Lettera al corriere: perchè i politici parlano poco le lingue?

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Perché i politici italiani parlano poco le lingue

Come è possibile che i politici
italiani non sappiano parlare inglese? A convegni e riunioni internazionali vediamo ministri degli Affari esteri o della Difesa parlare sempre e solo in italiano mentre i presenti, giornalisti o uomini politici di altri Paesi, devono aspettare la traduzione.
È colpa della nostra scuola, o gli italiani hanno poca capacità linguistica? Sarebbe più facile comunicare il messaggio del governo al resto del mondo se fosse dato in una lingua internazionale, senza l’aiuto dell’interprete.

Franca Arena,

Cara Signora, per la verità le cose vanno meglio oggi di venti o trent’anni fa. Alla fine della guerra le lingue straniere erano parlate quasi esclusivamente dalle vecchie élites liberali prefasciste e dagli uomini politici che avevano trascorso all’estero gli anni del fascismo: Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Randolfo Pacciardi, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, don Sturzo. Per gli altri la buona conoscenza di una lingua straniera (quasi sempre il francese) era abbastanza rara. Luigi Einaudi parlava inglese anche per averlo praticato come corrispondente dell’Economist. DeGasperi conosceva bene il tedesco perché era stato rappresentante di Trento alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna. Togliatti parlava russo perché aveva lungamente vissuto a Mosca ed era stato segretario del Komintern. Luigi Longo conosceva lo spagnolo perché era stato commissario delle Brigate Garibaldi durante la Guerra civile. Giancarlo Pajetta se la cavava con il tedesco perché lo aveva imparato in carcere quando era lingua di lavoro dell’Internazionale comunista. Mala generazione che era rimasta in Italia e andò al potere dopo la guerra, masticava soltanto il francese insegnato allora nelle scuole italiane. Quando cominciai a lavorare a Palazzo Chigi, allora sede del ministero degli Esteri, i funzionari anziani si scambiavano battute ironiche sul pessimo francese del ministro in carica e dei suoi sottosegretari. Non avevano torto. Unadelle mie principali occupazioni nei primi quindici anni di carriera fu quella di fare l’interprete in francese e in inglese durante gli incontri dei presidenti del Consiglio e dei ministri italiani con i loro colleghi stranieri. Ora, come le dicevo, la situazione è migliorata. Fra i parlamentari sotto i cinquant’anni vi sono persone che hanno viaggiato, hanno studiato all’estero e hanno qualche rudimento d’inglese. Berlusconi parla bene il francese e se la cava in inglese. Nel suo governo i ministri con una buona conoscenza dell’inglese erano abbastanza numerosi. Dopo l’esperienza europea, Romano Prodi parla discretamente il francese e l’inglese, anche se l’accento non è dei migliori (ma non è granché nemmeno in italiano). Massimo D’Alema ha fatto uno sforzo considerevole per imparare l’inglese e può conversare con Condoleezza Rice. Nel governo di centrosinistra vi sono persone come Giuliano Amato, Emma Bonino e Tommaso Padoa-Schioppa che possono tenere una conferenza stampa in inglese. Come vede, cara signora, il quadro non è troppo scuro; e può anche darsi che qualche ministro parli italiano nelle occasioni internazionali, pur conoscendo l’inglese, per marcare un punto a favore della nostra lingua e affermare implicitamente che non è necessario parlare l’inglese per rappresentare bene il proprio Paese. Lei non ha torto tuttavia quando osserva che gli uomini politici italiani, mediamente, sono meno bravi in lingue dei loro colleghi stranieri. Minori attitudini linguistiche? Questo è certamente vero nel caso di molti meridionali per cui è difficile aspirare le h, sibilare le th e pronunciare correttamente parole che terminano con una consonante. Ma la vera causa del provincialismo linguistico italiano è la natura di un sistema in cui si fa carriera all’ombra del potere e occorre, per restare in gara, dedicare un tempo sproporzionato agli intrugli e ai pasticci della cucina politica nazionale. È questa la ragione per cui sono così rari gli uomini politici che partecipano assiduamente ai lavori del Parlamento di Strasburgo o accettano di uscire temporaneamente dalla scena italiana per cimentarsi in sedi internazionali. Come nei palazzi dell’Antico Regime, la distribuzione dei posti avviene tra i cortigiani. Chi va a fare esperienze altrove perde il turno e viene saltato.

