Lettere gennaio 2017 .

Posted on in Politica e lingue 21 vedi

Sindaca? Decida la Crusca.

Egregio Severgnini, Italians, a me sembra una questione di lana caprina: è inevitabile che l’abitudine all’orecchio e nella parlata faccia sembrare per lo meno strano SINDACA, MINISTRA, etc – ma tant’è. Se la diatriba non avrà fine, forse l’Accademia della Crusca potrebbe con spiegazione ad hoc, far digerire la nuova terminologia a coloro che non la accettano.
Enzo Lorenzini, info@lorma.it
(Da italians.corriere.it, 6/1/2017).

UK: i migranti e l’obbligo di imparare la lingua

Gentile Beppe, vivo in Inghilterra da circa 20 anni. Vorrei commentare la recente proposta, una delle tante avanzate in questi giorni confusi e concitati post Brexit, di un gruppo di parlamentari britannici che sostengono l’esigenza che i migranti debbano imparare la lingua inglese prima del loro ingresso nel Regno Unito o debbano frequentare, al loro arrivo, classi obbligatorie di lingua inglese. La motivazione di tale proposta viene fatta risiedere nel fatto che la conoscenza della lingua e’ considerata elemento chiave per una effettiva integrazione ed una piena partecipazione alla vita sociale ed economica del Regno Unito.
Tale motivazione, se ritenuta di per se’ in qualche modo condivisibile, dovrebbe però, allora, trovare il suo equo corrispettivo nella esigenza di richiedere la conoscenza della lingua del luogo ai cittadini del Regno Unito che si spostino in un altro Stato. E qui potrebbero cominciare i dolori perché la diffusa opinione, su cui a volte scherzano loro stessi, sulla poca predisposizione britannica ad imparare le lingue (o pigrizia avallata da non necessita’, dato che il resto del mondo si sforza comunque di imparare l’inglese) corrisponde effettivamente alla realtà. Ho conosciuto cittadini britannici che hanno vissuto e lavorato per anni all’estero, ad esempio in Francia, e hanno imparato poco o nulla della lingua del luogo, perché all’interno delle aziende per cui lavoravano molti parlavano l’inglese.
Stessa situazione in Spagna, in quelle sorte di piccole enclavi britanniche costituite quasi su misura per se. E viene da chiedersi che scombussolamento si determinerebbe se fosse preliminarmente richiesto loro la conoscenza della lingua del posto. Perché, seppure la tendenza a non imparare la lingua del luogo e a precludersi, in questo modo, una piena conoscenza del Paese ospitante non sia esclusiva dei cittadini britannici, mi sembra proprio che la proposta avanzata dai parlamentari britannici sia molto del tipo “Predico bene e razzolo male”.
Roberta Gallus Copuroglu, robertagallusco@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 8/1/2017).

“Ministra”: suona male, poi ci si abitua

Caro Beppe, Sgarbi ha preso pesantemente in giro la “Boldrina” (Laura Boldrini) che si batte perché gli italiani usino il femminile di certi sostantivi. Anche Napolitano si è espresso con tono perentorio contro “ministra” e “sindaca”. La giornalista Monica Lanfranco ha reagito tenendo il solito discorso femminista basato su vittimismo e complottismo: gli uomini riescono ad accettare questi “ruoli relativamente nuovi per le donne, funzioni di potere, mansioni che rimandano simbolicamente all’autorevolezza” solo cancellando “il corpo femminile che li incarna”. Alla base di questa ostinata reticenza ad adottare le varianti femminili vi è invece, secondo me, la tirannia del “Suona male!”: È vero: il femminile di certe professioni produce un suono ostico. Ma solo all’inizio… poi l’orecchio si abitua ai nuovi suoni… Tantissimi femminili sono infatti consacrati dall’uso: scrittrice, pittrice, infermiera, biologa… Per altri si continua ad usare solo il maschile: sindaco, notaio, deputato, ministro, assessore, ferroviere. Per giustificare questa reticenza ad accettare i “femminili professionali” alcuni sostengono che i sostantivi in questione sono “neutri” e che quindi sono da usare per entrambi i sessi. E in realtà in alcuni casi questi termini sono impersonali, quindi se vogliamo “neutri”. Ma non in tutti i casi. Le verginelle italiche le cui caste orecchie rifiutano l’entrata nel padiglione di questi suoni terminanti in “a”, accettano invece, godendo, che nello stesso pertugio entrino in massa gli sgangherati suoni di un inglese mal parlato e mal capito. E l’effetto di questa apertura al suono diverso – un “diverso” da amare perché “straniero” – è di castrare la nostra lingua di termini perfettamente validi, rimpiazzati dal loro corrispettivo inglese. È insomma un fiasco – anzi un “flop” – su tutta la linea. Ma per gli italiani è come vincere l’intero montepremi, anzi l’intero “jackpot”. Un “jackpot” molto simile per contenuti a “the pot”, ossia a un pitale.
Claudio Antonelli, onisip@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 9/1/2017).

