Le "Mille e una notte"

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“Le “Mille e una notte”, in arabo “Alf Lailah wa Laila”: letteralmente, “Mille Notti e Una Notte”. L’avventura della celebre raccolta di racconti (fiabe? novelle? Il discorso sarebbe lungo…), delle sue origini, del suo passaggio nella cultura occidentale e delle sue traduzioni non e’ solo avvincente: e’ emblematica dell’avventura umana delle successive acculturazioni e dell’incessante migrazione dei simboli che costituiscono il fondo comune di quella grande civilta’ eura-afroasiatica che, con molteplici varianti, si e’ andata costituendo fino al XVI secolo e che l’avvio del processo di globalizzazione ha diffuso anche negli altri continenti.

Il confronto tra il patrimonio narrativo delle “Mille e una notte” e gli altri capolavori del genio umano – dal “Ramayana” all’Odissea” alla “Bibbia” al “Faust” – conferma che la frattura tra “Oriente” e “Occidente” e’ in effetti immaginaria, anzi, biecamente ideologica.

I due termini,ostinatamente trasferiti dalla loro generica realta’ geografica e geostorico-geopolitica a un’ arbitrariamente pretesa “realtà” geo-culturale, indicano al contrario aree ed espressioni culturali del tutto complementari fra loro all’interno di un’articolata e dinamica unita’.

Le “Mille e una notte” sono il frutto diretto di un momento fondamentale nella costruzione della nostra cultura: quello che, con l’espansione dell’Islam a partire dal VII secolo, determina un’area di diffusione linguistico-culturale arabofona estesa dall’Atlantico all’ India nordoccidentale. Arabofonia comune, transculturale e per molti versi metaculturale che non ha, beninteso, cancellato la pluralita’ delle lingue parlate e scritte preesistenti, ma che le ha dotate d’uno straordinario strumento di diffusione e di comprensione reciproca, un idioma comune utilizzabile a livello religioso, giuridico e culturale. E che ha fatto da tramite, per mezzo di un intenso lavoro di traduzione, ad altre lingue: principalmente ai due grandi idiomi di cultura eurasiatici”.

Da “Le Mille e una Storia” di Franco Cardini, La Nazione,13/3/2003.

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