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4 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

<DIV id=RTEmultiCSSID ><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 width=640 border=0><TBODY><TR><TD rowSpan=5><IMG height=101 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_01.gif" width=61></TD><TD rowSpan=2><IMG height=54 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_02.gif" width=139></TD><TD colSpan=3><IMG height=26 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_03.gif" width=252></TD><TD rowSpan=2><IMG height=54 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_04.gif" width=188></TD></TR><TR><TD colSpan=3><IMG height=28 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_05.gif" width=252></TD></TR><TR><TD rowSpan=2><IMG height=26 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_06.gif" width=139></TD><TD colSpan=3><IMG height=13 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_07.gif" width=252></TD><TD rowSpan=2><IMG height=26 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_08.gif" width=188></TD></TR><TR><TD><IMG height=13 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_09.gif" width=93></TD><TD><A href="http://www.corriere.it/solferino/main_romano-form.shtml"></A></TD><TD><IMG height=13 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_11.gif" width=94></TD></TR><TR><TD><IMG height=21 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_12.gif" width=139></TD><TD colSpan=3><IMG height=21 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_13.gif" width=252></TD><TD><IMG height=21 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_14.gif" width=188></TD></TR></TBODY></TABLE><!-- End ImageReady Slices --><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 width=540 align=center border=0><TBODY><TR><TD><BR></TD></TR><TR><TD > <BR><FONT >Perché i politici italiani parlano poco le lingue</FONT><BR><BR><FONT size=+1>C</FONT>ome è possibile che i politici<BR>italiani non sappiano parlare inglese? A convegni e riunioni internazionali vediamo ministri degli Affari esteri o della Difesa parlare sempre e solo in italiano mentre i presenti, giornalisti o uomini politici di altri Paesi, devono aspettare la traduzione. <BR>È colpa della nostra scuola, o gli italiani hanno poca capacità linguistica? Sarebbe più facile comunicare il messaggio del governo al resto del mondo se fosse dato in una lingua internazionale, senza l’aiuto dell’interprete.<BR><BR><B>Franca Arena</B>, <A href="mailto:"></A><P><P><FONT face=" Arial, Verdana, Helvetica, sans-serif" color=#000066><IMG src="http://www.corriere.it/solferino/romano/06-09-14/guarino.gif" align=right border=0>Cara Signora, per la verità le cose vanno meglio oggi di venti o trent’anni fa. Alla fine della guerra le lingue straniere erano parlate quasi esclusivamente dalle vecchie élites liberali prefasciste e dagli uomini politici che avevano trascorso all’estero gli anni del fascismo: Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Randolfo Pacciardi, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, don Sturzo. Per gli altri la buona conoscenza di una lingua straniera (quasi sempre il francese) era abbastanza rara. Luigi Einaudi parlava inglese anche per averlo praticato come