Lettere dicembre 2016.

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Quell’orrendo accento dell’American-English.

Caro Severgnini, lei ha imparato l’inglese a Londra (anche con l’aiuto di qualche inglesina volonterosa, dica la verità) e l’ha perfezionato negli anni viaggiando in tutto il mondo anglosassone. Io l’ho impar… pardon “studiato” a scuola e perfezionato (eufemismo…) con: corrispondenti anglo/americani, un tempo cartacei e da una decina d’anni virtuali (email, skype); letture ed ascolti radio-disco-televisivi, per almeno 50 anni.
Ebbene, vorrei il suo parere sull’accento dell’American-English. A me pare francamente orrendo, ma forse dipende dalla mia scarsa cultura in materia o dal mio orecchio poco allenato. Con YouTube, da qualche anno, ho potuto ascoltare quelle lezioni di pronuncia anglo-americane in parallelo: opinione confermata. Cordialmente,
Roberto Marcucci, robimarcucci@gmail.com

A me piace. A dire il vero, gli accenti mi piacciono tutti. Forse perché mi piace il mondo, e nessun suono mi riporta odio o antipatie?
(Da italians.corriere.it, 10/12/2016).

I pronomi e lo spettro del “gender”

Caro Beppe, vedo che il “trend” (come dite in Italia) ha varcato l’oceano ed e’ arrivato ad Oxford. Non si possono piu’ usare pronomi basati sul maschile e femminile ma occorre adottare il pronome scelto dall’interlocutore: nel caso di Oxford viene proposto “ze/zir” (zir sarebbe il possessivo), ma in America – USA e Canada – ci sono molte variazioni sul tema: si propone l’uso del plurale (they) o altri esercizi di neolingua: “zhe” (o “ze”), “zher(s)” (o “zer” o “zir”), “shi”/”hir”, e “zhim” (o “mer”) per “he o she”, “his o her(s)”, e “him o her”; ‘self (per himself/herself); e hu, hus, hum, humself (invece di s/he, his/hers, him/her, himself/herself). Visto che le autodefinizioni sullo spettro del “gender” ammontano ormai a varie dozzine, e’ legittimo attendersi che ciascuna autodefinizione pretenda il suo corredo di pronomi e aggettivi. In svariate universita’ si richiede ormai, all’inizio di ogni discussione, che ciascuno “dichiari i suoi pronomi”. Cosi’ pure nei documenti ufficiali. Uno studente ha ufficialmente richiesto che nei documenti universitari venga chiamato “Sua Maesta’”. L’universita’ – University of Michigan at Ann Arbor – ha dovuto accettare. Le leggi e i regolamenti locali hanno cominciato a proteggere queste pratiche, rendendo il rifiuto di usare tali pronomi “Hate Crime”, ovvero crimini d’odio perseguibili penalmente. Il caso piu’ rinomato, oggi come oggi, e’ quello di un docente dell’Universita’ di Toronto, Jordan B. Peterson, che sta rischiando la cattedra, una salata multa e forse la galera, per essersi pubblicamente rifiutato di usare la neolingua. Poi leggo che in Italia qualcuno, anche tra i politici – si ostina a dire che il problema del gender e’ una invenzione di una minoranza omofoba. Il fatto e’ che accettare o meno il dato di realta’, la biologia, la genetica, ha importanti effetti antropologici, filosofici, religiosi, sociali e politici. Occorrerebbe forse parlarne in modo approfondito e appropriato.
Stefano Colombo, stfclm@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 17/12/2016).

Il neologismo “Sindaca”

Caro Beppe, vedo che hai adottato il neologismo “Sindaca”. Per me fai male: a parte che dar retta alle scemenze radical-chic di per sé vuol dire rinunciare a un po’ di autonomia intellettuale, e quindi è meglio non accomunarvisi: si inizia così e poi ci si ritrova a usare il pronome “ze” o “they” con chi lo chiede, anziché con una scusa appartarsi e chiamare la neuro al telefonino.
Tuttavia non ho niente in contrario ad usare il femminile delle professioni, cosa che infatti è comune da prima che le piccole guerriere della giustizia sociale e del portafogli pieno, fuorché per il fatto che – dato che le femministe, oltre che essere tali sono anche femmine e quindi portano all’estremo la rompiscatolesca petulanza di certuni membri (o dovrei dire “certune membre”?) del loro sesso – dà loro fastidio il suffisso in – essa. E quindi, con buona pace di quelle che si equiparano a Nostra Signora continuerò a dire avvocatessa.
Mentre per le cariche pubbliche il discorso è diverso. Si tratta appunto di incarichi, che si rivestono e si dismettono. Chi li riveste incarna una funzione ordinamentale, alla quale deve prestarsi con lealtà e abnegazione, non qualcosa che possiede. È per questo che declinare le cariche al femminile piace tanto a molti politici. Perché rispecchia l’inconscia idea mafiosetta che gli incarichi siano “cosa loro”.
Giuseppe Scalas , g_scalas@mail.com

Se la lingua italiana dispone del genere femminile (ereditato dal latino), perché non utilizzarlo? Direttrice, professoressa, ambasciatrice, avvocata, magistrata, sindaca. Comunque, deciderà l’uso: non Scalas o Severgnini. L’uso delle donne, ovviamente. Riguarda loro, no?
(Da italians.corriere.it, 19/12/2016).

