Le lingue dell’Europa nell’Italia della multietnicità – Un dibattito culturale e giuridico di Micol Bruni‏

Posted on in Politica e lingue 28 vedi

Scritto da Luigi Palamara on ott 20th, 2011

Le lingue dell’Europa nell’Italia della multietnicità

Un dibattito culturale e giuridico
di Micol Bruni*

L’Europa delle lingue non può che essere anche considerata la geografia delle etnie che risultano come modelli espressivi sia dal punto di vista storico sia dal punto di vista di una semantica che trova nelle letterature un punto di contatto ma anche di riferimento significativo.

Ma se esiste un’Europa delle lingue, e quindi, della multietnicità in termini antropologici ciò è dovuto anche ad una considerazione interpretativa di norme giuridiche che stabiliscono la possibilità di tutelare, nei vari territori e, quindi, nelle varie nazioni, quelle lingue minoritarie che rappresentano elementi di ricchezza e di interazione tra eredità e civiltà che stanno alla base della convivenza dei popoli.

Soprattutto, in Europa la diversità delle lingue, fermo restando che ogni Nazione ha il dovere e il diritto, secondo norme costituzionali, di tutelare, conservare, valorizzare e promuovere la lingua di appartenenza, è una rappresentatività di una storia politica e giuridica che trova le sue radici sia nelle età greco – romane ma in modo particolare focalizzate in quelle età “moderne” che vanno dal Medievo al Seicento (in Italia i codici dei vocaboli proprio nell’età barocca sono lo scavo di un rapporto tra le lingue ufficiali dei territori e i dialetti dei microterritori) , dall’età pre- illuminista a tutto l’Illuminismo sino al contesto pre e post unitario in Italia e alla fine delle guerre di indipendenza di tutta Europa.

In ogni contesto epocale la lingua come manifestazione letteraria ha dovuto sempre fare i conti con una visione applicativa della lingua o delle lingue parlate e scritte nei diversi territori. Il passaggio dall’oralità alla scrittura ha segnato delle linee marcanti in cui la letteratura, e in epoca contemporanea l’antropologia della letteratura, si è dovuta confrontare con l’applicazione e, quindi, la diffusione di una parlata. C’è da dire anche che ogni epoca in Italia come in tutta Europa ha avuto i suoi trasversalismi linguistici che non sono altro che processi contaminanti. Per fare un esempio nel Regno di Napoli, già Regno delle Due Sicilie, la lingua italiana era la parlata usata nel tessuto territoriale di quelli che costituiranno, successivamente, le Regioni e di quelle che sono state le realtà della Magnagrecia prima e gli intrecci normanni – bizantini arabi successivamente. Così, come il “francesismo” o la piemontisazzione di alcune aree del Nord dell’Italia.

Soltanto con i grandi dibattiti ottocenteschi e risorgimentali in Italia si è giunti, con le eredità di Bembo, ad una lingua che doveva unificare le lingue. Il dibattito è proseguito sino alla Carta Costituzionale del 1948 ed ancor più fino alla legge che riguarda la tutela delle minoranze linguistiche in cui si sancisce nel primo articolo che la lingua ufficiale è l’italiano. Questo dal punto di vista semigiuridico ma c’è sempre un processo antropologico che è, quindi, etnico che si è sviluppato nel corso dei secoli e degli anni.

Ormai, se vogliamo usare una sintesi stretta ogni territorio ha una eredità tri – linguistica : l’italiano, il dialetto della regione , il dialetto della periferia (senza tenere conto delle influenze angloamericane di altro genere). È un dato positivo, certamente, perché con le lingue e con i linguaggi è possibile entrare anche nella storia di altri popoli. L’Italia è stata contaminata ma riesce nonostante tutto a contaminare.

E in un’Europa che si consolida sia per una etnocentricità mediterranea e sia nordico – tedesca, inglese la vera lingua diventa una metafora eccezionale e fondamentale che è quella che ci fa dire che la mia lingua diventa la mia patria. Una metafora che ha ramificazioni chiaramente letterarie ma ci impegna in termini istituzionali e costituzionali a garantire l’identità di una Nazione perché in tal senso la mia lingua diventa come espressione della mia Nazione.

È accertato ormai che in Europa sono state censite ventitrè lingue ufficiali e oltre sessanta comunità autoctone che si manifestano con un linguaggio o una lingua che è quella prettamente regionale e in questo caso diventa una lingua minoritaria. Questo è un dato di fatto, accertato, ma accanto a questa sottolineatura ci sono quelle lingue che vengono parlate da cittadini che provengono da oltre Europa e quindi costituiscono un elemento in più in quel processo contaminante in cui la lingua è si uno stadio fondamentale, ma come già si diceva, necessita di un legame con le culture degli altri popoli.

Quindi, lingue e etnie sono sicuramente un portato storico ma costituiscono anche un percorso dentro quel mosaico delle lingue moderne che preannunciano un futuro sempre più contaminante. E ancora di più ciò avvalora la necessità di una tutela forte, nel nostro caso, della lingua italiana nei confronti delle influenze pur positive che vengono da mondi e realtà esterne.

La lingua italiana va tutelata ma dentro questa stessa antropologia della lingua ci sono da una parte le lingue minoritarie che sono vere e proprie lingue come arbereshe, il croato, lo slavo, il ladino (l’art2 L. 482/’99 così recita: “In attuazione dell’articolo 6 della Costituzione e in armonia con i principi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cutura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco – provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo) …e dall’altra i dialetti che unificano le geografie in una visione inclusiva tra tradizioni e eredità.

D’altronde la Carta Costituzionale nei suoi articoli, 3 e 6, manifesta una ben precisa dialettica intorno all’accoglienza delle altre lingue. C’è da precisare che il concetto di cittadinanza della lingua resta pur sempre quella ufficiale ma le opportunità di conoscenza sono un valore aggiunto in una storia di un’Italia che non ha mai dimenticato l’eticità di una lingua per tutti.

Proprio in questa chiosa il rapporto tra lingua ufficiale, lingue minoritarie e i dialetti è costantemente un rapporto aperto, forte dove l’identità è forte ed estremamente significativo dove la storia non ha timore di essere aggredita da alcun compromesso.

L’etnicità delle lingue resta un valore da condividere perché in tal senso proprio la condivisione diventa una contaminazione non solo metafisica ma profondamente culturale.

*Cultore in Storia del Diritto Italiano – UNIBA –

MNews.IT




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.