Le parole che è meglio lasciare morire

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Da piazza a linea. Tutti i termini senza senso che la sinistra deve eliminare dal suo vocabolario politico

di Ritanna Armeni

Quella di Nichi Vendola, che ha proposto di non usare la parola "compagni", non è stata un’abiura, ma una semplice constatazione. Ci sono parole, anche bellissime, che perdono di senso o ne acquistano un altro o sono inadeguate a esprimere quel che un tempo dicevano con chiarezza. E allora è meglio lasciarle morire, conservarne il ricordo e cercarne di più adeguate. Senza drammi e senza accuse di tradimento. E’ invece deleteria, e persino stupida, la ripetizione acritica di parole della politica che hanno perso il loro senso, che non hanno più la loro forza iniziale o che hanno capovolto il loro significato strada facendo.
A sinistra (forse anche a destra, ma è della sinistra che mi interessa parlare) succede di frequente. Per pigrizia intellettuale forse, ma anche per sfiducia nella possibilità di essere compresi, per incapacità di rischiare anche nell’innovazione del linguaggio. Sarebbe interessante invece, proprio a partire dalla provocazione di Nichi Vendola, cominciare a pensare di eliminare dal vocabolario politico qualcuna di quelle parole oramai inutili o che hanno un significato positivo in un contesto e lo perdono in un altro.
Proverei a eliminare, per esempio, dai discorsi dei politici di sinistra, la parola "piazza" benché essa abbia e abbia avuto un nobile significato. L’agorà è simbolicamente e storicamente il luogo di discussione e del confronto fra opinioni diverse, quindi lo spazio in cui cresce, si forma la democrazia, in cui nella storia più recente l’opinione dell’opposizione ai governi o semplicemente alle opinioni dominanti è diventata popolo, cioè carne e spirito e non astratto progetto o ideale.
La piazza ha assolto questo ruolo anche oggi in tempi recenti. Piazza Tahrir al Cairo ha rappresentato in modo tangibile e visibile la ribellione democratica del popolo egiziano, ribellione, peraltro, come quella di altri popoli arabi che gran parte del mondo occidentale aveva escluso, convinto della insanabile estraneità dell’slam alla democrazia.
Dall’altra parte del Mediterraneo, Puerta del Sol ha raffigurato la non rassegnazione dei giovani occidentali senza lavoro e senza futuro. Insomma si potrebbe dire che anche oggi piazza è luogo simbolo della democrazia. Ma questo non è vero nelle parole dei nostri politici. E la distinzione è importante. Oggi quando si evoca la piazza non si indica più "un luogo", ma un "soggetto" e la "piazza soggetto" è altra cosa. E’ anonima, priva di pensiero ed esposta all’autoritarismo. Contiene sentimenti confusi in un momento della nostra vita nazionale e planetaria in cui c’è bisogno di chiarezza, accetta e propone semplificazioni eccessive in una fase in cui sarebbe bene fare i conti con tutte le possibili complicazioni. Una cosa è "scendere in piazza", per affermare un’idea, o per promuovere un’azione di lotta (la piazza appunto come luogo che si riempie di idee e persone) altra cosa è "muovere la piazza" come qualche volta si vagheggia o si minaccia nei discorsi politici.
Non a caso quando si parla di piazza si allude sempre più spesso a quella mediatica, al luogo cioè in cui il confronto è strutturalmente e tecnicamente impossibile, in cui si può solo assentire e obbedire e in cui diventa concreta la possibilità di manipolazione e il rischio di falsificazione degli obiettivi.
Poi eliminerei la parola "linea". E non perché essa sia pericolosa. Essa è piuttosto priva di corpo, di sostanza. Nelle azioni della sinistra la linea è davvero difficile da individuare, e una ragione deve pure esserci. In verità essa indica una continuità, un filo che lega il pensiero e l’azione, le idee di un partito o di un gruppo politico e la loro pratica nella società o nel Parlamento, oppure la congiunzione fra i dirigenti e il popolo. Vi pare che nella condotta politica a sinistra si sia negli ultimi anni seguita una qualche "linea"? Proviamo a guardare solo due dei più recenti avvenimenti politici: il varo della manovra finanziaria e i referendum sull’abolizione nucleare e sulla privatizzazione dell’acqua. Nel primo caso è evidente a occhio nudo che non c’è alcuna continuità fra la condanna della manovra fatta con toni accesi e parole roboanti, la richiesta di dimissioni del governo e l’accettazione della manovra stessa, l’impegno a farla passare in Parlamento.
E’ chiaro che "la linea" avrebbe previsto un altro tipo di continuità. Nel caso dei referendum la posizione della maggioranza dei dirigenti del Pd, che era per le centrali nucleari e per la privatizzazione, si è rovesciata nel suo contrario. Anche in questo caso senza continuità. Ha ragione Alberto Abruzzese quando afferma, in un articolo pubblicato sul settimanale Gli Altri, che è la
stessa idea di linea a dover essere abolita perché essa non è più "la configurazione
