Lettere.

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Lettere.

I pregiudizi razziali e l’aggettivo “nero”.

Cari Italians, strana cosa il razzismo, dato che a volte sembra avere a che fare più con le convenienze che le convinzioni. In Nuova Zelanda, conobbi un signore che ad onta dei suoi capelli biondissimi vantava sangue maori, cosa che gli dava diritto a vantaggi fiscali. In Nordamerica, i nativi attribuiscono l’appartenenza tribale sulla base del loro numero: le tribù più numerose sono più rigide di quelle con pochi componenti, che accettano anche percentuali limitate di sangue indiano. Nell’America Latina invece, si cerca in genere di vantare origini “bianche”, come fossero quarti di nobiltà. Insomma, sembra dipendere molto dai punti di vista e dalla… convenienza. Noi “bianchi” tendiamo però a considerare le cose dal nostro punto di vista, e cioè a definire “di colore” chiunque abbia sia pure solo un sedicesimo di “sangue nero”, spesso a prescindere dall’aspetto, ignorando le più o meno significative iniezioni di sangue “bianco”. Perché invece di considerare la cosa dal nostro punto di vista non cerchiamo di vederla da quello altrui? Obama, ad esempio è considerato il primo presidente “nero” ad onta del fatto che sin dall’inizio abbia precisato di essere un “mutt”, cioè un misto. E se i neri pensassero che sia “bianco” chiunque abbia antenati bianchi? Nel corso di interviste a rifugiati sudanesi in USA, parecchi di loro si dissero meravigliati dal fatto che i “neri” locali si definissero tali pur avendo la pelle chiara. E’ noto che Einstein sul formulario d’ingresso in USA alla domanda circa la sua razza d’appartenenza scrisse “umana”, e basterebbe leggere “Geni, popoli e lingue” di Luigi Cavalli Sforza per capire quanto avesse ragione. Insomma, credo che il pregiudizio razziale abbia molto a che fare con l’aggettivo “nero” che troppo spesso compare in fatti di cronaca o comunque di rilievo. Proviamo, noi “bianchi” a sentirci un po’ meno protagonisti, metro di misura, e a considerare con qualche umilta’ il punto di vista altrui. Saluti,
Aldo Pittoni, priceless4427@gmail.com
(Da italians.corriere.it, 15/7/2016).

Salviamo il latino

Caro direttore, le iscrizioni nei licei dimostrano un calo di preferenze per quegli istituti che propongono corsi di studi classici, in particolare lo scientifico dove calano le ore di latino. E i licei stessi tendono a proporne sempre meno ore, preferendo scienze e fisica. E’ giusto?
Suso Arrigoni

Caro Arrigoni, Credo che il latino vada salvaguardato a tutti i costi, il più possibile. Anche se ai nostri giovani studenti sembra antiquato e inutile.
Ma è solo un’apparenza perché la culla della nostra cultura e l’origine della lingua .
Il latino offre inoltre un vantaggio nella ricostruzione delle parole, sia di logica e di metodo, perché abitua la mente all’analisi e la spinge a ragionare.
Con ilsuo gioco di concordanze e desinenze, il latino è una sorta di sudoku intellettuale utilissimo per apprendere un metodo. E’ insomma insostituibile. E non va sostituito.
Pier francesco De Robertis
(Da La Nazione, 18/7/2016).

Inglese, acrobazie fra suoni e parole

Dear Severgnini, conosco la tua predilezione per la lingua inglese e i benefici che deriveranno dalla sua diffusione. Sto completando un periodo di 3 mesi nelle isole Fiji dove l’inglese e’ la lingua ufficiale, e sono stato immerso in un contesto di giovani dell’Europa del nord. Tutti avevano completa padronanza della lingua. Io, zoppicando, riuscivo a leggere e scrivere (facilino fin qui), a parlare (insomma…), ma ero chiaramente indifeso nella comprensione di discorsi rapidi e gergali. Ma perché gli inglesi ci complicano la vita? La pronuncia è un optional e quasi mai corrisponde alla parola scritta. Basta prendere in mano un dizionario inglese-italiano e vedere le acrobazie che devono inventarsi per rendere il suono di una semplice parola. Devono ricorrere a segni grafici inesistenti e stravaganti. Mi chiedo perché non ufficializzano un alfabeto adatto per quegli strani segni, oppure più semplicemente perché non possono leggere le lettere come sono scritte, e non che la ”a” diventa ”e” … o forse no! Sorry,
Alberto Carniel, alberto.carniel@tin.it
(Da italians.corriere.it, 23/7/2016).

Islam: per lodare Dio non c’è la parola “padre”

Caro Beppe, sono sacerdote, ho studiato filosofia e teologia, anche se non posso qualificarmi ne’ teologo ne’ filosofo, ho poi un master in storia medievale, ho insegnato storia filosofia e teologia. Mi capita tutt’ora, anche se non insegno più, in quanto parroco, di ripensare e riesaminare quanto ho studiato, d’altronde la preghiera e’ anche una forma di comprensione e giudizio sulle cose e sulla vita mia e delle persone che il Signore mi fa incontrare. Vari parrocchiani mi chiedono di ragionare insieme sugli episodi di violenza che si sono succeduti nelle ultime settimane. Molti chiedono, parlando del terrorismo islamista, “ma non crediamo nello stesso Dio?” E’ una domanda interessante, credo, anche per coloro che non credono. Se non altro perché il “non-credente” ha un suo status assai diverso secondo il contesto: l’occidente cristiano o la Umma. E’ materia per libri, certo, non per una letterina, ma un piccolo inizio può trovarsi nel come noi e l’Islam (tutto, in questo caso, senza necessità di qualifiche settarie: sciiti, sunniti, ismailiti, karijaiti…) chiamiamo Dio. Il vangelo di Luca, cap. 11, di domenica prossima e’ utile a questo scopo. Gli amici di Gesù lo vedono pregare e vedono una differenza tale che gli chiedono che insegni loro a pregare nello stesso modo. Gesù allora invita loro (e noi oggi) dentro la sua relazione con Dio e ci dice: quando pregate dite cosi’: Padre nostro… Ora, una delle pie pratiche per qualsiasi buon musulmano e’ la memorizzazione dei 99 nomi di Dio; e’ cosa buona anche memorizzare le tradizionali spiegazioni che accompagnano ciascuno degli attributi sacri di Dio. Ebbene: tra i 99 termini che si possono usare per lodare Dio, non c’e’ la parola padre. Gesù schiude a ciascuno la paternità di Dio. Mohammed, pur formalmente accettando Gesù come profeta, dovette negare il carattere più fondamentale di Cristo: il suo essere figlio, aperto poi come dono a tutti. Ecco questo mi sembra un grosso problema.
Stefano Colombo, stfclm@hotmail.com
(Da italians.corriere.it, 23/7/2016).

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