“Avvocata” è corretto, lo dice la Crusca

Carissimi, nelle lingue flessive esiste una radice e una desinenza, ovvero le parole vengono declinate. L’italiano, come il latino, è lingua flessiva. L’inglese, invece, è lingua caratterizzata da numerosi tratti “isolanti”, ovvero declina pochissimo. Non scrivere “avvocata” (perché suona male) è come arrendersi all’inglese, alla sua struttura grammaticale che non declina. Già assistiamo all’invasione dei termini inglesi, ci dobbiamo arrendere anche alla loro struttura grammaticale? Scrivere “avvocata”, declinando, vuol dire richiamarsi al latino, che declina. “Eia ergo, advocata nostra” (“Orsù dunque avvocata nostra”) risuona da sempre nelle nostre chiese. L’italiano è lingua geniale e incisiva: pensate, con una sola parola, “avvocate”, tramite la desinenza “e” , mi informa che sto parlando di più persone, di sesso femminile. Perché privarci di questa struttura grammaticale, chiara e sintetica? La Crusca sostiene la declinazione dei termini maschili e femminili, come previsto dalla grammatica italiana ( http://www.accademiadellacrusca.it/it/tema-del-mese/infermiera-s-ingegnera ). P.s. Non capisco quelli che difendono a spada tratta il latino, si lamentano dell’ingerenza dell’inglese, e poi si stracciano le vesti se sentono “avvocata”. Sono incongruenti.
Cristina Fossati , miosotis@hotmail.it
(Da italians.corriere.it, 11/1/2017).

Si dice “loro”, non “gli”!

Buongiorno, estraggo dall’articolo di fondo del Corriere “Le sentinelle della democrazia” ( http://bit.ly/2iXdwoQ ) la frase seguente. “Parlate con amici negli USA. Scrivetegli. Chiedetegli dei loro figli e nipoti”. Bene, io apprezzo il contenuto dell’articolo e lo condivido, per quel poco che vale il mio giudizio. Ma non condivido gli errori di grammatica, anche se, ormai, comuni.
La prego la prossima volta di usare “loro” invece di “gli”. “Scrivete loro”, non “scrivetegli”. Senza voler insegnare ad arrampicare all’illustre “gatto” che firma l’articolo mi permetto di ricordare che si usa il termine loro, rivolgendosi a un gruppo di persone a cui singolarmente ci si rivolge col lei, ci si rivolge col voi ad un gruppo di persone a cui singolarmente si da del tu. Anche se ai miei singoli amici americani mi rivolgo col tu, in questo caso però, se mi rivolgo al gruppo, userò il loro. Ovviamente questo non può essere un rimprovero, ma un invito a una penna molto letta a divulgare un italiano corretto. Con stima,
Carlo Bisio, CARLO.BISIO@TELETU.IT

“Gli” ha ormai sostituito “loro”. Non lo dico solo io. Lo diceva anche il grande Tullio De Mauro. Mi creda, caro Bisio: solo un ectoplasma del XIX secolo avrebbe potuto scegliere “Scrivete loro”, in quel passaggio del fondo. Sono stagionato, ma non a questo punto.
(Da italians.corriere.it, 20/1/2017).

Io uso sempre “ho detto loro…”, e voi avete torto!

Beppe, mi scuserai, ma io uso sempre “ho detto loro…” senza farci caso e senza sentirmi un ectoplasma (“Si dice “loro”, non “gli”!”, http://italians.corriere.it/2017/01/20/49773/ ). Anzi, riflettendoci, lo trovo decisamente elegante, in un mondo dove l’eleganza e la correttezza sono ormai appannaggio di pochi. Ed in questo caso eleganza e correttezza non costano neanche un centesimo. Non ci sono scuse. Io no, non voglio partecipare a questa discesa ultra-pop, dove l’errore, se collettivo, è eletto a norma. Sarebbe come darla vinta all’ignoranza. È un resa. Complice l’Accademia della Crusca. Ma il fenomeno non è solo letterario. Il mondo è diventato pop, global, consumer. I mediocri governano, dettano le loro leggi (non solo quelle grammaticali – magari) e dominano i migliori nelle arti, nell’industria, in economia, in politica… Il marketing è diventato il loro strumento di persuasione per convincere i più resistenti ad accettare il peggio, tanto, così accettan tutti. Io sono ottimista: questa fase discendente non durerà per sempre (Trump secondo me è il limite inferiore dal quale non si può che risalire). E durerà ancora meno se facessimo tutti un piccolo sforzo per dire: “Ci sono anch’io e so che quel che dici/fai/pensi è sbagliato. Foste anche un miliardo, avete torto”. A proposito, io dico “scandire” quando effettuo una “scansione”. Il verbo c’è, dunque lo uso. Si può scandire il tempo e lo spazio (i trascendentali kantiani), in elementi discreti: nel caso dello spazio, in milioni di pixel colorati. E quando sento dire “scannerizzare”, mi si drizzano i peli delle braccia. E i neuroni. Ed eccomi qui a scrivere (se volete un destino migliore, bisogna che vi rimbocchiate le maniche). Saluti.
Luca Perini, blogsfere@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 21/1/2017).