corrispondente dell’Economist. DeGasperi conosceva bene il tedesco perché era stato rappresentante di Trento alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna. Togliatti parlava russo perché aveva lungamente vissuto a Mosca ed era stato segretario del Komintern. Luigi Longo conosceva lo spagnolo perché era stato commissario delle Brigate Garibaldi durante la Guerra civile. Giancarlo Pajetta se la cavava con il tedesco perché lo aveva imparato in carcere quando era lingua di lavoro dell’Internazionale comunista. Mala generazione che era rimasta in Italia e andò al potere dopo la guerra, masticava soltanto il francese insegnato allora nelle scuole italiane. Quando cominciai a lavorare a Palazzo Chigi, allora sede del ministero degli Esteri, i funzionari anziani si scambiavano battute ironiche sul pessimo francese del ministro in carica e dei suoi sottosegretari. Non avevano torto. Unadelle mie principali occupazioni nei primi quindici anni di carriera fu quella di fare l’interprete in francese e in inglese durante gli incontri dei presidenti del Consiglio e dei ministri italiani con i loro colleghi stranieri. Ora, come le dicevo, la situazione è migliorata. Fra i parlamentari sotto i cinquant’anni vi sono persone che hanno viaggiato, hanno studiato all’estero e hanno qualche rudimento d’inglese. Berlusconi parla bene il francese e se la cava in inglese. Nel suo governo i ministri con una buona conoscenza dell’inglese erano abbastanza numerosi. Dopo l’esperienza europea, Romano Prodi parla discretamente il francese e l’inglese, anche se l’accento non è dei migliori (ma non è granché nemmeno in italiano). Massimo D’Alema ha fatto uno sforzo considerevole per imparare l’inglese e può conversare con Condoleezza Rice. Nel governo di centrosinistra vi sono persone come Giuliano Amato, Emma Bonino e Tommaso Padoa-Schioppa che possono tenere una conferenza stampa in inglese. Come vede, cara signora, il quadro non è troppo scuro; e può anche darsi che qualche ministro parli italiano nelle occasioni internazionali, pur conoscendo l’inglese, per marcare un punto a favore della nostra lingua e affermare implicitamente che non è necessario parlare l’inglese per rappresentare bene il proprio Paese. Lei non ha torto tuttavia quando osserva che gli uomini politici italiani, mediamente, sono meno bravi in lingue dei loro colleghi stranieri. Minori attitudini linguistiche? Questo è certamente vero nel caso di molti meridionali per cui è difficile aspirare le h, sibilare le th e pronunciare correttamente parole che terminano con una consonante. Ma la vera causa del provincialismo linguistico italiano è la natura di un sistema in cui si fa carriera all’ombra del potere e occorre, per restare in gara, dedicare un tempo sproporzionato agli intrugli e ai pasticci della cucina politica nazionale. È questa la ragione per cui sono così rari gli uomini politici che partecipano assiduamente ai lavori del Parlamento di Strasburgo o accettano di uscire temporaneamente dalla scena italiana per cimentarsi in sedi internazionali. Come nei palazzi dell’Antico Regime, la distribuzione dei posti avviene tra i cortigiani. Chi va a fare esperienze altrove perde il turno e viene saltato.</FONT><BR></P></TD></TR></TBODY></TABLE></DIV>[addsig]

