Le lingue del Papa

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Un saluto a questo Papa che ha voluto accogliere, e mantenere nel tempo, la proposta di inserire la Lingua Internazionale Esperanto fra le oltre 60 lingue da lui adoperate in occasione della benedizione di Natale e Pasqua.
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Mentre si discute sulle conoscenze delle lingue straniere da parte dei cardinali papabili – problema non secondario per chi volesse seguire l’approccio anche mediatico di Papa Wojtyla – emerge il legame fortissimo che un Papa poliglotta come Giovanni Paolo II ha sempre mantenuto con la sua lingua materna nelle situazioni “private” e più intime: la scrittura del testamento, la ricerca di raccoglimento in un convento di padri polacchi, la scelta dei componenti della sua “famiglia” che l’ ha accompagnato negli ultimi momenti parlandogli dolcemente in polacco.
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I 115 cardinali, di 52 nazionalità, riuniti in conclave – dove la lingua esclusiva era il latino – hanno eletto il nuovo Papa, Benedetto XVI.
L’annuncio è stato dato in più lingue.
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Tutta in latino la prima omelia di Joseph Ratzinger, Papa Benedetto XVI.
Italiano, inglese, francese, tedesco – non lo spagnolo – le lingue usate da
Benedetto XVI° nel suo incontro con i giornalisti.
Nella prima udienza generale Benedetto XVI ha parlato anche in spagnolo e polacco oltre che in italiano, inglese, francese, tedesco, latino…
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PARLANDO IN TEDESCO
di Massimo Gramellini

Per giustificare il suo ritardo all’udienza con i fedeli giunti dalla Germania, Papa Ratzinger ha scherzato: “Scusate, vuol dire che mi sto già italianizzando”. Una battuta ammiccante, se rivolta in Italiano a degli italiani. Detta in Tedesco a una platea di tedeschi. , ha provocato una piccola fitta al cuore di chi l’ ha interpretata come un’involontaria canzonatura.
La sortita mostra con chiarezza i due fantasmi mediatici che Benedetto XVI deve sfidare all’inizio del suo pontificato. Il primo è una istintiva e reciproca diffidenza italo-germanica, retaggio di vicende storiche millenarie e caratterizzata da una zavorra di luoghi comuni, fra i quali la mancanza di puntualità non è di certo il più infamante. Il secondo è l’inevitabile macchina dei paragoni, che oggi indurrà qualcuno a ricordare come Giovanni Paolo II seppe blandire il popolo dell’Urbe fin dal giorno dell’elezione, definendo “nostra” la lingua italiana e avendo cura di non rivendicare subito davanti ai polacchi la propria nazionalità, mentre il suo successore ha detto ai tedeschi “Sono a Roma da 23 anni, ma resto bavarese”. Per indole Papa Ratzinger non cerca il consenso delle folle, ma è uomo talmente profondo e sensibile che lo otterrà lo stesso.
Ancora più intensamente – ci si conceda di dirlo – se continuerà a scrivere, e dunque a leggere, le parole che pronunzia con tanta ispirazione in pubblico. Perché quando è costretto dalle circostanze a improvvisare rischia, come tutti i timidi, di ottenere qualche indesiderato effetto collaterale.
(Da La Stampa, 26/4/2005).
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Benedetto XVI si è rivolto in francese al corpo diplomatico.
Domenica scorsa Papa Benedetto XVI ha rivolto ai fedeli spagnoli un appello nella loro lingua perché “rafforzino il messaggio di Cristo” e “resistano alle tendenze laiche”.
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Nuovo Stile

Da 62 lingue a 33, Ratzinger “taglia” gli auguri

di L. Acc.