E mio padre che diceva “arrivederla”?

Caro Seve, il signor Perini mi trova d”accordo sul tema dell’eleganza nella lingua (“Io uso sempre “ho detto loro…”, e voi avete torto!”, http://bit.ly/2iXdGJD ). Aggiungerei che il “loro” e le altre particelle personali entrano in un tema di coerenza con lo stile. Mio padre, se fosse vivo avrebbe 88 anni, mi ha insegnato a dire “arrivederla” a coloro i quali erano destinatari di uno stile comunicativo di “distanza”, cioé “lei”. Nella sua enoteca mi diceva: se ti rivolgi a un cliente “buongiorno come posso aiutarla?” quando se ne va, dirai “arrivederla” non “arrivederci”. Come ci sono diverse forme narrative, leggi come se scrivo una pagina di diario, comincerò con la data e caro diario, ci sono le preposizioni personali che supportano la relazione comunicativa scelta. Siamo ormai liberi, in particolare nella forma orale, di passare in pochi secondi al tu (mio padre scherzando diceva “arriverci si dice se vi date del TE); tutto sommato quando si mantiene la distanza del lei è anche bello – ed elegante – farlo fino in fondo. Arriverci Seve, arrivederla signor Perini, arrivedervi italians!
Elena Balzaretti, elena.balzaretti@me.com
(Da italians.corriere.it, 22/1/2017).

Filosofia della lingua inglese

L’inglese è usato come prima lingua da centinaia di milioni di persone e parlato correntemente come seconda da molte altre. E’ la lingua ufficiale del sistema internazionale di controllo del traffico aereo, lingua veicolare della scienza e della tecnologia, viene usata nelle organizzazioni internazionali. E’ considerata da molti come una lingua franca, non riflette cioè i valori culturali specifici delle comunità nazionali in cui ha avuto origine, una lingua culturalmente neutra quindi. Invece si potrebbe dire che l’inglese sia impregnato di valori culturali: ad esempio la coppia di aggettivi fair/unfair non ha equivalenti in nessuna altra lingua, il termine “fairness” si riferisce al rispetto delle regole più che alla qualità morale intrinseca al risultato dell’azione, in tale termine si concentra un’intera filosofia morale e politica tipica del mondo anglosassone. Vi sono poi regole della conversazione tipiche di certe comunità più che peculiari della lingua stessa: come le forme di cortesia diffuse anche tra parenti o amici (thank you, please, would you please, could you) sembrano affettate agli occhi dei non britannici, chi mai si sognerebbe di dire ”vorresti essere così gentile da passarmi l’acqua” al posto di un meno formale “passami l’acqua”. O il culto della precisione (non si dice “tutti” quando ci si dovrebbe limitare a “molti”) o la differenza tra conoscenze e opinioni: l’intercalare “I think” è molto più diffuso dei suoi equivalenti termini di altre lingue. Nella lingua inglese vi sono termini che non hanno un corrispondente univoco in italiano. Ad esempio non esiste un corrispondente per “fair”, che a seconda del contesto può significare onesto, corretto, equo,leale. Ogni lingua incorpora nel proprio lessico esperienze storiche e filosofiche, concezioni del mondo: probabilmente molti di coloro che parlano inglese non vivono secondo gli schemi culturali anglosassoni. Può capitare di parlare inglese accorgendosi di parlare in modi che riflettono atteggiamenti o stili di pensiero diversi dai nostri. Noi di madrelingua non inglese possiamo indossare una maschera linguistica come potremmo indossare il costume tradizionale di un altro paese.
Mauro Luglio, mauromati@tiscali.it
(Da italians.corriere.it, 30/1/2017).

{donate}




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.