Le radici e le trappole della svolta americana verso l’Asia

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Il presidente Obama ha scelto un'altalena verso l'Asia e il Pacifico. Ma questo “pivot”(riequilibrio) oggi si scontra con delle complesse considerazioni di bilancio e geostrategiche.

Il bilancio sembra semplice: il centro di gravità della politica estera degli Stati Uniti, della loro sicurezza nazionale e dei loro interessi economici pende verso l'Asia. Un movimento “pivot”, secondo la terminologia ufficiale, che agli occhi del presidente Barack Obama avrebbe dovuto essere accompagnato da una modifica della strategia dell'America, la quale da molto tempo si considera una potenza del Pacifico volta all'Asia.
La svolta verso l'Asia si giustifica in modo particolare perché l'America vede una rimonta della potenza militare e dell'aggressività di Pechino nei confronti dei propri alleati tradizionali nel mar della Cina meridionale e orientale. Una Cina che aumenta regolarmente del 10% ogni anno il budget militare da vent'anni (per il 2013 è previsto il 10,7%) e che può un giorno diventare una rivale inquietante. Senza dimenticare la minaccia della Corea del Nord su quella del Sud.
Il “pivot”è oggi facilitato da due elementi di diversa natura, che devono permettere agli Stati Uniti di ridurre la propria presenza in quello che George W. Bush aveva definito “Grande Medio Oriente”, quella zona che va dal Maghreb all'Afghanistan – Pakistan. Prima di tutto, l'esercito americano ha potuto effettuare il ritiro delle truppe in Iraq nel dicembre del 2011 e si prepara a fare lo stesso in Afghnistan da ora alla fine del 2014. Inoltre, l'America intravede la prospettiva di una riduzione della dipendenza energetica dalle importazioni petrolifere del Medio Oriente grazie al gas di scisto. In più, la fine della guerra fredda ha permesso un ritiro graduale in Europa. Un movimento che dovrebbe proseguire con una diminuzione supplementare delle truppe dislocate in Germania.
Il “pivot” si appoggia, così, su due grandi assi. Da una parte l'America di Obama desidera giungere ad una migliore integrazione economica e commerciale con l'Asia partecipando per la prima volta ai “vertici dell'Asia orientale” e proclamando la sua volontà di negoziare un accordo di libero scambio all'interno del partenariato transpacifico (TPP).
D'altra parte, questo impegno verso l'Asia e il Pacifico si accompagna ad un movimento di riposizionamento militare. Come dimostra l'annuncio dell'invio progressivo da aprile 2012 di 2.500 marines in Australia nella nuova base di Darwin. L'America ha comunque rafforzato i propri legami con Singapore grazie allo stazionamento di navi da guerra nelle zone costiere, e con le Filippine, in cui sono stati posizionati degli aerei da ricognizione ed effettuate rotazioni più frequenti delle truppe. L'obiettivo è, quindi, quello di giungere ad una maggiore flessibilità delle rotazioni militari nella regione, contando meno sulle basi militari americane permanenti in Giappone e in Corea del Sud. Secondo il Servizio di Ricerca del Congresso (CRS), in questo modo 4.500 soldati americani in Giappone potrebbero essere inviati a Guam, che ne ospita altrettanti.
Altro elemento: nonostante i tagli previsti al bilancio militare, l'America vuole mantenere il credito per la marina di guerra a scapito delle altre forze armate.
Questo adattamento strategico, però, per quanto possa sembrare semplice, potrebbe andare contro l'obiettivo prefissato: stabilizzare e integrare al meglio la regione dell'Asia e del Pacifico con l'America e rassicurare gli alleati asiatici, in primo luogo il Giappone. Poiché la Cina si è sempre considerata inferiore e potrebbe adombrarsi per il rafforzamento della presenza americana. Di fronte alle 11 portaerei americane, nel 2011 la Cina ha lanciato la sua prima portaerei, un bastimento relativamente piccolo acquistato dalla Russia e rinnovato. Secondo alcune analisi, invece di contribuire ad un rilassamento, il “pivot”, al contrario, rischia di spingere le autorità militari cinesi a inasprire i toni. Pechino parla ormai di un ritorno a una “mentalità di guerra fredda”.
In un articolo intitolato “The Problem with the Pivot” e pubblicato in “Foreign Affairs”, Robert Ross, professore ad Harvard, sottolinea che “la nuova politica americana ha aggravato inutilmente il sentimento di incertezza e non può che fomentare l'aggressività della Cina. Si rischia di minare la stabilità regionale e non può che ridurre le possibilità di cooperazione tra Washington e Pechino”. Questa politica è fondata “su un errore di giudizio”: l'irrigidimento diplomatico di Pechino non deriva da una grande fiducia, ma piuttosto da un sentimento di incertezza dopo molti anni di crisi finanziaria e di problemi sociali.
La questione è sapere se l'America oggi ha le risorse economiche per le proprie ambizioni asiatiche. Secondo l'agenzia di intelligence americana Stratfor, i tagli automatici, applicati dalla scorsa settimana, ridurranno almeno dell'8% il bilancio militare, cioè 500 miliardi di dollari in dieci anni, ripartiti tra le varie forze armate. Inoltre, l'indipendenza energetica nei confronti del Medio Oriente è una prospettiva ancora lontana. A differenza di Hillary Clinton, poi, il suo successore John F. Kerry ha effettuato il primo giro ufficiale come Segretario di Stato in Europa e in Medio Oriente e non in Asia. Segno che Washington non ha ancora voltato e spalle ai suoi “vecchi” alleati. Certo non ci saranno passi indietro perché il movimento verso l'Asia è in atto da molto tempo. Ma il pendolo ovest-est degli Stati Uniti è ben lungi dall'essersi stabilizzato.

