LE PAURE DEI CITTADINI D’EUROPA (A. Merlo)‏

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IL SONDAGGIO • I preoccupanti risultati raccolti dall`istituto francese Ifop

Anna Maria Merlo
PARIGI

Crisi dei debiti sovrani, crisi dell`euro, crisi dell`Europa. In questo periodo di minaccia di crollo sistemico, i governi sembrano impotenti a trovare una risposta comune ed efficace alla crisi, che per i cittadini è soprattutto economica, non solo finanziaria. La distanza tra governi e cittadini si fa sempre più ampia, e colpisce le istituzioni europee, travolte anch`esse da
un generale discredito. Un`incomprensione si approfondisce: mentre gli stati che ancora conservano il ratingAAA studiano l`ipotesi, sempre più vicina, di tornare a finanziare le banche con denaro pubblico, come già era successo nel 2008, i cittadini si interrogano sul perché vengano trovati dei soldi per salvare le banche, mentre ai popoli vengono imposti piani di rigore e tagli al welfare.
Gli europei si sentono sballottati nella mondializzazione, di cui cominciano a sottolineare gli inconvenienti, soprattutto per quello che riguarda l`occupazione, mentre i vantaggi sfumano in secondo piano.
La questione della «demondializzazione» è già entrata nel dibattito politico francese delle presidenziali del 2012. A sinistra, oltre al Front de Gauche, la difende il socialista ArnaudMontebourg, candidato alle primarie del Ps, a destra è l`argomento del gollista sovranista Nicolas Dupont-Aignan ed è portata all`estremo dal Fronte nazionale, che propone l`uscita dall`euro.
Un gruppo di economisti e studiosi francesi, tra cui Emmanuel Todd, Jacques Sapir, Philippe Murer, Jean-Luc Gréau e Bernard Cassen, riuniti nell`associazione «Per un dibattito sul libero scambio», ha commissionato all`istituto Ifop un sondaggio in vari paesi europei – a maggio in Francia, a giugno in Italia, Gran Bretagna, Germania e Spagna – che rivela una forte richiesta di protezione da parte dell`Unione europea. Al centro delle preoccupazioni delle popolazioni c`è l`occupazione e il modo per proteggerla e rilanciarla in un`Europa che sta perdendo posti di lavoro industriale. Il sondaggio, spiega l`economista Philippe Murer, professore alla Sorbonne, «ha mostrato che più dei due terzi degli italiani auspicano che le
tasse sui prodotti in provenienza dai paesi a bassi salari vengano alzate. In questo, la loro opinione è molto vicina a quella di francesi, spagnoli e tedeschi, anch`essi ai due terzi favorevoli a questa soluzione»: Solo gli inglesi restano più liberoscambisti, ma anche qui il 50% chiede protezione. «Il problema della delocalizzazione di attività nei paesi emergenti e del deficit commerciale di Italia,
Spagna e Francia accumulato negli anni – aggiunge Murer – pone un grosso problema alle nostre economie. Questi deficit frenano la crescita delle economie occidentali e comportano un`accumulazione del debito nei nostri paesi. In effetti, quando un paese consuma più di quanto produce, ne consegue che un debito, pubblico o privato, debba venire contrattato. E anche un debito privato finisce per diventare pubblico, quando in occasione di una crisi finanziaria acuta lo stato è obbligato ad aiutare il settore privato.
Di conseguenza, anche se il deficit commerciale non è il solo responsabile dell`indebitamento pubblico, esso tende ad impedire al paese di tornare a una situazione normale rispetto al debito pubblico e tende ad accrescere questo stesso debito. Quindi, non ci sarà una soluzione definitiva al problemi di debito pubblico in Europa e negli Usa fino a quando le tasse alle frontiere sulle merci in provenienza dai paesi a bassi salari verso i paesi ad alti salari non saranno alzate ad un livello tale che levi il freno alla crescita delle economie occidentali».
L`apertura delle frontiere europee ai prodotti dei paesi a bassi salari va a vantaggio di chi? I cittadini europei piazzano, unanimi, in testa «le multinazionali» (i tedeschi, che pure hanno un forte avanzo commerciale, lo pensano al 70%, i francesi al 54%, italiani e inglesi al 57%, spagnoli al 64%). Una maggioranza pensa però che sia «una buona cosa» anche per il proprio paese: si va dal 62% dei tedeschi al 51 % di Italia e Gran Bretagna e al 55% degli spagnoli, mentre solo i francesi sono ultra pessimisti, al 24%. Solo in Spagna sono ancora maggioranza (51 %) a pensare che ci siano stati vantaggi anche per i lavoratori (lo pensa il 45% degli italiani, ma solo il 13% dei francesi). Per tutti è invece negativo l`impatto sull`ambiente (anche qui il pessimismo francese arriva all`87%). I due terzi di francesi, tedeschi, italiani e spagnoli pensano che i diritti doganali dovrebbero essere posti alle frontiere dell`Europa piuttosto che a quelle dei rispettivi paesi. Gli inglesi sono divisi su questa questione. Ma in caso di rifiuto dei partner europei di alzare i diritti doganali nei confronti dei paesi emergenti, inglesi, tedeschi, spagnoli e italiani, come i francesi, sono circa il 60% a pensare che bisogna farlo comunque alle frontiere dei rispettivi stati. Come per i francesi,`sottolinea Murer, «il rialzo delle tasse verso i grandi paesi emergenti per la maggior parte di italiani, spagnoli, inglesi e tedeschi avrebbe delle conseguenze positive per l`industria, l`occupazione e la crescita economica del paese».
Dal sondaggio, interpreta Murer, risulta che «i popoli dei grandi paesi europei rifiutano il libero scambio assoluto imposto dalle élites al potere. L`Unione europea rischia di essere fortemente rigettata dai popoli se continua ad ignorare queste questioni. Bisogna cambiare il quadro di riferimento del pensiero economico diffuso dalle nostre classi dirigenti e seguire il buon senso dei popoli. Poiché la Germania, sembra presa da un delirio di potenza, senza sapere alla fine cosa davvero vuole, un`alleanza tra Italia, Spagna e Francia sembra il solo modo per imporre all`Ue una svolta a 90 gradi per tornare aifondamenti economici dell`Europa: una tariffa esterna comune che ha permesso uno sviluppo armonioso delle economie fino all`errore fatale del suo smantellamento».

A commissionarlo un gruppo di economisti e studiosi francesi riuniti in «Per un dibattito sul libero scambio»

Il Manifesto, pag. 3




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