Lettere.

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Lettere al direttore Silvia Grilli.

Cara Silvia, sono architetto da 18 anni. Si fa sempre fatica a farsi valere, a essere credibili in un lavoro che è sempre stato solo maschile. Ma penso che avrei molta difficoltà a impartire indicazioni se malauguratamente qualcuno mi apostrofasse come “architetta”. Diamo un taglio a queste stupide deviazioni linguistiche, come se la parità tra i sessi potesse essere liquidata da una parola al femminile. Sono al 100 per cento dalla tua parte, caro direttore, quando ti rifiuti di farti chiamare direttrice. E’ brutto, è ridicolo come architetta. Email di Giusi Valdani

Gentile direttrice, credo che il fatto che a molte donne non piaccia essere chiamate direttrici, rettrici, ambasciatrici, preferendo quello che lei ha definito il presunto neutro, non sia tanto legato alla gradevolezza del termine, ma a una scarsa autostima e capacità di autolegittimazione nello svolgere ruoli apicali che ci fanno sentire protette dal ricorso al maschile. Chiamerebbe mai una maestra “signor maestra” senza cadere nel ridicolo? Email di Carmela Covato

“Cara Giusi, condivido. L’Italia è un Paese sessista e un’ “architetta” viene percepita diversamente rispetto a un “architetto”, come se progettasse le case in modo differente. Cara Carmela le assicuro che ho imparato a credere in me stessa e non soffro di scarsa autostima. Quelle di maestra o anche infermiera sono professioni che sottintendono propensioni considerate femminili come l’accudimento, e perciò molto ben accettate.
(Da Grazia n. 34, 19/8/2015).

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