Lettera aperta al Ministero degli Affari Esteri

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Desta sgomento e indignazione il comunicato stampa del MAE a proposito del futuro dei corsi di lingua e cultura. Altro che spending review! I paladini dei corsi “fai da te” pensano solo a spartirsi le risorse. Così, per qualche euro in più, si vuole privatizzare il sistema!

– Massimo Mari*- 22 dicembre 2011-

1. E’ singolare – per usare un eufemismo – quanto sostengono i paladini del fai da te sui corsi di lingua e cultura italiana all’estero. Utilizzando, in maniera distorta e strumentale, lo spending review, ricorrendo al sostegno di giornalisti compiacenti, approfittando dei gravi problemi che oggi l’Italia attraversa, questi teorici dello pseudo rigorismo alla Tremonti, sostengono la necessità di azzerare quel poco di intervento pubblico rimasto nella gestione dei corsi di lingua e cultura italiana all’estero e affidarlo direttamente a soggetti privati.

Una sorta di esternalizzazione degli interventi tutta a vantaggio di quei soggetti privati che potrebbero usufruire di circa 20 milioni di Euro, risolvendo, così, i loro problemi di bilancio causati dai tagli lineari previsti nella manovra estiva di Tremonti. Della serie, mors tua vita mea, o, per dirla alla Durkheim, il disfacimento sociale che sfocia nel suicidio egoistico. Non v’è dubbio, infatti, che una simile concezione ridisegni in maniera radicale e negativa il sistema di istruzione italiano all’estero condannandolo alla completa solitudine sia dal punto di vista organizzativo e legislativo, che didattico, pedagogico e culturale perché privato di qualsiasi vincolo con il sistema nazionale di istruzione italiano. Le scorciatoie ragionieristiche e neo corporative invocate in nome dello spending review fanno parte di una visione miope, finalizzata al solo raggiungimento di altri scopi, facilmente intuibili, non certo ai bisogni, agli interessi e ai diritti dei nostri connazionali residenti all’estero che, a nostro avviso, vanno collocati dentro quanto prefigurato dal dettato costituzionale

2. Lo spending review, ipotizzato a suo tempo da Padoa Schioppa e ripreso dal presidente del consiglio Monti, è finalizzato alla riformulazione della spesa pubblica diretta a migliorarne l’efficienza e l’efficacia. Minore spesa, quindi, a parità di risultati e maggiori risultati a parità di spesa attraverso la sistematica analisi e valutazione delle strutture organizzative, delle procedure di decisione e di attuazione, dei singoli atti all’interno dei programmi, dei risultati. Questo a significare la necessità di dar vita ad un processo di analisi complesso e delicato che non può ridursi alla semplice logica del travaso di risorse come ipotizzano i teorici dei corsi fai da te che, invece, si muovono esattamente nella direzione opposta. Di conseguenza annoverare a fonte di spreco di denaro pubblico i corsi di lingua e cultura gestiti direttamente dallo Stato tramite il MAE e rimuovere il personale della scuola utilizzato a tale scopo, appare quanto meno una contraddizione rispetto ai principi appena accennati, motivata solo da una visione ideologica neoliberista e dalla volontà effettiva di non voler colpire i veri centri di spreco del bilancio del Ministero costellato, questo sì, da ben altri esempi di sperpero della spesa alcuni dei quali smisuratamente eclatanti.

Questi teorici, e i loro sostenitori, se veramente avessero a cuore il bene dei nostri connazionali residenti all’estero e se non volessero compromettere, in via definitiva, il nostro sistema scolastico e di istruzione, considerato il punto nevralgico e insostituibile della nostra politica culturale, farebbero bene a rivolgere lo sguardo altrove, anziché dispiegare il loro prezioso tempo in una inaccettabile caccia alle streghe. Basti semplicemente leggere i dati statistici pubblicati dallo stesso MAE per capire che le proposte avanzate dai teorici della privatizzazione non hanno niente a che vedere con la spending review, ma sono unicamente mosse da logiche interne alle loro lobbies: Solo il 20 percento dei corsi di lingua e cultura è gestito direttamente dal MAE, ovvero dallo Stato mediante l’utilizzo del personale della scuola. Tali interventi sono concentrati per lo più in area europea ossia in Svizzera, Germania, Francia, Belgio e Gran Bretagna, il resto è gestito da soggetti privati che ricevono contributi ministeriali per il funzionamento dei corsi e per la retribuzione dei docenti locali da loro dipendenti.

