Le maestre, la confusione e i corsi d’inglese last minute

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Gentile signora Bossi Fedrigotti, già esaurite, per coprire le assenze delle colleghe, da girotondi e traslochi, sia degli insegnanti che dei bambini divisi e spalmati in tutte classi (situazione che vanifica l’attività didattica di entrambi i gruppi, l’itinerante e il ricevente); già allarmate per la annunciata futura soppressione di tre insegnanti per plesso e l’impossibilità di riproporre, pertanto, il prossimo anno il consolidato tempo pieno, ecco che oggi pomeriggio cala dall’alto una circolare che ci comunica la prossima grande prova: a causa del taglio del personale e per ragioni di risparmio verranno eliminate le specialiste di lingua inglese e tutte le docenti sono pertanto invitate-obbligate a fare un corso per divenire, ciascuna, specializzata nella propria classe. Da sottolineare è il linguaggio ambiguo riportato dalla sopraddetta circolare: si parla di «obbligo di formazione, procedimento a inoltrare l’iscrizione degli insegnanti coinvolti, tempestivo riscontro di disponibilità, speranza di collaborazione e obbligatorietà della formazione». Non è chiaro quindi: si tratta di un’adesione facoltativa o un obbligo? Ma è soprattutto un’altra frase a lasciarci perplessi: «Il termine delle iscrizioni è fissato inderogabilmente per il giorno 14 maggio 2010». Oggi è il 13 e le colleghe del turno del mattino non hanno nemmeno potuta leggere tale comunicazione ministeriale. E, tanto per completare l’opera, non si spiega nulla riguardo ai tempi e la modalità del corso: dovremmo iscriverci al buio. Come non avessimo null’altro da fare, oltre che ricevere gli ordini e obbedire. Vi lascio immaginare le nostre riflessioni. Comunque abbiamo scritto tutti «Non disponibile» accanto alle nostre firme di presa visione. E vediamo che succederà.
Manuela Valente, maestra milanese
Premesso che, secondo la mia modesta opinione, un corso d’inglese —se fatto bene — non fa male a nessuno, tantomeno agli insegnanti, pur avendo letto con attenzione le due circolari ministeriali, le ho trovate abbastanza confuse. Lo stile è così farraginoso e burocratico che è davvero difficile cogliere l’essenza del messaggio e non si può che rimanere costernati pensando che il documento è stato prodotto da un ufficio che fa capo al ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca! L’altra considerazione riguarda l’apprendimento della lingua straniera dei bambini italiani. Già ora era evidente come a scuola non riuscissero, nemmeno dopo vari anni d’istruzione, ad andare oltre il livello minimo («The book is on the table»): figuriamoci cosa potranno imparare in futuro.
Isabella Bossi Fedrigotti
15 maggio 2010
http://milano.corriere.it/notizie/caso_ … 8555.shtml




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