L’esperanto contro l’inglese: una battaglia perduta [per codardia]

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L’esperanto contro l’inglese: una battaglia perduta
Dal 1° gennaio l’Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l’ingresso di Bulgaria e Romania e l’introduzione del gaelico. In realtà l’inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell’inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un’Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l’Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull’esperanto e sul valore e l’importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l’esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili.
ariannascrepanti@ yahoo.it

Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell’inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l’influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l’educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l’inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all’inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l’inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un’altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio dell’anglofonia ricorrendo all’esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all’evoluzione della società e dell’economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l’antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L’esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell’esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l’inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell’inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.

(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).




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Redazione Forum
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L'esperanto contro l'inglese: una battaglia perduta<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
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L'esperanto contro l'inglese: una battaglia perduta<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).<br /><br />
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Redazione Forum
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L'esperanto contro l'inglese: una battaglia perduta<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).<br /><br />
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L'esperanto contro l'inglese: una battaglia perduta<br /><br />
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Dal 1° gennaio l'Unione Europea ha 23 lingue ufficiali, dopo l'ingresso di Bulgaria e Romania e l'introduzione del gaelico. In realtà l'inglese acquista terreno in ogni campo della vita economica e sociale. In Europa e nel mondo si è affermata una situazione di tale predominio di alcune lingue (soprattutto dell'inglese) e culture su tutte le altre da pregiudicarne la vita stessa. Non pensa sia necessario uno stimolo innovativo verso un'Europa degli europei e non degli anglo-americani? Non crede che gli anglofoni siano privilegiati in più settori, primo fra tutti quello professionale? Per l'Unione Europea è necessaria una lingua neutrale e che non sia «materna» di alcun popolo! Ho letto alcuni articoli sull'esperanto e sul valore e l'importanza che può avere come lingua internazionale. Ritengo che l'esperanto potrebbe offrire agli uomini lo strumento per raccogliere il maggior numero di informazioni possibili. ariannascrepanti@ yahoo.it <br /><br />
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Cara Signora, potrei sottoscrivere senza difficoltà tutte le sue parole. È vero che la diffusione dell'inglese sta progressivamente riducendo lo spazio e l'influenza delle altre lingue. Un secolo fa la borghesia europea sceglieva una lingua straniera, per l'educazione dei propri figli, sulla base di molte considerazioni: interessi culturali, orientamenti professionali, considerazioni geografiche. Oggi tutti ritengono che basti, per viaggiare e fare affari, conoscere l'inglese. Lei ha perfettamente ragione quando osserva che questo conferisce agli anglofoni, all'inizio della corsa, un grande vantaggio. Noi dobbiamo tradurre, cercare faticosamente la parola giusta, prestare grande attenzione alle sfumature e ai sottintesi del nostro interlocutore inglese o americano; lui deve semplicemente esprimersi nel linguaggio che gli è naturale. E lei ha colto un aspetto importante della questione quando osserva che questo vantaggio iniziale non sollecita gli anglofoni allo studio di altre lingue. Persino gli studiosi inglesi, americani, canadesi e australiani ritengono cha sia ormai sufficiente, per la loro carriera, conoscere esclusivamente l'inglese. Ne abbiamo una conferma quando, sfogliando il libro di uno storico anglosassone, constatiamo che la bibliografia si compone spesso soltanto di testi pubblicati in inglese. Un libro pubblicato in un'altra lingua ha quindi meno possibilità di essere conosciuto, citato e apprezzato. Dovremmo quindi cercare di spezzare il monopolio <br /><br />
dell'anglofonia ricorrendo all'esperanto? Le lingue sono organismi vivi che reagiscono all'evoluzione della società e dell'economia creando con grande spontaneità le parole necessarie per stare al passo con i tempi. Non è facile riprodurre questa spontaneità artificialmente sotto la campana di vetro di un laboratorio linguistico. Gli ebrei riuscirono e resuscitare e a modernizzare l'antico ebraico perché erano pochi, vivevano in un piccolo territorio e avevano una forte motivazione ideale. L'esperanto, nonostante il generoso sforzo dei suoi partigiani, è una lingua artificiale in cui il tasso di accrescimento lessicale è fortemente limitato dal piccolo numero di coloro che la parlano. Temo che la battaglia dell'esperanto sarebbe una battaglia perduta. Questo non significa che l'inglese sia fatalmente destinato a dominare il mondo. Vi sono due interessanti fenomeni che occorrerà seguire con attenzione nei prossimi anni. In primo luogo, lo spagnolo è diventato, soprattutto durante la seconda metà del Novecento, una lingua internazionale e gli Stati Uniti potrebbero essere, fra mezzo secolo, un Paese bilingue. In secondo luogo, la diffusione dell'inglese in tutti i continenti sta creando una moltitudine di varianti locali, fortemente influenzate dalla cultura, dal gergo e dagli accenti del Paese in cui è parlato. Come il latino generò un certo numero di lingue «volgari», così potrebbe accadere domani per la lingua inglese. E gli stessi inglesi, quando dovranno andare in India o in Kenya, potrebbero vedersi costretti a imparare una lingua alquanto diversa da quella che hanno appreso nelle loro famiglie e nelle loro scuole.<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 27/2/2007).<br /><br />
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