L’egoismo che avvelena l’Europa

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SALVIAMO L’EURO

L’egoismo che avvelena l’Europa

di Jean Pisanl-Ferry

Ogni volta che una società vede i suoi problemi solo attraverso il prisma dei conflitti distributivi le sue possibilità di risolverli diminuiscono nettamente, perché la mentalità del "noi contro di loro" distorce l’analisi e preclude l’adozione di soluzioni che migliorerebbero inequivocabilmente la situazione globale. Qualsiasi scelta politica viene percepita come un gioco a somma zero, in cui al guadagno di un gruppo corrisponde necessariamente la perdita di un altro gruppo. Le stesse nozioni di fiducia e progresso vengono meno. Il passato ci mostra fino a che punto questi conflitti – tra ricchi e poveri, proprietari terrieri e industriali, capitale e forza lavoro – possano ostacolare lo sviluppo. Oggi negli Stati Uniti vediamo come irriducibili antagonismi portino allo stallo nelle questioni tributarie e di bilancio. E abbondano gli esempi di riforme economiche il cui fallimento è fondamentalmente imputabile alla stessa logica della somma zero. Ma in nessun luogo tale logica appare oggi più saliente che in Europa, dove da quando è iniziata la crisi dell’euro, quasi tre anni fa, si è instaurata una lotta incessante tra due letture del fenomeno. La prima interpretazione mette in rilievo i difetti delle politiche seguite nella zona euro e le riforme necessarie per porvi rimedio. La seconda punta il dito sulle mancanze dei singoli paesi dell’eurozona e sui costi che queste impongono ai loro vicini. Finora le adesioni all’una o all’altra posizione si sono mantenute grosso modo a un livello di equilibrio, ma la seconda sta acquistando sempre più credito. Gran parte dell’opinione pubblica dell’Europa settentrionale vive con crescente esasperazione quello che considera un tentativo, da parte del sud, di derubarla dei propri risparmi. A tal proposito è rivelatrice la recente lettera in cui i 6o economisti tedeschi definiscono il progetto europeo di un’unione bancaria poco più che un tentativo di far pagare alla Germania gli errori della Spagna. Gli economisti trascurano ampiamente il problema della fragilità finanziaria che l’unione bancaria dovrebbe risolvere, sostenendo che non ci sarebbero problemi se solo i governi la smettessero di intervenire nelle crisi bancarie. Ed esagerano il rischio che uno schema comune di garanzia dei depositi bancari possa trasformarsi in un massiccio canale di trasferimento da nord a sud. A sua volta, l’Europa meridionale è investita da un senso di rabbia. Recentemente il primo ministro italiano Mario Monti ha denunciato l’emergere in Europa di una "creditocrazia" – in cui il governo è esercitato da coloro che ritengono di appartenere alla parte in credito dell’Europa – evidenziando che, contrariamente a un’opinione diffusa, l’Italia non fa affidamento sull’aiuto di nessuno (in effetti lo Stato italiano sta contribuendo a sostenere altri Paesi in crisi quindi, oggettivamente, è ancora un creditore). Se il mite Monti parla in questi termini, che possiamo aspettarci dal populismo di nuovo conio che inevitabilmente scaturirà dalla crisi dell’Europa meridionale? Certamente questa mentalità della somma zero, che divide sempre più l’Europa, non è del tutto nuova: l’Ue è abituata ai conflitti distributivi, e le lunghe discussioni sul bilancio (a cadenza settennale) in genere danno adito ad aspre contese. Ma finora i politici riuscivano a mantenere le controversie nell’ambito dell’ordinario scambio di concessioni sulla tassazione e sui trasferimenti transfrontalieri. Il nodo del dibattito è che i conflitti distributivi investono l’intero spettro della politica. C`è chi lo aveva previsto. Nel 1997 l’economista Martin Feldstein scrisse che l’unione monetaria avrebbe generato conflitti all’interno dell’Europa. Allora venne deriso e trattato come un accanito oppositore del progetto europeo. Purtroppo la sua intuizione si è rivelata corretta: se oggi i paesi europei sono ai ferri corti non è a dispetto della moneta comune, ma proprio a causa sua. La storia mostra che i conflitti internazionali sul debito e i trasferimenti monetari costituiscono un serio pericolo. Negli anni Venti e Trenta del Novecento i rappresentanti degli stati europei consacrarono innumerevoli incontri al tentativo di risolverli (all’epoca il contenzioso verteva soprattutto sulle riparazioni da parte della Germania). Nonostante la buona volontà degli Usa, non riuscirono a superare le loro divergenze e lasciarono che il problema delle riparazioni degenerasse in un venefico conflitto economico che contribuì a scatenarne uno incomparabilmente peggiore. Ma il conflitto non è inevitabile. Diverse società hanno mostrato di essere in grado di superare la mentalità della somma zero e porre le loro considerazioni di interesse nazionale in prospettiva futura: l’Europa deve trovare in se stessa la capacità di fare altrettanto. Guardando al modo in cui i Paesi affrontano i conflitti interni, un’importante lezione da trarre è che per superarli non bisogna trascurare le problematiche distributive. Le società di successo non smettono di discutere su chi abbia da guadagnare o da perdere dalle tasse, dalla ridistribuzione o dalla regolamentazione, ma non lasciano che i conflitti distributivi condizionino tutto il dibattito. Riescono a scindere tali problematiche dalle questioni dell’efficienza e della stabilità. L’Europa deve imparare la lezione. Deve riconoscere che è costretta a convivere con i conflitti distributivi e deve trovare il modo per affrontarli. Ma, soprattutto, deve limitare la portata di tali conflitti ed evitare di esserne sopraffatta. Per riuscirci servono coraggio, lungimiranza e fiducia, qualità che al momento scarseggiano pericolosamente.
(Traduzione di Elisa Conto)
(Da Il Sole 24 Ore, 3/8/2012).




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