Polemiche lessical-sessiste: ma vince sempre lei!

Caro Beppe cari Italians, le polemiche lessical-sessiste non mi hanno mai particolarmente attratto; ma noto che stanno assumendo sempre più rilevanza. Non è solo una bandiera della presidenta (o presidentessa?) Boldrini, non è solo replica stizzita del presidente (emerito) Napolitano. Ne parla Scalas (“Il neologismo “Sindaca”, http://bit.ly/2hAiNCm ), rispondi tu, Beppe. Nel mondo anglosassone stanno dibattendo riguardo il “sessismo” di parole come His-tory (storia “implicitamente maschile”) da sostituire con Her-story (storia coniugata al femminile). Faccio fatica a comprendere la portata di questa battaglia, ma ne prendo atto. Colgo invece un aspetto frequente nel linguaggio volgar-popolare italico. Provo, come un funambolo (pena censura di TEX), a rimanere sospeso alla disquisizione semantica senza troppo concedere al turpiloquio. Nel linguaggio parlato (ormai da tutti), noto quanto sia dispregiativo e di accezione negativa tutto ciò che è legato al termine indicante l’organo sessuale maschile. Di converso l’uso metaforico (o direttamente la sineddoche) della parola riguardante l’organo sessuale femminile ha sempre accezione positiva. Fateci caso. Nell’uso a mo’ di sineddoche dell’espressione “guarda che gran bella f..a che arriva”, andiamo ad indicare una donna avvenente e di gradevole aspetto; tale per cui si arriva alla metaforizzazione che qualunque “cosa/azione” bella è una f..ata. Diametralmente opposta è una c…ata. Sempre accezione negativa e dispregiativa se indichiamo un uomo come un c…one. Non ci aiuta ricorrere al maschile/femminile di grammaticale analisi, per definire spregio o apprezzamento. Dialettalmente in Sicilia l’organo maschile viene grammaticalmente “femminilizzato”; ma continua ad avere semantica “negativa”. “Non capisci una beata m..chia – Sei una testa di m..chia”. Insomma, non sono in grado di valutare l’importanza dell’argomento, anche perché in molti mi potrebbero rispondere con romanesca espressività “Estiquatsy, nun ce li metti?”, che grazie a Lillo & Greg ha ottenuto risonanza nazionale; ma anche in questo caso si ricadrebbe nell’autoreferenzialità. Stat rosa pristina nomine; nomina nuda tenemus. Buon Natale,
Matteo Zambelli , teozambo69@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 20/12/2016).

La Fedeli e la laurea che non c’è

A me sembra di essere un marziano. In Italia abbiamo appena nominato un Ministro della Pubblica Istruzione che ha palesemente mentito.
A me che la Fedeli sia laureata o no non interessa, ma mi sembra che mentire e ammetterlo solo dopo essere stati scoperti richieda immediate dimissioni. Forse vivendo all’estero sono abituato ad altri comportamenti, ma che razza di qualità può avere una persona che colta in flagranza non si vergogna neppure? Mi sembra scandaloso, ma per i giornali sembra una roba veniale.
Daniele Vecchi , Vecchidv@gmail.com

Non è veniale, ma eviterei la fucilazione morale sommaria. Ricordiamoci che anno è stato il 2016, e che presidente hanno eletto negli USA. Evitiamo ipocrisie. Gli standard pubblici sono cambiati (purtroppo).
(Da italians.corriere.it, 20/12/2016).

Se è offensivo chiamar ciechi i ciechi

Buongiorno Beppe,
la nostra lingua offre una ricchezza inimitabile, vi è di tutto e di più. Negli ultimi decenni però oltre a ridurre la sua conoscenza allo sciatto linguaggio televisivo abbiamo inventato l’inversione delle definizioni. Appellare qualcosa o qualcuno per ciò che non è appare ridicolo, ma soloni e tuttologi hanno stabilito che è offensivo chiamar ciechi i ciechi, sordi i sordi etc. Così ora abbiamo i non vedenti, i non udenti e via coglionando.
Un cieco sarà offeso dalla presenza di barriere e dalla mancanza di educazione, non di essere chiamato cieco. E forse si sentirà anche un pò preso in giro dalla definizione non vedente. Per non parlare dei cartelli in quei luoghi (aeroporti etc) dove bisogna che siano anche in inglese: leggere l’indicazione “diversamente abili – handicapped” rende la misura del ridicolo. Si’, perchè questa malattia delle definizioni è tutta italiana.
Ma non basta: poichè al peggio non c’è fine abbiamo aggiunto alla galleria anche la sindaca, la ministra ed altre definizioni rispettose del gentil sesso secondo i disturbati mentali che le hanno partorite. A questo punto, per non infrangere la legge sulla parità di genere, bisogna adeguarsi anche in senso opposto: via libera quindi al pediatro, il farmacisto, il piastrellisto, il camionisto etc. Ma che vadano a… spazzare il mare con la scopa!
Alfio Vasta, alphajonio@gmail.com

