Febbraio 2017 – Lettere

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Analfabetismo di ritorno: studiare i classici.

Caro Beppe, leggiamo che molti cattedratici protestano perchè gli studenti universitari hanno una scarsa conoscenza dell’Italiano; del resto, una recente statistica europea e non dell’ISTAT (quindi con qualche possibilità di essere attendibile) ci metteva agli ultimi posti nella comprensione di un testo. Hai già avuto la cortesia di pubblicare una mia lettera nella quale parlavo di una media di periferia con il 90% degli studenti che prosegue con le professionali, dove si erano studiati con numerosi esercizi 74 diversi complementi e 45 tipi di subordinate e coordinate, ma nomi come Dante, Leopardi, Pirandello o Ungaretti erano del tutto sconosciuti. Mi chiedo quando capiremo che prima si deve padroneggiare una lingua, e lo si fa certamente con i principali concetti di analisi ma soprattutto facendo conoscere i classici e leggendo libri e quotidiani, poi, solo poi, si possono fare analisi tanto raffinate da spaccare il capello in quark, utili a chi farà parte dell’accademia della Crusca. Scopo della scuola deve essere quello di farci conoscere ed apprezzare la nostra lingua fornendoci uno strumento comune e condiviso di comunicazione e di comprensione, non di farci risolvere le prove della Settimana Enigmistica. Ripeto: le basi dell’analisi logica sono indispensabili, la sua esasperazione dannosa perché toglie tempo alla lettura. Eppure, continuiamo così, convinti, contro tutte le evidenze, di far bene: del resto siamo anche certi che lo studio del latino aiuti l’apprendimento delle altre lingue (per me, se ho 100 ore, è più utile utilizzarne 40 per il Francese e 60 per l’Inglese, piuttosto che 70 per il latino e 30 per una delle 2: ed il tempo, non è una variabile indipendente). Ma le statistiche dicono anche che siamo tra i peggiori anche nella comprensione dell’Inglese. E’ inaccettabile questa ostinata resistenza della realtà a non adeguarsi alla visione che i programmi scolastici italiani hanno di essa. Saluti,
Riccardo Rossi, vfcb@virgilio.it
(Da Italians.corriere.it, 6/2/2017).

Se gli studenti italiani scrivono e parlano male

Caro Beppe cari Italians, gli studenti italiani scrivono e si esprimono male in Italiano. Parola di 600 docenti preoccupati. Perdonami lo sfogo, Beppe, ma oltre ad essere d’accordo con la “tesi” di fondo, mi verrebbe da dire: DI CHI la colpa? Spoilerizzo il senso del mio intervento e dico che vorrei dei “docenti decenti”. Prendo ad esempio mia figlia; 14 anni tra un mese ed attualmente in 3° media. Italiano, pagella voto alto. Meritato? NO. Certo i compiti li fa, la grammatica la studia, gli esercizi pure. Nei compiti e nelle interrogazioni, studiando (magari non tantissimo), voti decenti li porta a casa. Eppure quando scrive un tema o quando deve raccontare una storia, un film visto, un libro letto, si fa veramente fatica a capire. Passa “senza regola” da un registro colloquiale, fatto di frasi citate, ad un racconto in prosa. NON definisce i soggetti delle azioni. Infarcisce la trama di onomatopee… insomma il linguaggio che utilizza è ESATTAMENTE quello degli youtubers quando postano un video. Fatto di immagini e suoni, più che di narrazione logica. Col risultato che non si capisce molto; a meno di essere un 14enne! Il problema, per come la vedo io, NON è la grammatica. Non serve che i professori insistano sulle H di “Hanno fatto”, “Ho visto”, etc. Il problema non è quello (o meglio, il principale problema non è quello). Manca la capacità di ORGANIZZAZIONE del pensiero. Soggetto, verbo, complemento oggetto. Frasi semplici. Finalizzate. Spesso nel racconto questi ragazzi aprono talmente tante “incise”… che non si ricordano più quale sia la frase principale rimasta in sospeso e ovviamente non la “chiudono”. “Papy, quando nel film la ragazza innamorata del motociclista, la migliore amica di quello che parte a militare perché c’era la guerra e si dicono addio perché sanno che forse lui può morire e la scena è straziante…”. E quindi? …la ragazza innamorata del motociclista??? Un saluto,
Matteo Zambelli, teozambo69@gmail.com

Capisco la frustrazione, caro Matteo. Le ipotesi sono due: sono loro a esprimersi male o siamo noi a non capire? I ragazzi di oggi vivono nel tempo verbale dell’immediatezza, nel mondo senza filtri, nel tempo lessicale della chat, del messaggio che dura qualche ora e poi scompare.  Sono veloci: buon per loro. Ma devono imparare anche il tempo della riflessione, che non significa lentezza.I libri, in questo, sono utili. Un buon insegnante, fondamentale.
 