Se poi dovessimo ragionare sull’efficacia e sulla qualità degli interventi gestiti direttamente dal MAE e destinati per lo più ad alunni in età dell’obbligo scolastico, non v’è dubbio che i risultati sono stati più che significativi, tanto da rappresentare per i sistemi scolastici locali punti di riferimento qualificanti e apprezzati sia dalle nostre comunità che dalle stesse autorità scolastiche dei Paesi ospiti. Si tratta di aree che rappresentano momenti di eccellenza, non solo per via di una tradizione storica consolidata e di un’organizzazione efficace, ma anche per via della qualità dell’intervento formativo e didattico dovuto alla presenza di personale qualificato, proprio perché proveniente dalla scuola italiana.

E allora perché demonizzare la loro presenza ricorrendo a campagne di stampa come quella avviata da “Il Fatto Quotidiano” che dipinge questo personale come una casta, dedita alla bella vita?

3. L’articolo comparso su quel quotidiano, dal titolo “ Cattedre d’oro e privilegi. La bella vita dei professori nelle scuole italiane all’estero”, è l’esempio emblematico di come una certa stampa, anche qualificata, si presti, più o meno consapevolmente, ad alimentare una campagna sbagliata e denigratoria non solo nei toni, ma, soprattutto, nei fini che certo non facilita la coesione sociale, anzi aizza i fenomeni denunciati da Durkheim e sopra richiamati. Sicuramente si possono avere idee discordanti ma ciò che non è accettabile è sostenerle sulla base di informazioni parziali e non del tutto veritiere.

Di queste mistificazioni giornalistiche i cittadini italiani, sia essi residenti all’estero o in Italia, non ne hanno certo bisogno soprattutto in un momento particolare come quello che si sta vivendo nel nostro Paese. Annoverare, poi, tra le caste il personale della scuola italiana all’estero è un’asserzione non solo ridicola e fuorviante, visto che il nostro Paese è costellato di ben più pregnanti esempi a cui è applicabile questo termine, ma è anche un’offesa all’intelligenza dei lettori. Le caste presenti nell’ex Belpaese sono di altra razza e spessore, come ha ampiamente dimostrato una letteratura ben qualificata e soprattutto ben informata.

E allora perché questa assurda campagna? Vuoi vedere che dietro tutto questo c’è lo zampino del partito dei teorici dei corsi fai da te che per qualche euro in più è disponibile a smantellare quello che è stato fatto di buono nella promozione e nella diffusione della lingua italiana nel mondo? Sorge il fondato dubbio che nelle nostre comunità all’estero, sia già iniziata la campagna elettorale. Non è un mistero, infatti, che due parlamentari, il senatore Micheloni e l’onorevole Narducci, eletti entrambi all’estero nelle liste del Partito Democratico, siano stati i primi a sostenere, con un emendamento presentato in occasione della discussione sulla legge di stabilità 2012, la tesi di cancellare totalmente i posti di personale docente in servizio nei corsi di lingua e cultura italiana all’estero e riallocare le somme risparmiate direttamente agli enti gestori per privatizzare in via definitiva il sistema. La proposta, che aveva riscosso il consenso dell’allora sottosegretario agli esteri on.le Mantica, come è noto, non ebbe successo, tant’è che non passò in commissione. Ora, alla luce di questa esperienza, il partito del fai da te rilancia a tutto campo la proposta – sembra in pieno dissenso con gli altri parlamentari eletti all’estero nelle liste del PD – utilizzando la stampa e riaccendendo la polemica trovando, però, solo parziali consensi all’interno stesso di quel composito e variegato universo rappresentato dagli enti gestori fortemente interessati perché, in ultima analisi, direttamente coinvolti in quanto destinatari di eventuali benefici. In questo dibattito, ad onore del vero, non sono mancate prese di posizione da parte di soggetti gestori che non hanno lesinato critiche nei confronti di una proposta ritenuta sbagliata, obsoleta e inaccettabile perché destinata a minare alle fondamenta la stessa credibilità del sistema voluto dalla legge istitutiva dei corsi di lingua e cultura.