Vasta è la tua insensibilità, Alfio. La “correttezza politica”, certo, può diventare snervante e grottesca; ma spesso certe attenzioni linguistiche sono soltanto una dimostrazione di educazione e sensibilità. Se perdessi la vista, saresti contento d’essere chiamato “cieco”? Magari preferiresti “non vedente”. Un disabile e i suoi familiari – ne sono sicuro – preferiscono questo termine; il ragazzo non è contento di essere chiamato “handicappato”. Una persona con la pelle scura non vuole sentire una parola come “negro”, sporca di sfruttamento e di sangue. Tutti costoro hanno il diritto di decidere come essere chiamati. Non tocca né a te né a me.
Per il resto, sorvoliamo. Solo una cosa: “po’” si scrive con l’apostrofo. Ecco: quell’accento è proprio una cosa brutta, visto che parliamo di lingua italiana.
(Da italians.corriere.it, 21/12/2016).

Pronomi e gender: guardate che è una bufala

Caro Beppe Severgnini, la lettera pubblicata sabato scorso di don Stefano Colombo (“I pronomi e lo spettro del “gender”, http://italians.corriere.it/2016/12/17/48023/ ) riporta una notizia falsa. La smentita della notizia è arrivata pubblicamente sia dall’università Oxford che dal sindacato degli studenti. Questi i link delle due smentite:
https://ousu.org/news/article/6013/OUSU-Statement-The-Use-Of-Gender-Neutral-Pronouns –
https://www.theguardian.com/education/2016/dec/13/oxford-student-union-denies-telling-students-to-use-gender-neutral-pronoun –
Dare seguito alla circolazione di notizie false è uno dei problemi principali del web ed è uno dei problemi principali delle persone omosessuali in quanto costantemente tenute sotto scacco attraverso la continua pubblicazione di notizie false rilanciate dai siti integralisti che così le fanno diventare vere (come la spaventosa bufala di una teoria gender non teorizzata da nessuno se non dai siti integralisti).
Credo sia doveroso dare evidenza che quanto riportato nella lettera di don Stefano (un fatto e non un’opinione) è falso altrimenti anche “Italians” diventa complice del sistema dei siti integralisti del rilancio di notizie false a scapito delle persone omosessuali.
Paolo Amore, solo_pensieri@yahoo.it

Don Stefano, qualcosa da dire? Un sacerdote dovrebbe rispondere, quando Amore scrive.
(Da italians.corriere.it, 21/12/2016).

“Anche a me ha stupito…”? Il mio stupore è grande

Leggo con stupore nella sua risposta ad un lettore: “Anche a me ha stupito…”. Il mio stupore è grande quanto il suo anche se diversamente motivato: il verbo stupire è un verbo transitivo. Non si dice che un certo fatto ha stupito “a me”. Purtroppo nel parlare di molti personaggi della televisione ha preso piede l’uso di aprire il discorso con un “A me” senza fare attenzione al verbo che segue. Si può dire “A me piace”, ma non si può dire “A me colpisce”. Anche “colpire” è transitivo. Perciò va bene dire “Mi colpisce”, come “Mi stupisce”. Quando eravamo alle elementari ci si insegnava che “A me mi” non si dice. Ma questo non significa che l’errore sia sempre nel “mi”. Dipende dal verbo che segue. E in fondo se dicessi “Anche a me mi stupisce” almeno la seconda parte della frase sarebbe corretta. E allora? Anche la distinzione tra verbi transitivi e intransitivi va messa in cantina come l’uso del congiuntivo? La verità è che voi personaggi pubblici, soprattutto voi abituali frequentatori della televisione, non vi rendete conto della grande responsabilità che avete nella diffusione di certi modi di parlare e assai spesso cedete alla tentazione di un certo snobismo linguistico nel quale talvolta si insinuano veri e propri errori grammaticali e sintattici. Ricordo i primi anni del servizio televisivo, quelli in cui la TV fu il mezzo più potente ed efficace della diffusione dell’italiano e dell’unificazione linguistica del paese. Non mi sembra che oggi si faccia altrettanto: perchè tanti anglicismi ? Perchè tante formule da iniziati (tipo “2.0”)? E perchè tanto poco rispetto per la bella lingua italiana ? Almeno lei non mi deluda. Con simpatia,
Vincenzo Schiavone, schiavone_vincenzo@fastwebnet.it

Distrazione. Grazie, correggo. L’accusa di “snobismo linguistico” e “poco rispetto per la lingua italiana” è però ingenerosa. Mi sembra di parlare e scrivere chiaro. O m’illudo?
(Da italians.corriere.it, 23/12/2016).

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