Noi più anziani dobbiamo scrollarci di dosso, invece, l’idea che “un testo o un discorso difficile è di qualità”. La sintesi e la chiarezza sono fondamentali: soprattutto oggi, dove tutto scorre veloce.
 
La lettura serve, e serve la scrittura. Non solo quella dei messaggi. I ragazzi oggi leggono poco (non sono i soli: il 60% degli italiani non legge nemmeno un libro all’anno), ma scrivono tantissimo. La scrittura, anzi, ha sostituito in parte la conversazione diretta: telefoniamo meno, chattiamo di più, trasformiamo i pensieri in post sui social network.
 
Ma i ragazzi devono imparare che scrivere (o parlare) significa comunicare: se il lettore/l’ascoltatore non capisce, è un problema.   Suggerisco “L’italiano lezione semiserie” come testo scolastico per tua figlia: non voglio venderti un libro! Sono davvero convinto le possa servire.Anzi, sai cosa faccio? Se mi dai un indirizzo, glielo mando io.
(Da Italians.corriere.it, 8/2/2017).

“Insulti” napoletani: “tien’ a capa sulo pe’ spartere e rrecchie”

Caro Beppe, il tuo articolo “Moderni Pelàndra e nuovi Balabiòt“ ( http://bit.ly/2k7CxMe ) è intelligente e gustoso. Ci solleva una volta tanto, dai barbosi commenti sulla nostra economia e connesse disgrazie. Ha scatenato una gara. Non resisto dal reclamare il primato o, almeno, il podio, per l’insulto napoletano. E’ sagace, salace, assolutorio senza mostrar disprezzo, breve e condensato. Alcuni sono oggetto di studio, con proposta d’inserirli nei libri di testo al liceo. Quando S. Gennaro, tolto dal calendario, fu declassato a “santo minore”, i napoletani, professanti e non, scrissero sulle mura della città “San Gennà futtatenn’”. Volevano rincuorarlo e lo incitavano a non badare al clero (S. Gennaro non gli badare!) con la parola “fottere” che in napoletano vuol dire “rubare” ma anche “scopare, far sesso”. S. Gennaro ne percepì l’affetto più che l’azzardo e continuò a disbrigare le sue pratiche. Dopo i tanti insulti ricevuti allo stadio dagli amici di Verona (Il Vesuvio erutti; la sua lava incenerisca tutti), alla partita di ritorno, al S. Paolo, campeggiava un solo striscione, enorme, con la scritta “Giulietta è na’ zoccola”. Zoccola, più nota come “pantegana”, a Napoli anche “donna dai facili costumi”. Al primo scudetto, conquistato dopo anni di attesa, i tifosi scrissero sulle mura, questa volta del cimitero, “scusate il ritardo”. La più alta espressione dell’insulto napoletano è la PERNACCHIA! Deve essere condensata e modulata nei toni e nell’intensità: inizio quasi in sordina, poi in crescendo fino al finale breve, sonoro, imperioso. Come un punto esclamativo. Il grande Edoardo De Filippo spiegava che ormai solo pochi sono capaci di praticarla correttamente. Poiché non si può scrivere, mi sembra particolarmente adatto ai MOL (Molestatori On Line) questo: “tien’ a capa sulo pe’ spartere e rrecchie”. La traduzione fa perdere una buona metà dell’efficacia: “La testa ti serve solo per tenere separate le orecchie”. Da Napoli, con affetto e, finalmente, un sorriso!
Filippo De Luca, ing.fdeluca@gmail.com
(Da Italians.corriere.it, 8/2/2017).

