Le parole dell’ Italia che cambia

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A 100 anni dal Dizionario moderno di Panzini

Ma che bella parola

Peccato che sia abusiva

di Maria Luisa Altieri Biagi

Cento anni fa usciva a Milano, presso Hoepli, il “Dizionario moderno” di Alfredo Panzini (Senigallia, 1863 – Roma, 1939): la ricorrenza viene giustamente ricordata oggi a Roma, all’Accademia dei Lincei, con una “giornata” organizzata da Tullio Gragory, in cui alcuni dei più noti linguisti e storici della lingua sottolineeranno l’importanza dell’opera: si può infatti dire che il “Dizionario” di Panzini ha segnato l’inizio di un filone di ricerca oggi fiorente, quello che si interessa delle “parole nuove” o “neologismi”. Distinguendosi da altri autori di vocabolari e grammatici “puristi” che – prima di lui – avevano elencato vocabolari “abusivi”, criticandoli e avanzando proposte di sostituzione, Panzini registrava – accanto a parole discutibili – parole nuove che pullulavano in un italiano postunitario in forte subbuglio (perché finalmente parlato, oltre che scritto). Già vivo nella prima edizione dell’opera (1905) l’interesse per i neologismi dialettali, tecnici, burocratici, gergali si accentua nelle successive edizioni, rivelando in Panzini un interessato osservatore della vitalità della lingua piuttosto che un censore di veri o presunti “abusi”.

“Rottamare” e “rosarianti”

Del resto i neologismi non sono quasi mai invenzioni totali; chi dà vita a una parola nuova sfrutta, di solito, una parola già esistente e applica ad esse le regole della “derivazione”, foggiando un nuovo derivato. Nasce così “rottamare” (da “rottame”), neologismo fortunato, stabilmente insediato nei nostri vocabolari; e nasce “donne “rosarianti” per la strada”, neologismo subito cancellato e sostituito con “donne che “dicevano il rosario” per la strada” da una maestra ligia (e indifferente alla giustificazione della scolaretta: “rosarianti mi faceva mormorio”…).

Giorgio Forattini, alcuni anni fa, inventò le parole “viaggiosa”, “comodosa”, “risparmiosa” per la pubblicità di un’automobile. La campagna pubblicitaria ebbe grande successo e qualcuno sparse la notizia (spero vera per l’interessato, ma mai confermata) che – con i proventi di quella campagna – Forattini avesse acquistato un superattico panoramico: particolare che, a modo suo, conferma il “potere della parola”. Ma i tre aggettivi – fortunatissimi nell’episodio pubblicitario e nelle sue risonanze immediate – non sono registrati nei Vocabolari della lingua italiana perché non sono entrati nell’uso. La stessa sorte hanno avuto la “vita tortur-osa”, gli “spettegolamenti viperos-osi”, il “canto (dantesco) che pure non è dei più bri-osi” di Giovanni Papini; i “cadaver-osi poemi” di Carlo Emilio Gadda, e potremmo continuare a lungo con il suffisso –“oso” (e con tutti gli altri suffissi). Altri creatori di parole (o “onomaturghi”, come li chiamava Bruno Migliorini) hanno invece avuto fortuna; pensiamo a D’Annunzio, inventore di “fusoliera”, di “velivolo”, di “Rinascente”, ecc. Si calcola che nella nostra lingua le parole nuove siano circa un migliaio all’anno; ma solo poche di esse – quelle che ottengono il consenso sociale (o si prevede che possano ottenerlo) – vengono ospitate dai Vocabolari dell’uso. Dove vanno a finire le altre centinaia di parole? Quelle che magari riescono per un breve periodo ad entrare nelle abitudini dei parlanti come fenomeni di moda, di costume, o come mania collettiva? Hanno vita breve come le farfalle; si spengono quasi subito, come le meteore; insomma, non “attecchiscono”. Traccia di queste parole rimane negli schedari degli storici della lingua o di quelle vere e proprie “officine” che sono le redazioni dei Vocabolari, nelle case editrici, dove personale altamente specializzato provvede a un aggiornamento continuo dell’opera. Non si tratta di materiali inerti perché documentano fenomeni sociali magari transitori, ma interessanti. Da questi materiali – se recuperati e affiancati ai neologismi vittoriosi nella lotta per la sopravvivenza – emerge nella sua ricchezza e nelle sue contraddizioni il quadro di particolari momenti storici.

E’ quanto accade in un’opera recentissima, che mi piace segnalare come appartenente alla tradizione ormai secolare di Alfredo Panzini: “Le parole d’Italia che cambia”, di Andrea Bencini e Beatrice Manetti (“Officina linguistica” – Collana diretta da Luca Serianni, Le Monnier). Gli autori utilizzano il materiale accumulato negli ultimi dieci anni per l’aggiornamento del “Dizionario Devoto e Giancarlo Oli” e – servendosi anche dei più recenti repertori – raccontano “in che modo e per quali strade i mutamenti della lingua rispecchino, e talvolta determinino, i mutamenti della vita di chi parla”. Ho detto “raccontano” perché questo libro ha la piacevolezza e la vivacità del racconto, nel presentare – all’inizio di ogni capitolo – il fatto linguistico intrecciato a un “tema” di interesse storico-sociale.

Una nuova originale ricerca

A questa parte introduttiva segue, in ogni capitolo, la sezione “Parole dal vivo” che registra alfabeticamente parole e termini. E’ una documentazione su cui ogni lettore può riflettere; per esempio: tutti sappiamo che l’ambiente è malato e che – nel tentativo di dare una risposta scientifica ed etica al problema dell’inquinamento – pullulano i composti con primo elemento eco-; ma la quantità dei composti (non importa se effimeri) che il terzo millennio ha prodotto testimoniano della crescente intensità della preoccupazione ecologica: “ecoattivista”, “eco-auditor”, “ecoazienda”, “ecocasa”, “ecocidio”,”ecocompatibile”, “ecodomenica”,

“ecogalateo” ecc.

Per concludere con le parole degli autori, il libro “più che una fotografia dell’italiano del XXI secolo, aspira ad essere un diario di viaggio dell’Italia e del mondo a cavallo del nuovo millennio” che può aiutare a “capire attraverso le parole le trasformazioni di un’epoca”.

(Da La Nazione, 20/5/2005).

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