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

<DIV id=RTEmultiCSSID ><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 width=640 border=0><TBODY><TR><TD rowSpan=5><IMG height=101 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_01.gif" width=61></TD><TD rowSpan=2><IMG height=54 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_02.gif" width=139></TD><TD colSpan=3><IMG height=26 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_03.gif" width=252></TD><TD rowSpan=2><IMG height=54 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_04.gif" width=188></TD></TR><TR><TD colSpan=3><IMG height=28 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_05.gif" width=252></TD></TR><TR><TD rowSpan=2><IMG height=26 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_06.gif" width=139></TD><TD colSpan=3><IMG height=13 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_07.gif" width=252></TD><TD rowSpan=2><IMG height=26 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_08.gif" width=188></TD></TR><TR><TD><IMG height=13 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_09.gif" width=93></TD><TD><A href="http://www.corriere.it/solferino/main_romano-form.shtml"></A></TD><TD><IMG height=13 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_11.gif" width=94></TD></TR><TR><TD><IMG height=21 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_12.gif" width=139></TD><TD colSpan=3><IMG height=21 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_13.gif" width=252></TD><TD><IMG height=21 alt="" src="http://www.corriere.it/solferino/romano/images/romano_14.gif" width=188></TD></TR></TBODY></TABLE><!-- End ImageReady Slices --><TABLE cellSpacing=0 cellPadding=0 width=540 align=center border=0><TBODY><TR><TD><BR></TD></TR><TR><TD > <BR><FONT >Perché i politici italiani parlano poco le lingue</FONT><BR><BR><FONT size=+1>C</FONT>ome è possibile che i politici<BR>italiani non sappiano parlare inglese? 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Alla fine della guerra le lingue straniere erano parlate quasi esclusivamente dalle vecchie élites liberali prefasciste e dagli uomini politici che avevano trascorso all’estero gli anni del fascismo: Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Randolfo Pacciardi, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, don Sturzo. Per gli altri la buona conoscenza di una lingua straniera (quasi sempre il francese) era abbastanza rara. Luigi Einaudi parlava inglese anche per averlo praticato come corrispondente dell’Economist. DeGasperi conosceva bene il tedesco perché era stato rappresentante di Trento alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna. Togliatti parlava russo perché aveva lungamente vissuto a Mosca ed era stato segretario del Komintern. Luigi Longo conosceva lo spagnolo perché era stato commissario delle Brigate Garibaldi durante la Guerra civile. Giancarlo Pajetta se la cavava con il tedesco perché lo aveva imparato in carcere quando era lingua di lavoro dell’Internazionale comunista. Mala generazione che era rimasta in Italia e andò al potere dopo la guerra, masticava soltanto il francese insegnato allora nelle scuole italiane. Quando cominciai a lavorare a Palazzo Chigi, allora sede del ministero degli Esteri, i funzionari anziani si scambiavano battute ironiche sul pessimo francese del ministro in carica e dei suoi sottosegretari. Non avevano torto. Unadelle mie principali occupazioni nei primi quindici anni di carriera fu quella di fare l’interprete in francese e in inglese durante gli incontri dei presidenti del Consiglio e dei ministri italiani con i loro colleghi stranieri. Ora, come le dicevo, la situazione è migliorata. Fra i parlamentari sotto i cinquant’anni vi sono persone che hanno viaggiato, hanno studiato all’estero e hanno qualche rudimento d’inglese. Berlusconi parla bene il francese e se la cava in inglese. Nel suo governo i ministri con una buona conoscenza dell’inglese erano abbastanza numerosi. Dopo l’esperienza europea, Romano Prodi parla discretamente il francese e l’inglese, anche se l’accento non è dei migliori (ma non è granché nemmeno in italiano). Massimo D’Alema ha fatto uno sforzo considerevole per imparare l’inglese e può conversare con Condoleezza Rice. Nel governo di centrosinistra vi sono persone come Giuliano Amato, Emma Bonino e Tommaso Padoa-Schioppa che possono tenere una conferenza stampa in inglese. Come vede, cara signora, il quadro non è troppo scuro; e può anche darsi che qualche ministro parli italiano nelle occasioni internazionali, pur conoscendo l’inglese, per marcare un punto a favore della nostra lingua e affermare implicitamente che non è necessario parlare l’inglese per rappresentare bene il proprio Paese. Lei non ha torto tuttavia quando osserva che gli uomini politici italiani, mediamente, sono meno bravi in lingue dei loro colleghi stranieri. Minori attitudini linguistiche? Questo è certamente vero nel caso di molti meridionali per cui è difficile aspirare le h, sibilare le th e pronunciare correttamente parole che terminano con una consonante. Ma la vera causa del provincialismo linguistico italiano è la natura di un sistema in cui si fa carriera all’ombra del potere e occorre, per restare in gara, dedicare un tempo sproporzionato agli intrugli e ai pasticci della cucina politica nazionale. È questa la ragione per cui sono così rari gli uomini politici che partecipano assiduamente ai lavori del Parlamento di Strasburgo o accettano di uscire temporaneamente dalla scena italiana per cimentarsi in sedi internazionali. Come nei palazzi dell’Antico Regime, la distribuzione dei posti avviene tra i cortigiani. Chi va a fare esperienze altrove perde il turno e viene saltato.</FONT><BR></P></TD></TR></TBODY></TABLE></DIV>[addsig]

