Le parole dei duellanti

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Esame di Lingua

Il Cavaliere vince la sfida delle parole: cento in più del Professore

di Giorgio De Rienzo

Rigoroso e imparziale, il computer dà la sua arida sentenza sul linguaggio usato da Berlusconi e Prodi nel loro primo confronto televisivo di martedì sera. E’ una secca bocciatura per tutti e due. Addestrato a catalogare e analizzare qualsiasi sistema linguistico, l’elaboratore elettronico non ha elementi per decifrare non dico la sintassi, ma neppure la grammatica elementare dei due sfidanti a diventare premier per il prossimo governo: tanto il loro parlare è andato a ruota libera, incurante di una qualsiasi coerenza morfologica.

Il Professore incespica in una serie impressionante di anacoluti. Nel tentativo di essere persuasivo mentre sussurra il suo pensiero, cambia soggetti di continuo all’improvviso, balbetta ripetizioni a raffica e spesso non concorda aggettivi e verbi con i sostantivi a cui si riferiscono. Il Cavaliere nella propria cantilena incalzante, che qua e là si fa aggressiva, dà l’impressione di aggrapparsi a una sintassi semplificata all’osso, ma ruzzola lo stesso in qualche grossolano errore grammaticale da matita blu.

Il presidente del Consiglio in carica batte il leader dell’Unione sul piano della quantità. Sventaglia nel proprio dire svelto un dizionario fatto di 1012 lemmi declinati o coniugati in 5749 forme e lascia indietro l’avversario che mostra un vocabolario costituito da 913 parole in 5369 variazioni. Di solito, in un’analisi linguistica computazionale, la maggiore ricchezza lessicale è segnata dai termini che in un discorso compaiono una o due volte sole: Berlusconi straccia Prodi con le 600 parole a indice di frequenza uno e le 204 a indice due, contro quelle di Prodi, che sono rispettivamente 522 e 161.

Non solo. Il Cavaliere svolazza in qualche sfoggio vanitoso di parole rare che associano in un ibrido (terrificante) sapori antichi e retrogusti burocratici: parla di “ammodernizzazione” e di “interlocuzione”. Il Professore invece dà l’impressione di cercare volutamente un volar basso: “semplice” (con “semplicità”) e “serio” (con “serietà”) sono forse le sue parole predilette, piazzate sempre al momento giusto. E’ quasi il richiamo a una più austera sobrietà che evita esibizionismi accademici, in un parlare colloquialmente didattico e paternamente predicatorio zeppo di “allora” quasi narrativi, nonché di termini neutri come “cosa”, “modo” e “roba”. C’è però una parola che unisce saldamente i due contendenti: è un “io” che ripetono, quasi si fossero messi d’accordo, per 32 volte. Ma Prodi lo associa con più generosità a un “noi” ripetuto 60 volte, contro le 32 di Berlusconi.

A parte qualche curiosità e qualche stravaganza, il linguaggio dei due sfidanti è generalmente piatto. Nella hit-parade dei termini più ricorrenti c’è magari una diversità significativa di posizione, ma le parole rimangono per lo più le stesse, quelle di maggiore uso in qualsiasi linguaggio di questo mondo. Bisogna scendere sotto la topten delle primissime per trovare qualcosa di rilevante. Il Cavaliere non parla quasi di “comunismo” e di “comunisti” (qualcuno finalmente l’avrà convinto ad astenersi), ma punta il dito contro la “sinistra” per 26 volte e in 21 casi cita Prodi: che abbia messo in campo le sue ossessioni? Il professore segnala 17 volte l’esistenza di un problema (ci sono però solo due “soluzioni”), ma nonostante il tono sonnacchioso, il suo parlare è spesso in movimento: spiccano le frequenze relativamente alte di “andare” (20), “venire” e “arrivare” (11).

(Dal Corriere della Sera, 16/3/2006).

