L’eccezione inglese

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La banale conseguenza di un "se" è all'origine dell'arrocco britannico in Europa. Discutere di ipotetici scenari, per gli storici, è esercizio inutile, ma per i politici immaginare l'esperienza degli altri ritagliata su sé stessi è considerato molto istruttivo. Consente di annusare l'aria di casa e di mutare rotta.

In Gran Bretagna la crisi dell'euro ha trasformato i sospetti in convinzioni, nella consapevolezza che "se" oggi fosse partner della moneta unica vivrebbe in bilico fra Spagna e Grecia, Portogallo e Italia e si troverebbe costretta a varare misure molto più severe del decennio di austerità che il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne ha annunciato due giorni fa alla nazione. Il deficit britannico è previsto a fine anno fiscale inglese al 6,9% del prodotto interno lordo, il debito al 74,7% e viaggia verso primati planetari (507% del pil secondo i dati 2011 di McKinsey) se considerato in misura globale, aggiungendo, cioè, ai numeri del pubblico quelli di privati e imprese finanziarie e non. La congiuntura minaccia di portare il Paese – lo suggerisce una volta di più il dato negativo di meno 0,8% della produzione industriale di ottobre – verso la tripla recessione, approdo che significherebbe declassamento quasi certo dall'ambitissima tripla A.

«Il punto di partenza – ricorda Jonathan Portes direttore del National institute for economic and social research (Niesr) – è la constatazione che nel 2008-2009 fu colpito duramente il settore bancario e dei servizi correlati (il 10% circa del Pil britannico n.d.r.) che genera una base imponibile essenziale per le finanze pubbliche». In cinque trimestri l'economia di Sua Maestà s'è contratta del 6,3% e a tutt'oggi ha recuperato metà circa del terreno perduto. «Se facessimo parte della moneta unica – continua Portes – subiremmo lo stesso grado di sfiducia che i mercati riservano a Spagna e Italia. La differenza l'ha fatta l'indipendenza della banca centrale e in misura minore la flessibilità del tasso di cambio».

Che la sovranità monetaria abbia consentito a Londra di battere un sentiero diverso da quello dell'eurozona con round di quantitative easing, e simili forme di allentamento, pari a circa il 25% dell'economia nazionale, è noto. Che sia avvenuto in contemporanea con il manifesto fallimento del coordinamento delle politiche dell'eurozona ha, invece, innescato un cortocircuito più vasto, producendo una sequenza capace di mutare la percezione dell'Europa in un'opinione pubblica già scettica. E, quel che più conta, ha messo un popolo alle spalle delle avanguardie ultraconservatrici del Tory party decise, più che mai, ad alzare la pressione su Downing street. Il sondaggio più discusso nelle ultime settimane è quello di YouGov che indica la volontà del 56% degli elettori di scegliere la via d'uscita dall'Ue se sollecitati – come David Cameron si ripromette di fare – a prendere una posizione netta.

Tanto è bastato per assistere a una mutazione di indirizzo della politica inglese che non ha precedenti. Dai tempi di Margaret Thatcher a quelli di John Major fino a Tony Blair e Gordon Brown, Londra ha sempre battuto i pugni sul tavolo forzando con straordinaria abilità negoziale la propria posizione a Bruxelles. Lo ha sempre fatto, però, nella convinzione di voler restare ancorata al quadro comune, sebbene senza l'afflato ideale di altri partner, sebbene mossa dal pragmatismo mercantilistico che la guida da secoli. David Cameron, figlio di una generazione lontana dal ricordo della seconda guerra mondiale, vorrebbe, probabilmente, restare in quel solco. La crisi dell'euro non glielo consente più ponendo in costante alternativa la via britannica verso la ripresa con quella dei Paesi più deboli dell'eurozona. Esercizio che genera timore e sfiducia verso Bruxelles nella base popolare e nella leadership politica. «Il Regno Unito ha gestito meglio le cose ? Sì, nel senso – replica Jonathan Portes non sospetto di scarsa indipendenza essendo stato al centro di un'aspra polemica per le critiche espresse alle politiche del Cancelliere George Osborne – che riduciamo il deficit più lentamente».