Traduzioni Spariscono idiomi slavi e africani che erano usati da Wojtyla

Paolo VI 12, Giovanni Paolo II 62, Benedetto XVI 33: sono le lingue usate dai tre papi per augurare “buon Natale” nel 1976, nel 2004 e l’altro ieri. In queste cifre forse c’è un insegnamento: il papa tedesco è alla ricerca di una sua “misura”, che potrebbe collocarlo a metà strada, nelle uscite verso il mondo, tra il riserbo del papa bresciano e la tendenza a strafare del papa polacco. Le lingue usate da Paolo VI (1963–1978) oscillarono da un minimo di sei a un massimo di dodici. Era un abito stretto per il papa poliglotta venuto da Cracovia, che parte con 24 lingue nel Natale del 1979, balza a 33 l’anno seguente, è a 53 nel 1989 e si attesta su 62 negli ultimi tre anni.
C’era curiosità per come si sarebbe comportato Benedetto XVI: gareggiare con il predecessore, tornare alla sobrietà montiniana o azzardare una sua cifra. E questo ha fatto. Ha detto “buon Natale” in 33 lingue, lo stesso numero segnato da Giovanni Paolo II nel suo secondo Natale, ma c’è da giurare che su questa quota continuerà a muoversi nei prossimi anni, in modo da far risuonare le lingue delle principali comunità cattoliche e le lingue simbolo delle grandi culture.
A questo obiettivo Giovanni Paolo aveva aggiunto quello di non dimenticare i popoli che stavano vivendo qualche tragedia, o che veniva visitando. Si può immaginare che la stessa cifra mediana dei “saluti” in lingua, il papa tedesco la manterrà per i discorsi e i viaggi
Paragonando la lista delle lingue usate da papa Ratzinger a quella di papa Wojtyla del 1979, quando anche il papa polacco ne aveva pronunciate 33, salta agli occhi la gran quantità di lingue slave e dell’Europa orientale onorate dal papa polacco e non usate dal tedesco: sloveno, serbo, cieco, slovacco, bielorusso, lituano, lettone, ucraino e armeno. Negli anni Wojtyla aveva esteso il suo repertorio a lingue africane come il kirundi, il kinyarwanda, il malgascio; a lingue dell’India come l’hindi, il tamil e il malayalam e persino all’esperanto.
Un’ultima variante del nuovo papa rispetto al predecessore: questi metteva il polacco per ultimo, in modo da dedicare ai connazionali un saluto più lungo, mentre Ratzinger ha lasciato il tedesco nella sua posizione abituale, di quarta lingua del mondo cattolico, dopo l’inglese e prima dello spagnolo.
(Da Corriere della Sera, 27/12/2005).




34 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Papa Francesco adopera, a differenza dei predecessori, solamente la lingua italiana per i saluti alla fine del suo primo Angelus.

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Italiano, latino, greco, inglese, spagnolo, cinese sono fra le lingue adoperate durante la messa d’inizio pontificato di Papa Francesco.

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Un Papa nuovo <br />
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IL POLIGLOTTA CHE USA L’ITALIANO LA SCELTA PER COMUNICARE MEGLIO <br />
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di Luigi Accattoli <br />
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E’ poliglotta ma non parla le lingue. Ieri papa Bergoglio ha ricevuto il corpo diplomatico e ha parlato in italiano, mentre è un antico blasone della diplomazia vaticana l’uso del francese, sempre rispettato dai Papi. Nell’ultimo Angelus – il 24 febbraio - Benedetto aveva salutato in cinque lingue, all’ultima udienza generale - il 27 marzo - ne aveva usate 12. Il 25 dicembre aveva detto «Buon Natale» in 56 lingue. <br />
Papa Francesco finora ha parlato solo in italiano e non ha mai salutato nella loro lingua neanche <br />
gli argentini che erano venuti per l’inizio del Pontificato. Del resto aveva suggerito ai connazionali di non venire a Roma e di donare ai poveri il prezzo della trasferta. Ecco il punto: riduce le lingue come le vesti.e gli ornamenti, e come forse vorrebbe ridurre le spese e il fasto. <br />
La rinuncia alle lingue è una tessera del ridimensionamento degli aspetti scenici e rituali della <br />
figura papale per recuperare Messa l’immagine di «vescovo di Roma». Oltre all’italiano e allo <br />
spagnolo, Bergoglio parla il tedesco, il francese, l’inglese: dicono in Vaticano che l’attuale stretta <br />
astinenza dalle lingue non sarà «per sempre»: le userà - possiamo interpretare - quando ne <br />
