L’Esperanto per una Difesa Europea

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Da http://www.paginedidifesa.it/2006/zuccotti_060909.html

L’esperanto, una lingua europea


Saverio Zuccotti, 9 settembre 2006


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Tra le infinite pagine di Internet che sfiorano in qualche modo l'universo militare, si segnala una breve analisi sulle prospettive del cosiddetto “universal networking language”, ovvero “un linguaggio speciale, invisibile all'utilizzatore umano ma adatto ad essere processato da server e calcolatori in rete”. L'aspetto più interessante della pagina in questione risiede tuttavia nella proposta – apparentemente estemporanea – “di attivare una sperimentazione di apprendimento dell'esperanto a livello delle scuole militari liceali di tutta Europa”, con l'obiettivo di attuare “una sperimentazione non solo fine a se stessa, ma anche immediatamente utile per creare il futuro ufficiale dell'esercito europeo”.

Prima di analizzare più a fondo questa proposta, una rapida digressione storica. L'esperanto è una lingua pianificata – spesso definita a torto “lingua artificiale” – ideata nel 1887 dal polacco Zamenhof con l'obiettivo di creare una lingua franca sovranazionale e di facile apprendimento. Nel corso degli anni, l'esperanto si è sviluppato e si è mantenuto vivo nell'ambito di una comunità che viene oggi stimata in circa due milioni di persone, sparse nei quattro angoli del pianeta ma unite da una fitta rete di scambi e di iniziative.

Tutti gli esperti sono unanimi nel dire che la “lingvo internacia” del dott. Zamenhof sia di gran lunga più facile di qualunque altro idioma. Questo vuol dire ad esempio che, a parità di grado di padronanza, l'esperanto richiede mediamente un decimo delle ore di studio necessarie per apprendere l'inglese. E non è solo una questione di regole grammaticali (solo sedici quelle di base per l'Esperanto, che pure è una lingua completa e ovviamente non esistono le eccezioni), ma anche di regole di pronuncia: un fonema per ogni lettera dell'alfabeto e l'accento che cade sempre sulla penultima sillaba di qualunque parola.

I critici imputano all'esperanto sostanzialmente tre difetti principali. Primo, si tratta di una lingua ideata oltre un secolo fa con scelte talvolta arbitrarie (soprattutto per quanto riguarda il dizionario) e che oggi potrebbero essere riviste alla luce di criteri più razionali. Secondo, il fatto che dal 1887 ad oggi il numero dei conoscitori non abbia superato i due milioni potrebbe essere il sintomo di una qualche inadeguatezza della lingua. Terzo, l'esperanto non suonerebbe un granché bene.

Per quanto riguarda il primo punto, va osservato che nel corso del tempo sono state proposte molte altre lingue pianificate, ma nessuna ha avuto la stessa diffusione dell'esperanto. L'impianto di questa lingua – a prescindere da eventuali sbavature linguistiche di fondo – è ormai un patrimonio acquisito da gruppi di esperantisti sparsi in oltre 100 Paesi nel mondo (in Italia si trovano gruppi in diverse città medio-grandi).

L'aspetto principale su cui infuria il dibattito riguarda tuttavia la reale diffusione dell'Esperanto. Questa lingua ad oggi non è ancora esplosa semplicemente perché non è lingua ufficiale in nessuno Stato e non è mai stata sostenuta da nessuna forza economica, culturale e politica (si pensi alla fortuna del latino rapportata con la potenza di Roma imperiale prima e il potere della Chiesa poi, o a quella dell'inglese nell'era anglo-americana).

Ma l'esperanto guarda all'Unione europea, dove convivono oggi qualcosa come 20 lingue ufficiali. Il recente tentativo di estrarre da queste un sottoinsieme limitato di lingue di lavoro ha generato due risultati evidenti: la discriminazione di decine di lingue (inclusa quella di Dante) e l'aver risolto il problema in modo insufficiente (3-4 lingue di lavoro sono comunque troppe). Da qui la proposta degli esperantisti: perché non adottare l'esperanto come unica lingua di lavoro, così da non provocare discriminazioni tra le culture europee e semplificare la vita di chi deve darsi allo studio di una lingua di lavoro?

Se il dibattito sul futuro linguistico dell'Unione europea esula dagli scopi di queste Pagine di Difesa – né chi scrive ha la pretesa di avere le competenze per alimentarlo nel dettaglio -, la proposta relativa all'introduzione dell'esperanto nell'universo militare europeo merita di essere analizzato per due ragioni fondamentali.

