L’Espresso: L’Europa e il gioco delle tre carte

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Piero Ignazi – Potere&poteri

L’Europa e il gioco delle tre carte

L’UNIONE EUROPEA È ORMAI "ENTRATA" nella politica nazionale dei vari Paesi membri. Sempre più – e lo si è visto in Grecia e in Olanda – le scelte politiche dei cittadini sono influenzate dalla adesione o meno alle linee guida dell’Ue. Anche in Italia, a partire dalla fine degli anni Novanta, il tradizionale filo-europeismo è stato incrinato da un crescente sentimento euroscettico. Prima la Lega ha effettuato una inversione a U passando da posizioni quasi spinelliane, favorevoli ad un federalismo su scala europea, ad un virulento antieuropeismo. Poi Forza Italia, e in misura minore An, hanno tuonato contro il nostro ingresso nella moneta unica arrivando a provocare le dimissioni dell’allora ministro degli Esteri del governo Berlusconi, Renato Ruggiero, nel gennaio del 2002. Ancora oggi Pdl e Lega sono gli alfieri dell’euroscetticismo. Benché Bobo Maroni abbia indossato i panni borghesi dell’avvocato ed abbia adottato toni più sfumati nella recente convention degli Stati generali del Nord, il Carroccio, in coerenza con il suo ruolo di oppositore al governo Monti, non ha difficoltà ad attaccare il "superstato di Bruxelles". Per il Pdl invece è complicato affidarsi all’antieuropeismo. Il suo animus più profondo lo spinge a scagliarsi contro l’Europa che identifica tuttora con il nemico per eccellenza, Romano Prodi. Non per nulla quando il governo Berlusconi aveva bisogno di un capro espiatorio e di una via di fuga dalle difficoltà economiche parlava dell’"euro di Prodi". Ora, di fronte alla crisi di consensi in cui si sta avvitando il Popolo delle libertà Silvio Berlusconi ha più volte riesumato la carta euroscettica nella speranza di intercettare un sentimento diffuso e crescente (e sottrarre consensi ai grillini ). In effetti, come ha riportato recentemente Ilvo Diamanti, solo il 36 per cento degli italiani ha fiducia nell’Ue, cifra che scende al 25 per pidiellini e leghisti. Ma cavalcare l’ostilità all’Europa significa entrare in rotta di collisione con il governo Monti, e direttamente con il presidente del Consiglio. Ed è uno scontro a somma zero. Quando Berlusconi dà voce all’umore dei propri elettori e attacca l’Ue a testa bassa, anche con dichiarazioni al di là del ridicolo come quella che auspicava la fuoriuscita dall’euro della Germania, non esprime un dissenso su uno dei tanti provvedimenti del governo: ne colpisce l’essenza stessa, la ragion d’essere, la mission più profonda. Monti è stato chiamato per "riportare" l’Italia in Europa ed evitare il commissariamento della trojka Fmi-BceUe. Il presidente del Consiglio si è fatto garante di questo passaggio presso la comunità internazionale, e le recenti dichiarazioni a New York sulla sua disponibilità futura al servizio del Paese vanno lette in questo senso. Se così è, allora il governo non può mostrare condiscendenza verso posizioni in netto contrasto con la propria agenda europea. Ad esempio, come può passare sotto silenzio la proposta berlusconiana di abolire l’Imu quando si devono recuperare 20 miliardi di debito all’anno? Risanamento finanziario e recupero di credibilità internazionale sono il core business del governo Monti. Eppure il Cavaliere sorvola su queste priorità con la consueta leggerezza, ed alterna bordate micidiali contro la politica economica ed europea del premier con disponibilità per un nuovo governo di grande coalizione presieduto da Monti. Da un lato critica gli impegni internazionali del governo, dall’altro lo vuole ancora in sella l’anno prossimo nella speranza che il Pdl abbia ancora un ruolo e non sia tagliato fuori dai giochi. Ancora una volta Berlusconi tenta il gioco delle tre carte. Ma Monti non è certo abituato a sedersi a quei tavoli. Lo faccia capire ancor meglio.

(L’Espresso, 5-10-2012)




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