4. Dentro questo quadro destano ancora più sgomento le affermazioni dell’Ufficio Stampa del MAE. Nelle precisazioni a “Il Fatto Quotidiano”, l’addetto stampa del Ministero, con dovizia di argomentazioni, puntualizza le ragioni dell’esistenza, per legge, dell’attuale organizzazione della rete diplomatica italiana, dell’organico e dei compensi del personale diplomatico e ministeriale in servizio all’estero sottolineando che alcuni privilegi sono il frutto di accordi internazionali, quali la convenzione di Vienna, dei quali non ne usufruisce il personale non accreditato, ovvero il personale della scuola in servizio all’estero. Purtroppo il portavoce del Ministro si limita a rispondere solo ad un aspetto di quella polemica. Indigna, infatti, il tono liquidatorio con cui affronta l’altra questione sollevata dall’illustre quotidiano. Mi riferisco a quella relativa al personale della scuola in servizio all’estero. Questo personale viene di fatto considerato una spesa da ridurre per via del costo eccessivo e non una risorsa da valorizzare. Peccato che il solerte Dirigente volutamente dimentichi che la presenza di questo personale, e i relativi trattamenti, sono determinati, come per i dipendenti del ministero degli Affari Esteri, anch’essi per legge. Non solo! Ci si dimentica ancora che la stessa legge prevede, e non a caso, l’intervento diretto del MAE nella gestione dei corsi di lingua e cultura proprio attraverso l’utilizzo di quel personale che oggi i sostenitori della privatizzazioni dei corsi vogliono far apparire come i responsabili del disastro economico e i colonizzatori di turno. Da qui la brillante conclusione della necessità di esternalizzare totalmente la gestione dei corsi di lingua e cultura affidandola ai soliti enti gestori privati che non certo rappresentano punte esemplari di qualità ed efficienza nello svolgere tali compiti. Basti pensare che, ad esclusione di significative esperienze dell’area europea, sovente tale attività viene affidata a personale sprovvisto di titoli professionali adeguati se non addirittura sprovvisti dei titoli di studio previsti. Per non parlare della gestione ridotta, in molti casi, ad una semplice partita di giro con forme discutibili di intermediazione. Senza citare, infine, i trattamenti economici e normativi a cui viene sottoposto lo stesso personale assunto in loco.

Beh, se questa è l’intenzione che ha il Ministro Terzi sui corsi di lingua e cultura possiamo tranquillamente esprimere il nostro più totale dissenso proprio perché rappresenta l’esatto contrario di quell’idea di spending review, sostenuta dallo stesso Ministro, indispensabile a far uscire la spesa pubblica dalla palude degli sprechi e dalle sacche dei privilegi.

Siamo convinti, invece, che per affrontare l’attuale emergenza sia indispensabile avviare un vasto processo di razionalizzazione delle risorse oggi esistenti capace di rimuovere effettivamente i veri centri di spreco senza per questo penalizzare quegli interventi che hanno contribuito per qualità ed efficacia, anche grazie alla presenza del personale della scuola proveniente dall’Italia, alla diffusione e alla promozione della lingua e cultura italiana nel mondo. Queste esperienze significative vanno invece valorizzate, implementate, sostenute e non cancellate come qualcuno vorrebbe. Contestualmente è indispensabile avviare un significativo processo di riforma che riveda completamente il sistema anche attraverso una revisione dei modelli organizzativi e gestionali recuperando le riflessioni e i contributi di questi ultimi anni che hanno visto il fiorire di alcuni disegni di legge apprezzabili proprio perché fondati sulla centralità dell’intervento pubblico e vicini alla stessa idea di riforma richiesta dalla FLC Cgil. E’ su questa logica fortemente ancorata all’idea di scuola voluta dalla nostra Costituzione che va ripensato anche il nostro sistema di istruzione all’estero se si vuole inserirlo a pieno titolo all’interno del nostro sistema nazionale di istruzione. Solo in questo modo è possibile ridare piena dignità alla nostra politica culturale. Il Ministro Terzi, se dovesse confermare la posizione politica del suo ufficio stampa, deve sapere che la FLC Cgil contrasterà fino in fondo e con ogni mezzo la politica di privatizzazione ideata dal suo dicastero.

*Massimo Mari, Responsabile Esteri FLC CGIL

http://www.articolotre.com/2011/12/lett … teri/53470




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