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2 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Esame di Lingua<br /><br />
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Il Cavaliere vince la sfida delle parole: cento in più del Professore<br /><br />
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Rigoroso e imparziale, il computer dà la sua arida sentenza sul linguaggio usato da Berlusconi e Prodi nel loro primo confronto televisivo di martedì sera. E’ una secca bocciatura per tutti e due. Addestrato a catalogare e analizzare qualsiasi sistema linguistico, l’elaboratore elettronico non ha elementi per decifrare non dico la sintassi, ma neppure la grammatica elementare dei due sfidanti a diventare premier per il prossimo governo: tanto il loro parlare è andato a ruota libera, incurante di una qualsiasi coerenza morfologica.<br /><br />
Il Professore incespica in una serie impressionante di anacoluti. Nel tentativo di essere persuasivo mentre sussurra il suo pensiero, cambia soggetti di continuo all’improvviso, balbetta ripetizioni a raffica e spesso non concorda aggettivi e verbi con i sostantivi a cui si riferiscono. Il Cavaliere nella propria cantilena incalzante, che qua e là si fa aggressiva, dà l’impressione di aggrapparsi a una sintassi semplificata all’osso, ma ruzzola lo stesso in qualche grossolano errore grammaticale da matita blu.<br /><br />
Il presidente del Consiglio in carica batte il leader dell’Unione sul piano della quantità. Sventaglia nel proprio dire svelto un dizionario fatto di 1012 lemmi declinati o coniugati in 5749 forme e lascia indietro l’avversario che mostra un vocabolario costituito da 913 parole in 5369 variazioni. Di solito, in un’analisi linguistica computazionale, la maggiore ricchezza lessicale è segnata dai termini che in un discorso compaiono una o due volte sole: Berlusconi straccia Prodi con le 600 parole a indice di frequenza uno e le 204 a indice due, contro quelle di Prodi, che sono rispettivamente 522 e 161.<br /><br />
Non solo. Il Cavaliere svolazza in qualche sfoggio vanitoso di parole rare che associano in un ibrido (terrificante) sapori antichi e retrogusti burocratici: parla di “ammodernizzazione” e di “interlocuzione”. Il Professore invece dà l’impressione di cercare volutamente un volar basso: “semplice” (con “semplicità”) e “serio” (con “serietà”) sono forse le sue parole predilette, piazzate sempre al momento giusto. E’ quasi il richiamo a una più austera sobrietà che evita esibizionismi accademici, in un parlare colloquialmente didattico e paternamente predicatorio zeppo di “allora” quasi narrativi, nonché di termini neutri come “cosa”, “modo” e “roba”. C’è però una parola che unisce saldamente i due contendenti: è un “io” che ripetono, quasi si fossero messi d’accordo, per 32 volte. Ma Prodi lo associa con più generosità a un “noi” ripetuto 60 volte, contro le 32 di Berlusconi.<br /><br />
A parte qualche curiosità e qualche stravaganza, il linguaggio dei due sfidanti è generalmente piatto. Nella hit-parade dei termini più ricorrenti c’è magari una diversità significativa di posizione, ma le parole rimangono per lo più le stesse, quelle di maggiore uso in qualsiasi linguaggio di questo mondo. Bisogna scendere sotto la topten delle primissime per trovare qualcosa di rilevante. Il Cavaliere non parla quasi di “comunismo” e di “comunisti” (qualcuno finalmente l’avrà convinto ad astenersi), ma punta il dito contro la “sinistra” per 26 volte e in 21 casi cita Prodi: che abbia messo in campo le sue ossessioni? Il professore segnala 17 volte l’esistenza di un problema (ci sono però solo due “soluzioni”), ma nonostante il tono sonnacchioso, il suo parlare è spesso in movimento: spiccano le frequenze relativamente alte di “andare” (20), “venire” e “arrivare” (11).<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 16/3/2006).<br /><br />
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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

