Lettere.

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Generazione Erasmus: un inglese insufficiente.

Caro Beppe, qualche giorno fa sono stata di supporto a una commissione d’esame per l’assegnazione di una borsa di studio per finanziare un tirocinio all’estero. Punto fondamentale della prova orale naturalmente l’inglese, lingua in cui si è peraltro interamente svolto il colloquio. Trattandosi di ragazzi giovani, neolaureati, desiderosi di fare un’esperienza all’estero, ci saremmo aspettati un livello di inglese eccellente, e invece man mano che i candidati si susseguivano siamo passati dalle aspettative di eccellenza, a quelle di medietà, fino a quelle di passabilità. Alla fine un paio di candidati che si erano distinti nella prova scritta hanno dimostrato di cavarsela discretamente anche in inglese, seppure non ai livelli attesi. Concluse le prove, con gli altri membri della commissione abbiamo tirato le somme e ne è uscito un quadro davvero poco confortante, tanto più che si trattava di ragazzi appartenenti alla cosiddetta generazione Erasmus! Perciò mi chiedo: ma quanto dovremo ancora aspettare prima che gli italiani diventino non dico poliglotti, ma almeno sappiamo un inglese che li porti da qualche parte? Nel mio lavoro incontro continuamente italiani, di ogni età, ceto sociale, professione, che purtroppo non sanno l’inglese o che comunque non lo sanno a un livello accettabile. Se dobbiamo supporre che nel nostro paese i quarantenni parlino l’inglese come il nostro presidente del Consiglio, i trentenni o giù di lì come i candidati al concorso di cui sopra, i liceali come i compagni di classe di mia figlia, la maggior parte dei quali, pur frequentando un liceo linguistico, non va oltre le misere tre/quattro curricolari, non rimane che da sperare nelle nuove generazioni! Beppe, so che tu hai da sempre a cuore questo argomento, ma mi sento di ribadirlo ulteriormente. Cari ragazzi, mettetevelo in testa, il mondo parla inglese, e se non volete restare tagliati fuori, se volete competere, che vi piaccia o no, dovete impararlo e anche bene! Cari saluti,
Elena Scimìa, e.scimia@email.it
(Da italians.corriere.it, 3/4/2016).

Doppiatori: inflessione dialettale e stessa cadenza

Caro Beppe, abbiamo avuto dei doppiatori impareggiabili in Italia. Eddie Murphy diceva che chi gli dava la voce nei film italiani era molto piu’ bravo di lui. Non e’ piu’ cosi’. Tutti i doppiatori e doppiatrici parlano senza inflessione dialettale e con la stessa identica cadenza. Tanto che (ho provato e ho fatto provare) ad occhi chiusi, dopo un po’, e’ impossibile distinguere fra le voci di due uomini o due donne che fanno conversazione. il modo in cui si esprimono e’ altamente improbabile, soprattutto nei momenti di rabbia e di paura. La cosa ancora piu’ triste e’ che la stessa inflessione, magari con voci in falsetto o camuffate, si ritrova anche nei cartoni animati. Si e’ tutto appiattito come del resto e’ successo per quasi tutto il cinema e TV negli ultimi 20 anni. Forse chi vive in Italia non se ne rende conto. Come quando vedi un bambino tutti i giorni e non ti rendi conto di come cresce. Devo dire che la qualita’ della recitazione di alcune pubblicita’ e’ di gran lunga superiore a quella di molti film doppiati e non.
Fabrizio Leonardi, fabphila@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 3/4/2016).

Neodimio e lantanio: neologismi, insulti o terre rare?

Caro Beppe, neodimio, lantanio, cerio, erbio, europio, terbio, disprosio, praseodimio, ittrio, gadolinio: non sono neologismi del gergo giovanile o improperi volati a Montecitorio durante una delle tante diatribe tra fazioni politiche avverse. Sono le cosiddette terre rare, elementi chimici che inconsapevolmente utilizziamo in modo indiretto nella nostra quotidianità.
Gli hard disk dei nostri pc, le batterie delle auto ibride e quelle di cellulari e smartphone, luci di studi televisivi e proiettori cinematografici, trapani a batterie, schermi piatti TV, cavi a fibre ottiche, magneti, generatori eolici e idroelettrici, lampadine a fluorescenza, risonanza magnetica : ecco dove troviamo tali elementi. Il ricorso ad essi sarà sempre più consistente: e forse anche per questo la Cina , che detiene il primato con oltre la metà delle risorse mondiali, è destinata a diventare il paese leader in campo economico.
Mauro Luglio, mauromati@tiscali.it
(Da italians.corriere.it, 4/4/2016).