avrà bisogno, ma non per sistema. <br />
Con questa fuoriuscita - per ora solo simbolica - dallo schema formale dell’esercizio «ricevuto» del ministero petrino egli persegue più obiettivi: si libera dalla tutela della Curia, predispone l’opinione pubblica all’accoglienza di una figura papale in relazione con il suo «popolo», l’avvicina alle attese delle altre Chiese. <br />
Se a poche ore dalla fumata bianca il nuovo Papa legge ai cardinali un’allocuzione in latino preparata dagli uffici, è chiaro il segnale di spoliazione delle caratteristiche personali e di rivestimento <br />
istituzionale implicito in quel modo di presentarsi al mondo. Ecco invece Papa Francesco che accantona quel testo e parla come gli detta il cuore: forse proclama di meno ma comunica di più, perché resta se stesso, una persona che si mette in gioco nelle parole che pronuncia e nelle relazioni che stabilisce. Ecco perché ognuno si sente autorizzato ad abbracciare il Papa argentino. <br />
Già molti alleggerimenti della figura papale erano stati tentati dai predecessori, tra i quali ci fu chi andò a sciare sui monti e chi pubblicò libri su Gesù dicendo: «Ognuno è libero di contraddirmi». <br />
Ma si direbbe che papa Francesco voglia arrivare più lontano, come ad accentuare la dimensione personale e carismatica del ministero papale diminuendone la componente istituzionale e di governo. <br />
Forse vuole che anche nella gestualità quotidiana il Papa non appaia più Capo della Chiesa e Capo di Stato (immagino che non ascolteremo mai questi titoli papali sulla sua bocca), ma cristiano tra i cristiani e vescovo tra i vescovi, chiamato a guidare la Chiesa di Roma che «presiede nella carità» all’intera famiglia cristiana. Nel saluto dalla Loggia dopo l’elezione questo concetto ebbe a dirlo con parole impegnative che sono restate fino a oggi quelle dotate di maggiore portata programmatica e che sono piaciute agli interlocutori ecumenici: «E adesso incominciamo questo cammino: vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese». <br />
La liberazione della figura papale dall’armatura istituzionale, che Papa Francesco viene attuando sotto gli occhi attoniti dei cultori del sistema ecclesiastico tardo tridentino, è probabilmente destinata ad avere rilevanza ecumenica. Giovanni Paolo II invitò l’ecumene cristiana a interrogarsi su nuove modalità di esercizio del «primato» romano che potessero essere accettate da tutti: ed ecco che papa Francesco libera dal vecchio e rende pronta al nuovo la figura papale. <br />
(Dal Corriere della Sera, 23/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Pasqua-Papa-Francesco-Vaticano<br />
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MESSAGGI IN HINDU E CINESE <br />
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Intorno alle dieci i fedeli sopraggiunti nell'ultima ora, non riuscendo più ad accedere a piazza San Pietro e a piazza Pio XII, già pienissime, avevano gremito l'intera via della Conciliazione. La liturgia della parola era poi iniziata con la lettura, dapprima in lingua spagnola, di un brano dagli Atti degli Apostoli. Poi erano stati letti messaggi augurali in tutte le lingue, e tra questi un messaggio per Papa Francesco in hindu e uno in cinese. «Signore dissolvi ogni paura e rendi possibile ciò che il nostro cuore non osa sperare», aveva detto il Papa aprendo la liturgia eucaristica. Alle 11.34 la benedizione finale del santo Padre ha chiuso la messa, seguita dal Regina Coeli. Poi il pontefice ha lasciato il sagrato per attraversare la piazza tra i fedeli - si è fermato anche ad abbracciare e baciare alcuni bambini - e quindi raggiungere la Loggia da dove impartire la benedizione «Urbi et Orbi», preceduta dal suo messaggio.<br />
(Da roma.corriere.it, 31/3/2013).<br />
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Il saluto Urbi et Orbi di Papa Francesco<br />
Secondo il suo stile, il Papa elimina le sovrastrutture - ha evitato il tradizionale saluto in 65 lingue - e comincia dall’essenziale...<br />
(Da corriere.it, 31/3/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Papa Francesco, fino ad ora, ha parlato sempre in lingua italiana (eccetto il latino liturgico).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Papa Francesco parla in italiano anche nell’incontro con il segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon.