 

Licenze poetiche, refusi ed errori

Da piccola non sopportavo che grandi poeti e scrittori potessero concedersi licenze poetiche, e io no. C’è da dire che, un errore continuamente ripetuto, finisce per diventare una regola grammaticale. Ad esempio, in latino si scrive Aqua, in italiano Acqua, in spagnolo Agua e mi piace supporre che, linguisticamente, si possa passare da un lemma all’altro, tramite dizione e trascrizione, errate e ripetute. Chissà chi scrisse per la prima volta -Acqua – con la C. La grammatica sancisce errori e norme, la linguistica cerca di darne una spiegazione (scientifica). Purtroppo, nelle nostre scuole, si studia più letteratura che linguistica. Quindi, le lamentele dei professori universitari sugli strafalcioni degli studenti, possono avere due visuali: quella grammaticale e quella linguistica.
A quanto pare ogni generazione è convinta di essere migliore di quella che la segue, come ha ricordato Crozza citando Platone: “Oggi i ragazzi amano troppo i propri comodi. Mancano di educazione, disprezzano l’autorità, i figli sono diventati tiranni anziché essere servizievoli. Contraddicono i genitori, schiamazzano, si comportano da maleducati”… Noi adulti, siamo davvero obiettivi? Nonostante tutto e tutti, l’Italia progredisce, il mondo fa lo stesso. Polemicamente parlando mi chiedo se, gli errori grammaticali dei giovani, siano dovuti a ignoranza o se siano ‘ricercati’, gergali. O se, nel tempo, potranno diventare norma grammaticale, dato che, linguisticamente, anche la lingua, si evolve. O forse, questi nostri ragazzi, stanno diventando bilingui, quindi si esprimono meglio in inglese e fanno confusione con le strutture grammaticali dei due idiomi? Anche all’estero c’è tanta attenzione per la grammatica o sono più permeabili?
Cristina Fossati , miosotis@hotmail.it
(Da Italians.corriere.it, 15/2/2017).

L’urgenza di curare l’insegnamento della lingua italiana

Caro Gentili, alla denuncia delle carenze linguistiche (Il Sole 24 Ore, del 12 febbraio) vorrei aggiungere precisazioni sulle responsabilità del sistema scolastico. Da anni si parla di università che hanno attivato corsi di corretta scrittura in Italiano, ora arriva l`appello di seicento accademici che denunciano carenze degli studenti quando scrivono. Il nuovo analfabetismo è determinato soprattutto dalla carenza di lettura dei giovani e dal poco spazio che la scuola riserva alle esercitazioni scritte. In altri Paesi europei esiste uno specifico insegnante per l`apprendimento delle competenze linguistiche che cura solo
l`elaborazione scritta nelle sue varie forme. Da noi, dopo la scuola elementare, di verifiche scritte se ne fanno poche. L`insegnante di italiano delle scuole medie e, specialmente, delle superiori – lo dico per diretta e lunga esperienza dovendo far fronte a programmi vasti, è costretto, suo malgrado, a ridurle sensibilmente. Data la pluralità dei linguaggi esse andrebbero valorizzate in tante altre discipline. Non è il solo insegnante di Italiano che potrà salvare la nostra lingua e, in particolare, quella scritta.
Domenico Testa
Itn (Latina)

Il tema della scuola, e dei gravi problemi che questa si trascina dietro, continua a far discutere. Il nuovo analfabetismo, dice lei, è causato soprattutto dalla carenza di lettura dei giovani. Sono d`accordo, e i dati Istat e Censis, solo per fare un esempio, confermano questa chiave di lettura
che si protende poi anche molto oltre. Non solo la quota dei non-lettori (quelli cioè che non leggono neanche un libro nel corso di un anno) si attesta al 56,4% della popolazione (e legge di più chi avanza con l`età nel corso degli anni), ma questa quota resta molta alta anche tra i diplomati eilaureati. Segno che ilproblema nasce da lontano e che, come ha osservato lo scrittore inglese Aidan Chambers (da bambino, dislessico, iniziò a leggere intorno ai dieci anni e oggi è molto di più di un grande autore di libri per ragazzi) in buona sostanza «siamo quello che leggiamo». O non leggiamo. Lei cita poi, in particolare, la carenza delle esercitazioni scritte e trovo anche questo un punto pertinente. Se ne parla poco, a torto. Credo sia una questione fondamentale, come dimostrano le esperienze di molti altri Paesi che curano invece con grande attenzione questo aspetto, dalle elementari all`università. Siamo quello che leggiamo, ma anche quello che scriviamo.
Guido Gentile
(Da Il Sole 24 Ore, 16/2/2017).

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