza una ragazzina di 16 anni e mi dice: “Tu che consiglio mi daresti..?”. Cosa devo fare? Dirle “Ehi tu! Dammi del lei!”. No, ovviamente. Sorrido, taccio, rispondo (e in fondo sono contento).
(Da italians.corriere.it, 14/5/2016).

Le annunciatrici e “la bergamasca”

Caro Beppe, so che tieni molto al corretto uso della lingua italiana: grammatica, sintassi, punteggiatura. Bene, potresti spiegare alle annunciatrici del TG 3 Lombardia la differenza che c’è fra l’aggettivo e l’aggettivo sostantivato? Infatti si ostinano a parlare di “la bergamasca” riferendosi a fatti che avvengono nella provincia di Bergamo, cioè nel bergamasco. Questo succede solo per Bergamo. Infatti non parlano mai delle “cremasca” o “bresciana” o “lodigiana” o “comasca”. Saluti,
Franco Bordogna, frabordogna@alice.it

A me “la bergamasca” piace, devo dire. Le Orobie possono essere molto femminili, non lo sai?
(Da italians.corriere.it, 30/5/2016).

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