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Poco latino nelle messe di Francesco: il vescovo di Roma parla italiano <br />
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di Matteo Mattuzzi <br />
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C’è sempre meno latino nelle celebrazioni di Papa Francesco. Basta dare un rapido sguardo ai libretti dei riti presieduti dal Pontefice argentino nel suo primo mese e mezzo di pontificato per accorgersene: dalle grandi messe sul sagrato di San Pietro al Rosario a Santa Maria Maggiore, a prevalere è quasi sempre l’italiano. Francesco è vescovo di Roma, l’ha detto lui stesso parlando per la prima volta dalla Loggia delle Benedizioni la sera del 13 marzo scorso. E, come fa ogni vescovo, nella sua diocesi usa la lingua locale. Non il latino. <br />
Così, niente saluti nei più svariati ed esotici idiomi il giorno di Pasqua (rompendo così una lunga e consolidata tradizione), né i tradizionali brevi messaggi nelle lingue più comuni della cattolicità al termine dell’Angelus o Regina Coeli domenicale. Un’inversione di tendenza chiara. Benedetto XVI aveva pazientemente (e lentamente) avviato un’opera di recupero di quella che dopotutto è ancora la lingua ufficiale della chiesa cattolica, sempre meno conosciuta anche tra i membri del clero. Ratzinger usava il latino non solo nelle occasioni più solenni e ufficiali, come l`omelia tenuta in Sistina con i cardinali elettori il giorno dopo l’elezione al Soglio pontificio, ma anche nei suoi viaggi internazionali. Sorprese non poco sentire il Papa esprimersi in latino in Benín e in Camerun, due delle sue tappe nel continente africano. <br />
Ci teneva così tanto, il teologo tedesco, che diede al mondo notizia della sua rinuncia al ministero petrino leggendo un breve testo in latino scritto personalmente con l’aiuto di pochi e fidati collaboratori. Qualche mese prima, a novembre, Benedetto XVI aveva istituito con un moto proprio la Pontificia Accademia di Latinità, affidandola a Ivano Dionigi, latinista di fama e attuale rettore dell’Università di Bologna. I motivi che avevano spinto Ratzinger a costituire quell’organo li spiegava proprio Dionigi in un’intervista ad Avvenire pubblicata a marzo: "C`è la consapevolezza che il latino nella storia è stato la lingua dell’imperium, dello studium e dell’ecclesia. Questa lingua ha in sé tre proprietà che trovano corrispondenza nelle caratteristiche della fede: l’eredità, l’universalità e l’immutabilità. E’ la lingua dei teologi, del diritto canonico, dei concili, della liturgia". <br />
Ratzinger rifiutava l’idea che fosse una lingua per pochi eletti, simbolo del potere e retaggio di un passato che il Concilio Vaticano II aveva cercato di archiviare: "Il latino è l’idioma con cui la chiesa si è rivolta a tutti i popoli. Rispecchia l’immutabilità della fede", continuava il presidente dell’Accademia. <br />
Francesco ha scelto un’altra strada: i canti rimangano pure in latino - il portavoce della sala stampa della Santa Sede, padre Lombardi, ha chiarito qualche settimana fa che la musica sacra non rientra tra gli interessi principali di Bergoglio -, ma la messa si celebri per quanto possibile in italiano. <br />
E’ la concezione diocesana del papato: il Pontefice vuole mettere l’accento sull’essere prima di tutto il vescovo di Roma, la chiesa che presiede nella carità tutte le altre chiese, come diceva sant’Ignazio <br />
d’Antiochia. <br />
(Da Il Foglio, 8/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Twitter: l’account in latino di Papa Francesco supera i 100 mila follower<br />