Innanzitutto, l'esperanto è già stato sperimentato con successo dai militari sul campo. Così riporta il testo di un progetto di legge “per la promozione e l'insegnamento della lingua internazionale esperanto” presentato nel 2005 alla Camera dei Deputati: “A proposito di tale facilità di apprendimento giova ricordare che l'esperanto è stato utilizzato dall'esercito degli Stati Uniti all'inizio degli anni 60 per le sue esercitazioni. I militari statunitensi che dovevano fare la parte del nemico dovevano apprenderlo e utilizzarlo per rendere più credibili le esercitazioni.

L'esperanto fu scelto perché, come si legge proprio nel manuale fornito dal Pentagono, «non s'identifica con nessuna alleanza militare o ideologia, di gran lunga più facile da apprendere ed usare di qualunque lingua nazionale», è «una lingua viva ed un mezzo attuale di comunicazione internazionale scritta ed orale e le sue regole grammaticali sono tali che essa resterà una lingua viva perché puo assimilare nuove parole». La cosa non durò molto perché gli esperantisti americani protestarono duramente dato che il titolo dato al manuale militare era «Esperanto, the aggressor language».” Nonostante la brusca interruzione di questa esperienza americana, un ipotetico uso della lingua tra i militari europei sarebbe probabilmente accettato come primo passo verso l'adozione dell'esperanto in tutte le Istituzioni della Ue.

Inoltre, considerato che i militari di truppa non sempre hanno un profilo culturale particolarmente alto, l'insegnamento diffuso e generalizzato dell'esperanto nelle caserme europee potrebbe essere la soluzione più semplice per portare ad un buon livello di padronanza di una seconda lingua la quasi totalità del personale in armi. Tradotto in altri termini, l'interoperabilità linguistica tra gli eserciti europei costerebbe con l'esperanto dieci volte di meno di quanto non costi oggi con l'inglese.

Provando per un istante a liberare l'immaginazione, si potrebbe dunque pensare a una campagna di sperimentazione europea con diversi casi di studio a livello di plotone-compagnia. Ad esempio, si potrebbe confrontare la differenza di costo – in termini di tempo e di denaro – dell'insegnamento linguistico alla truppa dell'esperanto e dell'inglese, valutandone poi l'efficacia in condizioni operative reali. Visti i benefici metodologici offerti dall'apprendimento della lingua di Zamenhof, si potrebbe infine valutare l'onere richiesto al singolo individuo per aggiungere all'esperanto lo studio di un'altra lingua nazionale.