A che serve scimmiottare l’inglese di Londra?

Caro BSEV, oggi si parla molto inglese, e molti messaggi sono ripetuti sia in lingua locale che in inglese. Per esempio, gli avvisi in aeroporto o nelle stazioni oppure i messaggi in metropolitana. Secondo me, però, è sbagliato pronunciarli sfoggiando un perfetto accento londinese, cioè pronunciando le vocali in maniera indistinta, pronunciando in modo particolare la “t”, o parlando troppo veloce. Infatti, lo scopo dei messaggi non è di sfoggiare una pronuncia inglese impeccabile, ma di farsi capire dal maggior numero possibile di persone e turisti che parlano lingue diverse (spagnoli, giapponesi, francesi, russi…), tra i quali gli inglesi sono una minoranza.
Per esempio, io parlo decentemente l’inglese, ma quando sono stato recentemente in Grecia non capivo neanche la metà di quello che diceva l’annunciatrice dell’aeroporto. D’altra parte, mi sembra ridicolo sentir dire, nella metropolitana di Roma, “chrein ciu Laurentina, next stap Piramide”. Per farsi capire da tutti esiste l’inglese internazionale, che si usa nei convegni, in hotel etc … e non serve a niente cercare di sembrare londinesi.
Luigi Lenzini, luigilenzini@fastwebnet.it

Vero. Ma per essere comprensibili non si può nemmeno pronunciare l’inglese alla romana, alla milanese o alla fiorentina.
(Da italians.corriere.it, 10/4/2016).

Il doppiaggio in TV

Cari Italians, vorrei fare alcune osservazioni riguardo alla questione del doppiaggio. Teoricamente, il dilemma se trasmettere i film in versione originale o no è un problema superato: non solo, infatti, col doppio audio e il televideo, è tecnicamente possibile scegliere la versione che si preferisce (italiana, inglese, sottotitolata) ma già da diversi anni le principali reti italiane (Rai, Mediaset e Sky) fanno ricorso a questa possibilità. Potrebbero certo fare di più (come fornire il televideo coi sottotitoli anche sul digitale terrestre); potrebbero, al limite, considerare la versione originale quella principale e la doppiata quella alternativa. Tuttavia, per non cadere nel luogo comune esterofilo degli italiani come unico popolo di doppiatori al mondo, bisogna riconoscere che anche le TV francesi (inclusa una rete culturale ed elitaria come ARTE) non vanno al di là del doppio audio e che i numerosissimi canali tedeschi, pubblici o privati che siano, non offrono neanche quello. Solo che la nostra televisione, se per sbaglio fa qualcosa di valido, se ne vergogna e non lo pubblicizza, mentre si mostra sempre premurosa quando si tratta di ricordare al pubblico il Festival di Sanremo o l’Isola dei Famosi. Devo aggiungere che, a differenza di altri lettori del forum, non sono un sostenitore dei film esclusivamente in versione originale. È vero che il doppiaggio toglie qualcosa ai film e ha incoraggiato la pigrizia linguistica degli italiani, ma due meriti gli vanno riconosciuti. Ha consentito a persone come mia madre, che ha licenza elementare e non conosce una parola d’inglese, di apprezzare i film di Billy Wilder ed Elia Kazan; e ha reso possibili quelle coproduzioni con cui il cinema italiano, nei suoi anni d’oro, ha arginato la concorrenza americana. Chi sarebbe andato a vedere un “Gattopardo” col principe che parla in americano e Tancredi che gli risponde in francese?
Angelo Cappelli, cappelli_angelo@alice.it
(Da italians.corriere.it, 14/4/2016).

Dite ministra e notaia, please!

Cari della redazione di “Italians” o tu Beppe, tirate voi le orecchie ai colleghi redattori del “Corriere” riguardo al titolo “ministro”, che si può tranquillamente declinare al femminile? Ogni tanto spunta la solita campagna a favore della forma femminile di molti sostantivi del mondo del lavoro; ne ha parlato approfonditamente anche la redazione de “la 27 Ora”. Però voi del “Corriere” continuate ad “oscillare” tra le due forme. Ogni tanto usate “ministra”, ogni tanto no. Sapete benissimo che continuare ad usare nomi maschili per una donna porta ad abbinamenti stridenti (e grammaticalmente scorretti!!) del tipo “il ministro incinta”, “la bellissima notaio”. La grammatica italiana consente di dire “ministra” e “notaia”, per esempio, da molto tempo: ragioniamoci sopra e cominciamo per favore a consentirle anche al nostro buon senso. Cari saluti,
Carlotta Rainoldi, carlotta.rainoldi@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 19/4/2016).

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