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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A convegni e riunioni internazionali vediamo ministri degli Affari esteri o della Difesa parlare sempre e solo in italiano mentre i presenti, giornalisti o uomini politici di altri Paesi, devono aspettare la traduzione. <BR>È colpa della nostra scuola, o gli italiani hanno poca capacità linguistica? Sarebbe più facile comunicare il messaggio del governo al resto del mondo se fosse dato in una lingua internazionale, senza l’aiuto dell’interprete.<BR><BR><B>Franca Arena</B>, <A href="mailto:"></A><P><P><FONT face=" Arial, Verdana, Helvetica, sans-serif" color=#000066><IMG src="http://www.corriere.it/solferino/romano/06-09-14/guarino.gif" align=right border=0>Cara Signora, per la verità le cose vanno meglio oggi di venti o trent’anni fa. Alla fine della guerra le lingue straniere erano parlate quasi esclusivamente dalle vecchie élites liberali prefasciste e dagli uomini politici che avevano trascorso all’estero gli anni del fascismo: Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Randolfo Pacciardi, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, don Sturzo. Per gli altri la buona conoscenza di una lingua straniera (quasi sempre il francese) era abbastanza rara. Luigi Einaudi parlava inglese anche per averlo praticato come corrispondente dell’Economist. DeGasperi conosceva bene il tedesco perché era stato rappresentante di Trento alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna. Togliatti parlava russo perché aveva lungamente vissuto a Mosca ed era stato segretario del Komintern. Luigi Longo conosceva lo spagnolo perché era stato commissario delle Brigate Garibaldi durante la Guerra civile. Giancarlo Pajetta se la cavava con il tedesco perché lo aveva imparato in carcere quando era lingua di lavoro dell’Internazionale comunista. Mala generazione che era rimasta in Italia e andò al potere dopo la guerra, masticava soltanto il francese insegnato allora nelle scuole italiane. Quando cominciai a lavorare a Palazzo Chigi, allora sede del ministero degli Esteri, i funzionari anziani si scambiavano battute ironiche sul pessimo francese del ministro in carica e dei suoi sottosegretari. Non avevano torto. Unadelle mie principali occupazioni nei primi quindici anni di carriera fu quella di fare l’interprete in francese e in inglese durante gli incontri dei presidenti del Consiglio e dei ministri italiani con i loro colleghi stranieri. Ora, come le dicevo, la situazione è migliorata. Fra i parlamentari sotto i cinquant’anni vi sono persone che hanno viaggiato, hanno studiato all’estero e hanno qualche rudimento d’inglese. Berlusconi parla bene il francese e se la cava in inglese. Nel suo governo i ministri con una buona conoscenza dell’inglese erano abbastanza numerosi. Dopo l’esperienza europea, Romano Prodi parla discretamente il francese e l’inglese, anche se l’accento non è dei migliori (ma non è granché nemmeno in italiano). Massimo D’Alema ha fatto uno sforzo considerevole per imparare l’inglese e può conversare con Condoleezza Rice. Nel governo di centrosinistra vi sono persone come Giuliano Amato, Emma Bonino e Tommaso Padoa-Schioppa che possono tenere una conferenza stampa in inglese. Come vede, cara signora, il quadro non è troppo scuro; e può anche darsi che qualche ministro parli italiano nelle occasioni internazionali, pur conoscendo l’inglese, per marcare un punto a favore della nostra lingua e affermare implicitamente che non è necessario parlare l’inglese per rappresentare bene il proprio Paese. Lei non ha torto tuttavia quando osserva che gli uomini politici italiani, mediamente, sono meno bravi in lingue dei loro colleghi stranieri. Minori attitudini linguistiche? Questo è certamente vero nel caso di molti meridionali per cui è difficile aspirare le h, sibilare le th e pronunciare correttamente parole che terminano con una consonante. Ma la vera causa del provincialismo linguistico italiano è la natura di un sistema in cui si fa carriera all’ombra del potere e occorre, per restare in gara, dedicare un tempo sproporzionato agli intrugli e ai pasticci della cucina politica nazionale. È questa la ragione per cui sono così rari gli uomini politici che partecipano assiduamente ai lavori del Parlamento di Strasburgo o accettano di uscire temporaneamente dalla scena italiana per cimentarsi in sedi internazionali. Come nei palazzi dell’Antico Regime, la distribuzione dei posti avviene tra i cortigiani. Chi va a fare esperienze altrove perde il turno e viene saltato.</FONT><BR></P></TD></TR></TBODY></TABLE></DIV>[addsig]