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Il Cavaliere vince la sfida delle parole: cento in più del Professore<br /><br />
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Rigoroso e imparziale, il computer dà la sua arida sentenza sul linguaggio usato da Berlusconi e Prodi nel loro primo confronto televisivo di martedì sera. E’ una secca bocciatura per tutti e due. Addestrato a catalogare e analizzare qualsiasi sistema linguistico, l’elaboratore elettronico non ha elementi per decifrare non dico la sintassi, ma neppure la grammatica elementare dei due sfidanti a diventare premier per il prossimo governo: tanto il loro parlare è andato a ruota libera, incurante di una qualsiasi coerenza morfologica.<br /><br />
Il Professore incespica in una serie impressionante di anacoluti. Nel tentativo di essere persuasivo mentre sussurra il suo pensiero, cambia soggetti di continuo all’improvviso, balbetta ripetizioni a raffica e spesso non concorda aggettivi e verbi con i sostantivi a cui si riferiscono. Il Cavaliere nella propria cantilena incalzante, che qua e là si fa aggressiva, dà l’impressione di aggrapparsi a una sintassi semplificata all’osso, ma ruzzola lo stesso in qualche grossolano errore grammaticale da matita blu.<br /><br />
Il presidente del Consiglio in carica batte il leader dell’Unione sul piano della quantità. Sventaglia nel proprio dire svelto un dizionario fatto di 1012 lemmi declinati o coniugati in 5749 forme e lascia indietro l’avversario che mostra un vocabolario costituito da 913 parole in 5369 variazioni. Di solito, in un’analisi linguistica computazionale, la maggiore ricchezza lessicale è segnata dai termini che in un discorso compaiono una o due volte sole: Berlusconi straccia Prodi con le 600 parole a indice di frequenza uno e le 204 a indice due, contro quelle di Prodi, che sono rispettivamente 522 e 161.<br /><br />
Non solo. Il Cavaliere svolazza in qualche sfoggio vanitoso di parole rare che associano in un ibrido (terrificante) sapori antichi e retrogusti burocratici: parla di “ammodernizzazione” e di “interlocuzione”. Il Professore invece dà l’impressione di cercare volutamente un volar basso: “semplice” (con “semplicità”) e “serio” (con “serietà”) sono forse le sue parole predilette, piazzate sempre al momento giusto. E’ quasi il richiamo a una più austera sobrietà che evita esibizionismi accademici, in un parlare colloquialmente didattico e paternamente predicatorio zeppo di “allora” quasi narrativi, nonché di termini neutri come “cosa”, “modo” e “roba”. C’è però una parola che unisce saldamente i due contendenti: è un “io” che ripetono, quasi si fossero messi d’accordo, per 32 volte. Ma Prodi lo associa con più generosità a un “noi” ripetuto 60 volte, contro le 32 di Berlusconi.<br /><br />
A parte qualche curiosità e qualche stravaganza, il linguaggio dei due sfidanti è generalmente piatto. Nella hit-parade dei termini più ricorrenti c’è magari una diversità significativa di posizione, ma le parole rimangono per lo più le stesse, quelle di maggiore uso in qualsiasi linguaggio di questo mondo. Bisogna scendere sotto la topten delle primissime per trovare qualcosa di rilevante. Il Cavaliere non parla quasi di “comunismo” e di “comunisti” (qualcuno finalmente l’avrà convinto ad astenersi), ma punta il dito contro la “sinistra” per 26 volte e in 21 casi cita Prodi: che abbia messo in campo le sue ossessioni? Il professore segnala 17 volte l’esistenza di un problema (ci sono però solo due “soluzioni”), ma nonostante il tono sonnacchioso, il suo parlare è spesso in movimento: spiccano le frequenze relativamente alte di “andare” (20), “venire” e “arrivare” (11).<br /><br />
(Dal Corriere della Sera, 16/3/2006).<br /><br />
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