Le lingue del Papa: le iperboli sorprendenti di Francesco.

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La lingua del Papa.

Le iperboli sorprendenti di Francesco.

di Franco Garelli.

Hanno fatto il giro del mondo le ultime icone utilizzate da Papa Francesco per rendere
più concreto e plastico il suo pensiero, quelle che gli vengono spontanee in quanto figlio
di un continente colorito e passionale e pastore di una Chiesa che intende riflettere “l’odore”
del suo popolo anche nel linguaggio.
Certamente Bergoglio non dice cose sconvenienti, ma le sue espressioni popolaresche
non possono non colpire un’opinione pubblica ed ecclesiale da sempre abituata al linguaggio
felpato e preconfezionato dei discorsi papali.
Discorsi papali che mai si sono esposti in questo modo ai rischi di un colloquio a
braccio con i giornalisti o ai pericoli di una comunicazione improvvisata che cerca
costantemente di tradurre i concetti in esempi e immagini. Di qui le diverse reazioni
che hanno accolto le più recenti esternazioni pubbliche del Pontefice. Come il messaggio
che «per essere cattolici non significa fare figli come i conigli»; o la convinzione che rientri
nella norma il fatto che «se uno offende mia madre, può ricevere un pugno»; o ancora la
rivelazione che di fronte ad un tentativo di corruzione subìto quando era arcivescovo di
Buenos Aires si è chiesto: «Li insulto e gli do un calcio dove non batte mai il sole, oppure
faccio lo scemo? E ho fatto lo scemo!»
Dunque: un Papa tosto e vigoroso, che non teme che la sua autorevolezza sia messa in
discussione dall’uso di un linguaggio tipicamente popolare? Ma, anzi, che si
uniforma al sentire e al parlare del popolo per meglio comunicare il suo pensiero e vivere la
prossimità alla gente comune? Oppure un Pontefice troppo coinvolto nelle dinamiche
umane, al punto da annullare il senso del mistero e del sacro connesso al suo alto ruolo?
O che fa rabbrividire quanti ritengono che le figure con grandi responsabilità e carismi
(soprattutto in campo spirituale ed etico) debbano esprimersi e comportarsi in modo
irreprensibile ed esemplare, anche per evitare di esporsi a improprie interpretazioni? Il
dibattito su questi temi è del tutto aperto e per certi aspetti rovente. Lo sconcerto per un
Pontefice che parla un linguaggio inedito per la tradizione della Chiesa, è certamente
elevato non soltanto tra i cattolici tradizionalisti, ma anche tra non pochi intellettuali laici
che guardano con diffidenza quelle autorità (religiose, politiche) che nell’interpretare il proprio
ruolo si mescolano eccessivamente con il popolo, o per eccesso di identificazione o con possibili
intenti populistici. Per contro, è indubbio che – dalle reazioni che si colgono nelle strade e nelle
piazze delle nostre città – un Papa che “parla come mangia” (per uniformarci al linguaggio
popolare), che sulle impegnative questioni di cui tratta esprime delle posizioni di sano
realismo e di buon senso, viene visto come una figura gagliarda, verace, che non si è
piegata al linguaggio ovattato della Curia e del Palazzo. Del resto, aldilà di alcune immagini
meno riuscite (come quella del pugno) o di un linguaggio un po’ ardito, occorre notare che la
maggior parte delle “parole sciolte” del Papa colgono nel segno, hanno un loro preciso
significato, immediatamente avvertito dalla gente comune. Qui forse emerge l’effetto di
una meta-comunicazione. Come a dire che Francesco non è tanto preoccupato
dell’esattezza e della compiutezza del suo linguaggio diretto; quanto del fatto di
comunicare attraverso le parole che sbriciola nel mondo qualcosa che gli sta più a cuore
delle parole che riesce a esprimere: che il Papa e la Chiesa stanno dalla parte della gente
comune e conoscono a fondo il cuore dell’uomo; che la spontaneità espressiva
testimonia già di per sé la voglia di dialogo col mondo; che per lanciare grandi messaggi
occorre ancorarsi al sentire diffuso del popolo. Per cui si possono anche correre dei
rischi comunicativi se l’orizzonte di riferimento è più ampio delle parole dettate
dal cuore.
(Da Il Messaggero, 21/1/2015).

 




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