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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Alla fine della guerra le lingue straniere erano parlate quasi esclusivamente dalle vecchie élites liberali prefasciste e dagli uomini politici che avevano trascorso all’estero gli anni del fascismo: Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Randolfo Pacciardi, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Carlo Sforza, don Sturzo. Per gli altri la buona conoscenza di una lingua straniera (quasi sempre il francese) era abbastanza rara. Luigi Einaudi parlava inglese anche per averlo praticato come corrispondente dell’Economist. DeGasperi conosceva bene il tedesco perché era stato rappresentante di Trento alla Dieta di Innsbruck e al Parlamento di Vienna. Togliatti parlava russo perché aveva lungamente vissuto a Mosca ed era stato segretario del Komintern. Luigi Longo conosceva lo spagnolo perché era stato commissario delle Brigate Garibaldi durante la Guerra civile. Giancarlo Pajetta se la cavava con il tedesco perché lo aveva imparato in carcere quando era lingua di lavoro dell’Internazionale comunista. Mala generazione che era rimasta in Italia e andò al potere dopo la guerra, masticava soltanto il francese insegnato allora nelle scuole italiane. Quando cominciai a lavorare a Palazzo Chigi, allora sede del ministero degli Esteri, i funzionari anziani si scambiavano battute ironiche sul pessimo francese del ministro in carica e dei suoi sottosegretari. Non avevano torto. Unadelle mie principali occupazioni nei primi quindici anni di carriera fu quella di fare l’interprete in francese e in inglese durante gli incontri dei presidenti del Consiglio e dei ministri italiani con i loro colleghi stranieri. Ora, come le dicevo, la situazione è migliorata. Fra i parlamentari sotto i cinquant’anni vi sono persone che hanno viaggiato, hanno studiato all’estero e hanno qualche rudimento d’inglese. Berlusconi parla bene il francese e se la cava in inglese. Nel suo governo i ministri con una buona conoscenza dell’inglese erano abbastanza numerosi. Dopo l’esperienza europea, Romano Prodi parla discretamente il francese e l’inglese, anche se l’accento non è dei migliori (ma non è granché nemmeno in italiano). Massimo D’Alema ha fatto uno sforzo considerevole per imparare l’inglese e può conversare con Condoleezza Rice. Nel governo di centrosinistra vi sono persone come Giuliano Amato, Emma Bonino e Tommaso Padoa-Schioppa che possono tenere una conferenza stampa in inglese. Come vede, cara signora, il quadro non è troppo scuro; e può anche darsi che qualche ministro parli italiano nelle occasioni internazionali, pur conoscendo l’inglese, per marcare un punto a favore della nostra lingua e affermare implicitamente che non è necessario parlare l’inglese per rappresentare bene il proprio Paese. Lei non ha torto tuttavia quando osserva che gli uomini politici italiani, mediamente, sono meno bravi in lingue dei loro colleghi stranieri. Minori attitudini linguistiche? Questo è certamente vero nel caso di molti meridionali per cui è difficile aspirare le h, sibilare le th e pronunciare correttamente parole che terminano con una consonante. Ma la vera causa del provincialismo linguistico italiano è la natura di un sistema in cui si fa carriera all’ombra del potere e occorre, per restare in gara, dedicare un tempo sproporzionato agli intrugli e ai pasticci della cucina politica nazionale. È questa la ragione per cui sono così rari gli uomini politici che partecipano assiduamente ai lavori del Parlamento di Strasburgo o accettano di uscire temporaneamente dalla scena italiana per cimentarsi in sedi internazionali. Come nei palazzi dell’Antico Regime, la distribuzione dei posti avviene tra i cortigiani. Chi va a fare esperienze altrove perde il turno e viene saltato.</FONT><BR></P></TD></TR></TBODY></TABLE></DIV>[addsig]

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