L'austerità imposta con mano (relativamente) ammorbidita dall'uso di strumenti di politica monetaria risparmia, dunque, le asprezze che si vedono nel Sud Europa e rinforza, negli inglesi, la sensazione di aver fatto la scelta più corretta rinunciando a cedere la sovranità monetaria. Una convinzione cementata da un altro dato che distacca il Regno dalle realtà più deboli dell'eurozona: la disoccupazione. Alle impennate spagnole, alle tensioni italiane, alla spinte francese, la Gran Bretagna replica con un sostenibile 7,8%, in crescita non esplosiva dal 5,5 minimo del 2008. Non era mai accaduto prima che una recessione non bruciasse posti di lavoro. Nei primi anni Ottanta in una delle stagioni più cupe per il Paese, ad esempio, il tasso di persone senzalavoro passò dal 5,8% del 1980 all'12% del 1984. Qualcosa del genere avvenne durante la crisi degli anni Novanta. Le flessibili legislazioni sul lavoro volute da Margaret Thatcher e il tramonto delle Trade Unions giocano una parte importante nella tenuta del lavoro, ma non bastano per dare una risposta esauriente.

Gli esperti sono divisi. «In questi anni – dice Jonathan Portes – l'economia francese è andata meglio di quella inglese, ma ha ridotto i livelli d'occupazione. In Gran Bretagna succede il contrario perché i lavoratori hanno accettato tagli nei salari reali, contratti a tempo determinato, part time. Hanno cioè negoziato con le imprese condizioni elastiche per mantenere il posto e gestire la transizione oltre la crisi. Questo dimostra che un mercato del lavoro a due velocità come in Spagna e Italia, con forti protezioni oppure assenza di qualsiasi tutela, non è equo e non funziona. Non è un caso se su sei economisti che ho potuto assumere quattro siano italiani».

La libertà di amministrare sé stessi, insistono a Londra, paga. All'apparenza, forse. Soprattutto se l'alternativa non fosse più una partecipazione a mezzo servizio – fuori dall'euro, fuori da Schengen, fuori dalla cooperazione giudiziaria, fuori dalla futura unione bancaria, fuori magari dalle regole sul mercato del lavoro – ma fuori da tutto. I costi della non Europa per la Gran Bretagna sono un esercizio demagogico perché nessuno sa fissare una cifra. Tutti sanno essere enorme, ma quanto enorme è materia di pura divagazione. Dipende dalle modalità dell'uscita. Se la via fosse quella norvegese o svizzera i danni sarebbero contenuti, ma se fosse traumatica e prevalesse lo scenario più radicale e doloroso il prezzo sarebbe devastante.

La convivenza part time, invece, promette un rapido dividendo. Citigroup prevede per l'eurozona una contrazione dello 0,7% nel 2013, ma è moderatamente bullish per il Regno Unito con un più 0,8%. Altri ancor più generosi s'allineano all'1,2 del Tesoro. Numeri difficili da comprendere – la forchetta fra il calo Ue e l'espansione UK è ampia – se si considera che metà dell'interscambio commerciale britannico è con l'Unione, nonostante la propaganda del Governo annunci un inesistente aggiustamento del trading a favore di Brics, Next Eleven e quanti altri s'allineano nel corridoio dello sviluppo. Londra aspira, in effetti, a sfondare su nuovi mercati per dare un destino a beni e servizi che la domanda interna e la domanda europea non trovano più. Esercizi per un addio senza alcun esito a dar retta alle statistiche del commercio che confermano quanto l'abbraccio euro-britannico sia stretto e per Londra assolutamente vitale.

Da: http://temi.repubblica.it 14/12/2012

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