(traduzione da http://www.lesechos.fr, di Jacques Hubert-Rodter del 13/03/2013)

Articolo originale:

Les racines et les pièges du virage américain vers l'Asie

Le président Obama a décidé un mouvement de bascule vers l'Asie-Pacifique. Mais ce « pivot » se heurte aujourd'hui à de complexes considérations budgétaires et géostratégiques.

Le constat a l'apparence de la simplicité : le centre de gravité de la politique étrangère des Etats-Unis, de leur sécurité nationale et de leurs intérêts économiques bascule vers l'Asie. Un mouvement « pivot », selon la terminologie officielle, qui devait, aux yeux du président Barack Obama, s'accompagner d'une modification de la stratégie de l'Amérique, laquelle se considère depuis longtemps comme une puissance du Pacifique tournée vers l'Asie.
Le virage vers l'Asie se justifie d'autant plus que l'Amérique perçoit une montée de la puissance militaire et de l'agressivité de Pékin à l'égard de ses alliés traditionnels en mer de Chine méridionale et orientale. Une Chine qui, en augmentant régulièrement son budget militaire de plus de 10 % par an depuis deux décennies (10,7 % prévu pour 2013), peut un jour devenir un inquiétant rival. Sans oublier la menace que fait peser la Corée du Nord sur la Corée du Sud.
Le « pivot » est aujourd'hui facilité par deux éléments de nature différente, qui doivent permettre aux Etats-Unis d'alléger leur présence dans ce que George W. Bush avait appelé le « Grand Moyen-Orient », cette zone allant du Maghreb jusqu'à l'Afghanistan-Pakistan. Tout d'abord, l'armée américaine a pu effectuer son retrait d'Irak en décembre 2011 et se prépare à faire de même, d'ici à la fin de 2014, en Afghanistan. De plus, l'Amérique entrevoit la perspective d'une réduction de sa dépendance énergétique à l'égard des importations pétrolières du Moyen-Orient grâce au gaz de schiste. La fin de la guerre froide a permis en outre un désengagement progressif en Europe. Un mouvement qui devrait se poursuivre avec une diminution supplémentaire des troupes basées en Allemagne.
Le « pivot » s'appuie ainsi sur deux grands axes. D'une part, l'Amérique d'Obama souhaite parvenir à une meilleure intégration économique et commerciale avec l'Asie en participant notamment pour la première fois aux « sommets de l'Asie orientale » et en proclamant sa volonté de négocier un accord de libre-échange au sein du Partenariat économique transpacifique (TPP).
D'autre part, cet engagement vers l'Asie-Pacifique s'accompagne d'un mouvement de repositionnement militaire. Comme en témoigne l'annonce de l'envoi progressif depuis avril 2012 de 2.500 Marines en Australie sur la nouvelle base de Darwin. L'Amérique a également resserré ses liens avec Singapour grâce au stationnement de navires de combat en zone littorale, et avec les Philippines en y positionnant des avions de surveillance et en effectuant des rotations de troupes plus fréquentes. L'objectif est ainsi de parvenir à une plus grande flexibilité des rotations militaires dans la région en se reposant moins sur les bases militaires américaines permanentes au Japon et en Corée du Sud. D'après le Service de recherche du Congrès (CRS), quelque 4.500 soldats américains du Japon pourraient être ainsi envoyés à Guam, qui en accueille déjà autant.