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L’account @Papa Franciscus, sebbene lontano dagli oltre 2,5 milioni di follower in lingua inglese e dai 2,4 milioni in lingua spagnola, ha superato ormai il numero dei follower dell’account in lingua polacca (88 mila) e araba (60 mila).<br />
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Alessandra Talarico<br />
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INTERNET - Nel mondo dei nuovi media digitali, in cui l’inglese sembra essere ‘la’ lingua per eccellenza, ecco che il latino assurge a nuova giovinezza grazie all’account Twitter di Papa Francesco, che ha superato quota 100 mila follower (101.721 per la precisione).<br />
Un successo legato alla popolarità del Pontefice, che meglio dei suoi predecessori è entrato nello spirito delle piazze virtuali, oltre che di quelle ‘reali’, facendo resuscitare la lingua di Cicerone anche sui social network.<br />
La presenza del Pontefice sul web è stata inaugurata a dicembre 2012 dal Papa emerito Benedetto XVI con l’account @pontifex_it, seguito – a gennaio - da account in altre 7 lingue (inglese, tedesco, portoghese, spagnolo, francese, polacco e arabo). L’account in latino venne inaugurato un mese dopo.<br />
In totale, questi account totalizzano 6,4 milioni di follower: l’account @Papa Franciscus, sebbene lontano dagli oltre 2,5 milioni di follower che ricevono i tweet in lingua inglese e dai 2,4 milioni dell’account in lingua spagnola, ha superato ormai il numero dei follower dell’account in lingua polacca (88 mila) e araba (60 mila).<br />
Quello in italiano conta 747 mila follower; quello portoghese 333 mila; quello francese 134 mila e quello tedesco 106mila.<br />
In un’epoca in cui (e anche questo articolo lo dimostra) spesso e volentieri il nostro parlare di infarcisce di inglesismi, a volte inutili, il successo dell’account @Pontifex_ln dimostra che nessuna lingua può dirsi morta se riesce a suscitare ancora tanto seguito.<br />
Non dimentichiamo, infine, che la notizia delle ‘dimissioni’ del Papa emerito Benedetto XVI sono state annunciate da una giornalista Ansa che ha potuto ‘battere’ la concorrenza proprio perché conosceva il latino.<br />
(Da <!-- m --><a class="postlink" href="http://www.key4biz.it">http://www.key4biz.it</a><!-- m -->, 21/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Francesco e il latino<br />
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"La Messa antica non si tocca", il Papa gesuita spiazza ancora tutti<br />
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I vescovi pugliesi chiedono il ritiro del motu proprio di Ratzinger. <br />
Bergoglio dice no "servono cose nuove e antiche"<br />
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di Matteo Matzuzzi, <br />
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Chi pensava che con l’arrivo al Soglio di Pietro del gesuita sudamericano Jorge Mario Bergoglio la messa in latino nella sua forma extra-ordinaria fosse archiviata per sempre, aveva fatto male i conti. Il motu proprio ratzingeriano del 2007, il Summorum Pontificum, non si tocca, e il messale del 1962 di Giovanni XXIII (che poi è l’ultima versione di quello tridentino del Papa santo Pio V) è salvo. Quel rito con il celebrante rivolto verso Dio e non verso il popolo, con le balaustre a separare i banchi per i fedeli dal presbiterio, non è un’anticaglia, detrito da spedire in qualche museo a impolverarsi. E’ stato proprio il Pontefice regnante a dirlo, ricevendo qualche giorno fa nel Palazzo apostolico la delegazione dei vescovi pugliesi giunti a Roma in visita ad limina apostolorum, come fa tutto l’episcopato mondiale ogni cinque anni.<br />
