L’esperanto vive

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Da Italians di Beppe Severgnini (Corriere.it)

Caro Beppe, ti ringrazio di cuore per la pubblicazione della lettera del signor Guido Ricci sull'esperanto, lettera che offre a un linguista come me l'occasione di dare un contributo alla discussione. Perché dunque tale lingua non ha mai “sfondato”? Le ragioni, in effetti, sono prettamente extra-linguistiche, nulla a che vedere con il fatto che l'esperanto sia “strutturalmente” destinato al fiasco perché è lingua pianificata. Perché? Perché la pianificazione linguistica non è un'aberrazione in sé, visto che elementi di pianificazione nella storia delle lingue ce ne sono molti (anche nell'italiano), come dimostrato in modo eclatante dal caso del neo-ebraico, resuscitato dal nulla e poi proposto e adottato dagli israeliani come lingua dello stato di Israele, o anche dal serbo-croato, lingua normalizzata e unificata da Vuk Karadzic (1787-1864) a partire da due varietà linguistiche dissimili. Comunque ormai, a mio avviso almeno, sarebbe anche improprio dire che l'esperanto è “pianificato”. Lo era forse era forse all'inizio, ma ormai la lingua segue le dinamiche naturali di tutte le altre lingue: ha i suoi arcaismi, i suoi neologismi spontanei creati dalla comunità linguistica che la parla, etc. Infine, ogni lingua è in un certo senso “artificiale” agli occhi di chi la impara come lingua straniera (posso io decidere che in francese il plurale di “la” non è “les” ma “las”? In fondo, se ci pensi, anche questa un'imposizione al discente). Ragioni extra-linguistiche, quindi, peraltro mutevoli. Tu ne indichi giustamente alcune, come la mancanza di uno stato di riferimento o la mancanza di mezzi o l'ostracismo (negli anni '20 si arrivò perfino a dibattere alla Società delle Nazioni se l'esperanto dovesse essere insegnato nelle scuole di tutto il mondo, ma la Francia si oppose). Ma il problema, e qui concludo, è mal posto, spesso dagli stessi esperantisti. Non ci si deve interrogare sul perché l'esperanto non sia diventato la lingua del mondo, il vero miracolo è che nonostante tutto una lingua inventata da una sola persona ancora oggi esista, viva e faccia sognare più di qualcuno. Chiamatelo fallimento!

Un caro saluto,

Marco Furlan
, marco_furlan1@libero.it

(21 gennaio, 2007) Corriere Online
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