L’esperanto non fermerà l’inglese

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L'esperanto non fermerà l'inglese
E' utopico dare vita a un idioma non radicato in una comunità storica
Gian Luigi Beccaria

Nel suo ultimo libro, spesso arguto e pungente (Adeguate imperfezioni, Sellerio, pp. 155, euro 16) il nuovo presidente della Societas Linguistica Europea, Pier Marco Bertinetto, illustre linguista, inizia un capitolo, il primo, citando una formulazione apparentemente scherzosa circa la differenza tra lingua e dialetto: «Il dialetto è una lingua priva di esercito» (battuta generalmente attribuita a Max Weinreich).
Il che vuol dire, in concreto, che noi chiamiamo «lingue» quelle che si sono imposte ad una comunità sempre più estesa sulla base dell'appartenenza a un'entità politica dotata di forza culturale ma anche di «forze» effettive. Anche se sul piano strutturale non si può fare distinzione alcuna tra lingua e dialetto, perché tutti i dialetti sono «lingue», è pur vero che si dirà «lingua» quel «dialetto» che a un certo punto si è imposto sugli altri, ed è perlopiù il dialetto di chi comanda.
Ma nell'Europa d'oggi, che sta succedendo? La lingua che sta per imporsi definitivamente (l'inglese) non ha alle spalle evidentemente alcun esercito, non ha le legioni che aveva il latino di Roma. Oggi, ufficialmente, ogni lingua della Comunità europea è sullo stesso piano delle altre. Nei fatti però le cose stanno diversamente. Bertinetto cita dal sito http://www.eurolang2001.org dati che mostrano come la situazione, se abbandonata a se stessa, non lasci scampo per il futuro.
Il tedesco è parlato come lingua madre dal 24% degli europei, ma soltanto l'8% lo parla come seconda lingua; il francese dal 16% come lingua madre, ma dal 10% soltanto come seconda lingua; l'italiano dal 16% come lingua madre, ma addirittura dal 2% soltanto come seconda lingua; l'inglese invece dal 16% come lingua madre, ma dal 31% come seconda lingua, e il 47% degli europei è in grado di parlarlo. Dunque è destinato a imporsi in un breve lasso di tempo come la lingua d'Europa (oltre che del mondo intero).
Qual è il modo per far fronte a tanta invadenza? Adottare una strumento linguistico egualitario come l'esperanto? Cosa a cui la maggioranza dei linguisti non crede. È idea utopica, poiché è difficile dare vita a un idioma non radicato in una comunità storica. Le lingue vere hanno dietro alle spalle una lunga tradizione, una loro letteratura, una fitta stratificazione di moduli espressivi.
Gli esperantisti fanno notare che l'esperanto non costituirà come l'inglese una minaccia per le nostre lingue. Non c'è dubbio. E poi l'esperanto ha dalla sua il fatto che è facile da apprendere, è razionale, economico. Non basta, ahimè! La forza dell'inglese non sta nella sua sintassi più semplice, bensì nel suo «prestigio» culturale, tecnologico, economico, cui si è sommato il prestigio dell'inglese d'America che gli fa da «volano».

(fonte: Tuttolibri, in edicola sabato 25 aprile con La Stampa)




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