vincente". Lo è se mai "il punto". Aggiungerei il punto di incontro, quello in cui diverse volontà si incrociano, le linee svaniscono e il contenuto che emerge è completamente nuovo. Diciamolo in modo ancora più semplice: dal momento che la linea, per un motivo o per un altro, non si riesce a seguire o non si può seguire, è inutile continuare a proporla. E’ una parola che ha perduto il suo senso originario. Continuare a usarla corrisponde a uno stanco rito. Lo stesso noioso rito che spinge a ripetere la parola "riforme". Un tempo la riforma si contrapponeva alla rivoluzione per indicare un cambiamento, favorevole a una categoria di cittadini, che però doveva essere graduale e compatibile e non radicale e rivoluzionario. E’ andata così fino a qualche decennio fa. Ora, dà un po’ di tempo a questa parte le riforme vengono invocate non per il bene di questa o di quella categoria
dei cittadini ma "per il paese" e quasi allo stesso modo da destra e da sinistra. Ma quelle riforme di cui il paese "ha bisogno", sono ahimè il contrario di quello che il soggetto a cui la riforma si riferisce avrebbe auspicato per migliorare la propria condizione. Quando nel passato si usava questa parola in riferimento alle pensioni, si proponevano modifiche che avrebbero agevolato o migliorato la
condizione dei pensionati. Oggi significano tagli o rinvii. Non entro nel merito delle
ragioni economiche di queste misure.
Ma sicuramente non può essere definita riforma una misura economica corrispondente a un taglio, riduzione o non incremento della spesa. Si può parlare di riforma della scuola se essa non piace o è vista come un peggioramento da studenti e insegnanti, o di riforma della Pubblica amministrazione se né i pubblici dipendenti né i cittadini ne vedono i vantaggi?
La sinistra farebbe bene a sottrarsi a questa confusione ingannevole che delegittima una parola importante. Si potrebbe forse usare al suo posto la parola cambiamento che, come si sa, può essere in meglio o in peggio.
Mi piacerebbe poi che la sinistra non usasse più a sproposito la parola "programma". Certo chi vuole essere eletto deve spiegare ai cittadini i motivi per cui intende andare al governo e quello che, una volta insediato, vuole fare per il paese. Ma sarebbe meglio evitare di parlare di programma, cioè di un insieme di punti che dovrebbe essere organico, contenere tutto ed esprimere nel suo insieme la visione della società di chi vuole governare.
Abbiamo visto che i programmi, sia in quella succinta versione berlusconiana denominata "patto con gli italiani" e firmata solennemente nel salotto di Bruno Vespa, sia nella versione complessa e prolissa presentata dall’ultimo governo Prodi semplicemente non sono seguiti.
Anzi spesso si fa esattamente l’opposto di quello che faticosamente si è proclamato. Ho l’impressione che all’elettore medio la prospettiva di un programma completo e organico faccia venire l’orticaria o provochi una immediata repulsione. E’ inutile proclamarli con tanta solennità se poi c’è sicuramente la Banca europea o il Fondo monetario o i mercati internazionali che annullano ogni volontà o velleità, o se si sa che non ci sono le risorse per attuarne alcuni punti. o se, infine, c’è la buona possibilità di scoprire in corso d’opera che si toccano interessi intoccabili.
Quella parola è presuntuosa in un momento (in Italia è ormai lunghissimo) in cui la crisi economica mondiale ci vede esposti a venti e a tempeste di ogni tipo.
Sarebbe preferibile un partito che proclamasse che farà tutto il possibile, per esempio, per ridurre l’evasione fiscale. E che aggiungesse con modestia che è mi compito difficile, molto difficile. Che, tuttavia, ci proverà. A naso sento che avrei maggiore fiducia in questo comportamento che in un programma che lo proclama solennemente insieme ad altri cinquanta o cento punti.
E, infine, direi un basta anche alla parola "alleanza". oramai evoca la mediazione al ribasso, l’inciucio, e anche l’imbroglio. L’alleato è diventato colui che non ti piace, ma senza il quale non si vincono le elezioni. o colui che non ti è simpatico, ma ti è meno antipatico di altri.
Comunque risponde a logiche incomprensibili.
Evoca incontri segreti, fuori dai luoghi istituzionali. Allearsi con Casini o con Vendola? Già una domanda di questo tipo fa sorgere i peggiori dubbi su chi la pone. Le alleanze, quelle vere, ci sono prima di venire auspicate o proclamate. Si è accorto il Partito democratico che, nel voto per i referendum, ha avuto l’alleanza di dieci milioni di elettori di centrodestra e, onestamente, non aveva fatto niente per procurarsela?
Alla luce di queste considerazioni si può vedere che una frase come "Compagni la nostra linea è chiara: un programma di riforme intorno a cui costruire delle alleanze", frase che con qualche variante è molto ripetuta, contiene cinque parole che non hanno senso. Se poi a quella frase si aggiunge l’eventuale richiamo alla "piazza" la vacuità o la leggerezza di ciò che si dice diventa davvero grande. Non c’è proprio nessun modo per evitare questi noiosi rituali, per avvicinarsi un po’ più alla verità che non sarà rivoluzionaria come diceva una grande uomo della sinistra, ma avrebbe il merito di essere più convincente?

PS. Ho scritto questo articolo pensando al centrosinistra, ma alla fine mi sono re
sa conto che avrei potuto riferirmi anche, al centrodestra. Anche in questo schieramento molte parole non hanno più senso. Chissà se qualcuno se ne accorgerà.
(Da Il Foglio, 22/7/2011).




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