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Oltremare
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L'aspetto più interessante della pagina in questione risiede tuttavia nella proposta - apparentemente estemporanea - "di attivare una sperimentazione di apprendimento dell'esperanto a livello delle scuole militari liceali di tutta Europa", con l'obiettivo di attuare "una sperimentazione non solo fine a se stessa, ma anche immediatamente utile per creare il futuro ufficiale dell'esercito europeo”. <br><P>Prima di analizzare più a fondo questa proposta, una rapida digressione storica. L'esperanto è una lingua pianificata - spesso definita a torto "lingua artificiale" - ideata nel 1887 dal polacco Zamenhof con l'obiettivo di creare una lingua franca sovranazionale e di facile apprendimento. Nel corso degli anni, l'esperanto si è sviluppato e si è mantenuto vivo nell'ambito di una comunità che viene oggi stimata in circa due milioni di persone, sparse nei quattro angoli del pianeta ma unite da una fitta rete di scambi e di iniziative. <br><P>Tutti gli esperti sono unanimi nel dire che la "lingvo internacia" del dott. Zamenhof sia di gran lunga più facile di qualunque altro idioma. Questo vuol dire ad esempio che, a parità di grado di padronanza, l'esperanto richiede mediamente un decimo delle ore di studio necessarie per apprendere l'inglese. E non è solo una questione di regole grammaticali (solo sedici quelle di base per l'Esperanto, che pure è una lingua completa e ovviamente non esistono le eccezioni), ma anche di regole di pronuncia: un fonema per ogni lettera dell'alfabeto e l'accento che cade sempre sulla penultima sillaba di qualunque parola. <br><P>I critici imputano all'esperanto sostanzialmente tre difetti principali. Primo, si tratta di una lingua ideata oltre un secolo fa con scelte talvolta arbitrarie (soprattutto per quanto riguarda il dizionario) e che oggi potrebbero essere riviste alla luce di criteri più razionali. Secondo, il fatto che dal 1887 ad oggi il numero dei conoscitori non abbia superato i due milioni potrebbe essere il sintomo di una qualche inadeguatezza della lingua. Terzo, l'esperanto non suonerebbe un granché bene. <br><P>Per quanto riguarda il primo punto, va osservato che nel corso del tempo sono state proposte molte altre lingue pianificate, ma nessuna ha avuto la stessa diffusione dell'esperanto. L'impianto di questa lingua - a prescindere da eventuali sbavature linguistiche di fondo - è ormai un patrimonio acquisito da gruppi di esperantisti sparsi in oltre 100 Paesi nel mondo (in Italia si trovano gruppi in diverse città medio-grandi). <br><P>L'aspetto principale su cui infuria il dibattito riguarda tuttavia la reale diffusione dell'Esperanto. Questa lingua ad oggi non è ancora esplosa semplicemente perché non è lingua ufficiale in nessuno Stato e non è mai stata sostenuta da nessuna forza economica, culturale e politica (si pensi alla fortuna del latino rapportata con la potenza di Roma imperiale prima e il potere della Chiesa poi, o a quella dell'inglese nell'era anglo-americana). <br><P>Ma l'esperanto guarda all'Unione europea, dove convivono oggi qualcosa come 20 lingue ufficiali. Il recente tentativo di estrarre da queste un sottoinsieme limitato di lingue di lavoro ha generato due risultati evidenti: la discriminazione di decine di lingue (inclusa quella di Dante) e l'aver risolto il problema in modo insufficiente (3-4 lingue di lavoro sono comunque troppe). Da qui la proposta degli esperantisti: perché non adottare l'esperanto come unica lingua di lavoro, così da non provocare discriminazioni tra le culture europee e semplificare la vita di chi deve darsi allo studio di una lingua di lavoro? <br><P>Se il dibattito sul futuro linguistico dell'Unione europea esula dagli scopi di queste Pagine di Difesa - né chi scrive ha la pretesa di avere le competenze per alimentarlo nel dettaglio -, la proposta relativa all'introduzione dell'esperanto nell'universo militare europeo merita di essere analizzato per due ragioni fondamentali. <br><P>Innanzitutto, l'esperanto è già stato sperimentato con successo dai militari sul campo. Così riporta il testo di un progetto di legge "per la promozione e l'insegnamento della lingua internazionale esperanto" presentato nel 2005 alla Camera dei Deputati: "A proposito di tale facilità di apprendimento giova ricordare che l'esperanto è stato utilizzato dall'esercito degli Stati Uniti all'inizio degli anni 60 per le sue esercitazioni. I militari statunitensi che dovevano fare la parte del nemico dovevano apprenderlo e utilizzarlo per rendere più credibili le esercitazioni. <br><P>L'esperanto fu scelto perché, come si legge proprio nel manuale fornito dal Pentagono, «non s'identifica con nessuna alleanza militare o ideologia, di gran lunga più facile da apprendere ed usare di qualunque lingua nazionale», è «una lingua viva ed un mezzo attuale di comunicazione internazionale scritta ed orale e le sue regole grammaticali sono tali che essa resterà una lingua viva perché puo assimilare nuove parole». La cosa non durò molto perché gli esperantisti americani protestarono duramente dato che il titolo dato al manuale militare era «Esperanto, the aggressor language»." Nonostante la brusca interruzione di questa esperienza americana, un ipotetico uso della lingua tra i militari europei sarebbe probabilmente accettato come primo passo verso l'adozione dell'esperanto in tutte le Istituzioni della Ue. <br><P>Inoltre, considerato che i militari di truppa non sempre hanno un profilo culturale particolarmente alto, l'insegnamento diffuso e generalizzato dell'esperanto nelle caserme europee potrebbe essere la soluzione più semplice per portare ad un buon livello di padronanza di una seconda lingua la quasi totalità del personale in armi. Tradotto in altri termini, l'interoperabilità linguistica tra gli eserciti europei costerebbe con l'esperanto dieci volte di meno di quanto non costi oggi con l'inglese. <br><P>Provando per un istante a liberare l'immaginazione, si potrebbe dunque pensare a una campagna di sperimentazione europea con diversi casi di studio a livello di plotone-compagnia. Ad esempio, si potrebbe confrontare la differenza di costo - in termini di tempo e di denaro - dell'insegnamento linguistico alla truppa dell'esperanto e dell'inglese, valutandone poi l'efficacia in condizioni operative reali. Visti i benefici metodologici offerti dall'apprendimento della lingua di Zamenhof, si potrebbe infine valutare l'onere richiesto al singolo individuo per aggiungere all'esperanto lo studio di un'altra lingua nazionale. <!-- FINE TESTO --><P><CENTER><A style="TEXT-DECORATION: none" href="http://www.paginedidifesa.it/pddforum.html"><B><FONT size=2>FAI CLICK SU QUESTO LINK ED ESPRIMI LE TUE IDEE SU FORUM DIFESA</FONT></B></A></CENTER></DIV></DIV>[addsig]

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