Autre élément : en dépit des coupes prévues dans son budget militaire, l'Amérique souhaite maintenir les crédits pour sa marine de guerre, au détriment des autres corps de l'armée.
Pourtant, aussi simple qu'il paraît, cet ajustement stratégique pourrait aller contre l'objectif recherché : celui de mieux stabiliser et intégrer la région Asie-Pacifique avec l'Amérique, et de rassurer ses alliés asiatiques, en premier lieu le Japon. Car la Chine se considère toujours inférieure et pourrait prendre ombrage du renforcement de la présence américaine. Face aux 11 porte-avions américains, la Chine a lancé en 2011 son premier porte-avions, un bâtiment relativement petit acheté à la Russie et rénové. Plutôt que de contribuer à une détente, d'après des analystes, le pivot risque au contraire de pousser les autorités militaires chinoises à durcir le ton. Pékin parle désormais d'un retour à une « mentalité de guerre froide ».
Dans un article intitulé « Le problème avec le pivot » et publié dans « Foreign Affairs », Robert Ross, professeur à Harvard, souligne que « la nouvelle politique américaine a inutilement aggravé le sentiment d'insécurité et ne peut que nourrir l'agressivité de la Chine. Elle risque de saper la stabilité régionale et ne peut que réduire les possibilités de coopération entre Washington et Pékin ». Cette politique est fondée « sur une erreur de jugement » : le durcissement diplomatique de Pékin ne vient pas d'une trop grande confiance mais plutôt d'un sentiment d'insécurité après plusieurs années de crise financière et de troubles sociaux.
La question est aussi de savoir si l'Amérique a aujourd'hui les moyens budgétaires de ses ambitions asiatiques. D'après la firme de renseignement Stratfor, les coupes automatiques, appliquées depuis la semaine dernière, réduiront le budget militaire d'au moins 8 %, soit 500 milliards de dollars sur dix ans, répartis sur tous les corps de l'armée. De plus, l'indépendance énergétique à l'égard du Moyen-Orient est encore une perspective lointaine. En outre, à la différence d'Hillary Clinton, son successeur, John F. Kerry, a effectué sa première tournée officielle de secrétaire d'Etat en Europe et au Moyen-Orient, et non pas en Asie. Signe que Washington n'a pas encore tourné le dos à ses « vieux » alliés. Certes, il n'y aura pas de marche en arrière tant le mouvement vers l'Asie est enclenché depuis longtemps. Mais le balancier ouest-est des Etats-Unis est loin de s'être stabilisé.




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