Le tribù sfrattate dalle loro riserve di cibo e custodi della biodiversità.

Le tribù sfrattate dalle loro riserve di cibo e custodi della biodiversità.

Il severo rapporto di Survival International – movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni. “Nel mondo esistono oltre 120 mila aree protette pari al 13% della superficie delle terre emerse. L’80% della biodiversità terrestre si trova nei territori sfrattati e la maggioranza dei 200 luoghi a più alta biodiversità sono terra indigena. E non è un caso. Il Centroafrica e il Sudest asiatico sono le aree più interessante dal fenomeno.

di ANDREA SCUTELLA’.

“Quando i nostri antenati camminavano nella foresta e vedevano una tartaruga sul loro sentiero, sapevano che il cammino sarebbe stato buono. Se vedi una tartaruga così sai che mangerai un maiale”. Un proverbio, tre semplici frasi: che danno la misura, però, di quanto sia profondo il rapporto tra un Bayaka – tribù cosiddetta “pigmea” della Repubblica del Congo – e la sua foresta. Un rapporto che passa per l’interpretazione di segnali, per riti e superstizioni, ma soprattutto, per la sopravvivenza: la foresta come fonte quotidiana di provviste per la vita. Carne, ma non solo: “miele, igname selvatico, ekule, mea, ngange”, fa sapere un indigeno congolese, elencando una serie piante e tuberi locali. Oggi, denuncia Survival International- movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni – i Bayaka e altre tribù in tutto il mondo vengono sfrattate illegalmente dalle loro foreste e tenute a distanza dalle riserve di cibo e piante mediche, in nome della “conservazione della fauna selvatica”, la cui giornata globale si è celebrata il 3 marzo scorso.

“Parks need people”. Nella campagna “Parks need peoples” , lanciata già nello scorso autunno, l’associazione denuncia la politica delle “aree protette” che spesso confligge con il diritto dei popoli indigeni a cacciare e a vivere nelle terre in cui sono nati. “Nel mondo esistono oltre 120 mila aree protette – fa sapere Survival – pari al 13% della superficie delle terre emerse. L’80% della biodiversità terrestre (ma la stima è approssimativa, ndr) si trova nei territori dei popoli indigeni, e la stragrande maggioranza dei 200 luoghi a più alta biodiversità sono terra indigena. E non è un caso. Anche se è impossibile fare stime precise (in molte aree non esistono dati disponibili, mentre in altre non sono attendibili) le persone che sono state sfrattate dalle loro terre nel nome della conservazione sono molti milioni. La maggior parte sono popoli tribali”. Il Centroafrica e il Sudest asiatico sono le aree più interessante dal fenomeno.

Lo sfratto come sistema. “Uno studio sui parchi centroafricani stima – riferisce Survival – che le persone sfrattate siano più di 50 mila, molte delle quali sono membri di popoli tribali. Altri studi parlano addirittura di milioni”. In India – dove secondo l’Ong vivono tra i 3 e i 4 milioni di individui sotto minaccia costante di sgombero – sono state censite nel 2009 “100 mila persone sfrattate dai parchi, oltre a ‘numerosi milioni privati in toto o in parte dei loro mezzi di sostentamento e sopravvivenza’”. In Thailandia, invece, “le persone minacciate di sfratto nel nome della protezione di foreste e bacini idrografici – incalza Survival – sono mezzo milione”. In alcune di queste riserve turisti e cacciatori sportivi sono i benvenuti, a differenza dei popoli indigeni che vengono tenuti a distanza.

I popoli. “Se ce ne andiamo di qui, se lasciamo la giungla, anche per la giungla sarà difficile sopravvivere”. È la saggezza di uno degli abitanti del villaggio di Jholar, in India, che vive al limitare della foresta immortalata in Occidente dal Libro della Giungla di Kipling. “Gli indigeni sfrattati – riporta Survival – raccontano che il Dipartimento alle Foreste li ha minacciati di mandare gli elefanti a calpestare le loro case e i raccolti se non se ne fossero andati immediatamente”. Situazione peggiore per i Boscimani del Botswana, sgomberati, secondo l’associazione per i diritti degli indigeni, per far posto a una miniera di diamanti. Critica anche la questione delle popolazioni cosiddette “pigmee” in Camerun, accusate di bracconaggio perché cacciano nella “loro” foresta. “Le guardie forestali ci perseguitano – denunciano un uomo Baka – anche quando nelle nostre case non trovano nulla ci picchiano”, gli fa eco una donna, che aggiunge: “C’è qualche Baka che porta la loro uniforme? Condividono con noi i soldi che prendono? Se questi bianchi ti vedono possono ucciderti come se fossi un animale”.

Tentativi di modernizzazione forzata. Il giudizio di Survival è impietoso. “Gli sfratti – tuona il movimento per i diritti degli indigeni – sono il risultato di un modello dominante di conservazione fondato sulla creazione di aree protette libere dalla presenza umana nella forma di parchi nazionali, santuari e riserve faunistiche. Alla base ci sono presupposti non scientifici secondo cui i popoli tribali non sarebbero in grado di gestire le loro terre in modo sostenibile, e che li vedono cacciare, pascolare e utilizzare le risorse dei territori in modo eccessivo. Ma alle sue fondamenta c’è anche la volontà, sostanzialmente razzista, dei governi di integrare, modernizzare e soprattutto controllare i popoli tribali dei loro paesi”. Con la complicità, denuncia Survival, delle più famose associazioni per la conservazione dell’ambiente, tra cui cita Wildlife Conservation Society e Wwf. “Le organizzazioni internazionali per la conservazione incoraggiano i governi a intensificare le operazioni di polizia e protezione. A volte i governi trasferiscono questi poteri alle organizzazioni stesse, che in tal modo acquisiscono il diritto di arrestare e sfrattare. In Camerun, ad esempio, Survival ha denunciato gravi abusi nei confronti dei ‘pigmeì Baka per mano di squadre anti-bracconaggio sostenute e finanziate dal Wwf”.

Il Wwf si difende. Phil Dickie, portavoce di Wwf international, ammette che l’associazione ambientalista continua nel finanziamento dell’attività delle ecoguardie del ministero camerunense “per la protezione delle foreste”. Ma tiene a sottolineare che i programmi Wwf nel sud-est del Camerun sono focalizzati su due obiettivi: “proteggere la foresta e la gente della foresta” e che, in definitiva, il Wwf non ha mai avuto né voluto il potere di arrestare o sfrattare qualcuno. “Siamo d’accordo sul fatto che il diritto dei popoli indigeni debba essere rispettato – fa sapere l’associazione – la conservazione delle risorse naturali, della fauna selvatica e del territorio, infatti, è importante anche per la posizione e il benessere delle comunità tribali”.

“La mancanza di leggi complica le cose”. “Sul territorio – prosegue – è estremamente difficile proteggere sia i popoli, sia le risorse vitali per loro. Le complicazioni includono la mancanza di riconoscimento ufficiale per legge o nella pratica dei processi consuetudinari per proteggere i diritti delle comunità; l’impegno e le infrastrutture necessarie per sostenere le agende internazionali sui diritti umani; lo svantaggio grave e la discriminazione subita da molti popoli tribali; il poco sostegno o il riconoscimento di iniziative comunitarie di conservazione; alti livelli di domanda e di minaccia per le terre e le risorse comunitarie e la sfortunata prevalenza di mezzi discutibili, illegali o violenti di appropriarsi delle loro risorse. Il WWF è in prima linea per accertare presunte violazioni dei diritti umani da parte delle ecoguardie in Camerun”.
(Da repubblica.it, 10/3/2015).




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