Come ha scritto sul suo blog il vaticanista Sandro Magister, i vescovi pugliesi sono stati i più loquaci, con clero e giornalisti. La scorsa settimana, il capo della diocesi di Molfetta, Luigi Martella, ha raccontato come Francesco sia pronto a firmare entro l’anno l’enciclica sulla fede che Benedetto XVI starebbe portando a termine nella tranquillità del monastero Mater Ecclesiae, aggiungendo addirittura che Bergoglio ha già pensato alla sua seconda lettera pastorale, dedicata alla povertà e intitolata “Beati pauperes”. Dichiarazioni che hanno costretto la Santa Sede a smentire, rettificare e chiarire, con padre Federico Lombardi che invitava a pensare “a un’enciclica per volta”. Poi è toccato al vescovo di Conversano e Monopoli, Domenico Padovano, che al clero della sua diocesi ha raccontato come la priorità dei vescovi della regione del Tavoliere sia stata quella di spiegare al Papa che la messa in rito antico sta creando grandi divisioni all’interno della chiesa. Messaggio sottinteso: il Summorum Pontificum va cancellato, o quanto meno fortemente limitato. Ma Francesco ha detto no.<br />
E’ sempre monsignor Padovano a dirlo, spiegando che Francesco ha risposto loro di vigilare sugli estremismi di certi gruppi tradizionalisti, ma suggerendo altresì di far tesoro della tradizione e di creare i presupposti perché questa possa convivere con l’innovazione. A tal proposito, come scrive Magister, Bergoglio avrebbe pure raccontato le pressioni subite dopo l’elezione per avvicendare il Maestro delle cerimonie liturgiche, quel Guido Marini dipinto al Papa come un tradizionalista che andava rimandato a Genova, la città che nel 2007 lasciò a malincuore obbedendo alla volontà di Benedetto XVI che lo volle a Roma. Anche in questo caso, però, Francesco ha opposto il suo rifiuto a ogni cambiamento nell’ufficio delle cerimonie. E lo ha fatto “per fare tesoro della sua preparazione tradizionale”, consentendo al mite e poco protagonista Marini di “avvantaggiarsi della mia formazione più emancipata”.<br />
La differenza culturale c’è tutta, il gesuita che per tradizione ignaziana “nec rubricat nec cantat” si trova improvvisamente catapultato in una realtà in cui negli ultimi otto anni erano stati pazientemente e lentamente recuperati elementi liturgici abbandonati negli ultimi trenta-quarant’anni, giustificando così chi vedeva nel Concilio una rottura anche in campo liturgico. Il filo conduttore delle cerimonie benedettiane era riassumibile nella sintesi tra solennità e compostezza: il ritorno sull’altare dei sette alti candelabri e della croce centrale e gli avvisi a non applaudire ne sono un esempio. E poi il latino, lingua della chiesa, che veniva usato per le celebrazioni non più solo a Roma ma in ogni angolo del pianeta, Africa compresa. Non pochi, guardando il volto serio di Marini quella sera di marzo mentre Bergoglio appariva per la prima volta alla Loggia delle Benedizioni con la semplice talare bianca, senza mozzetta né stola, avevano previsto un avvicendamento imminente. Invece Francesco sa che Roma non è Buenos Aires, che fare il Papa richiede anche di mantenere un apparato simbolico ancorato nella storia e nella tradizione millenaria della chiesa cattolica. <br />
La continuità che non piace a tutti<br />
Un recupero, quello avvenuto negli anni di Benedetto XVI, che a molti non è piaciuto, anche dentro le Mura leonine. Monsignor Sergio Pagano, prefetto dell’Archivio segreto vaticano, diceva lo scorso 7 maggio a margine della presentazione della costituzione d’indizione del Concilio “Humanae salutis” che “quando oggi vedo in certi altari delle basiliche quei sette candelabri bronzei che sovrastano la croce mi viene da pensare che ancora poco è stato capito della costituzione sulla liturgia Sacrosanctum Concilium”. Ecco perché qualcuno, come il vescovo di Cerignola-Ascoli Satriano, monsignor Felice Di Molfetta – che da sempre considera la messa in forma extra-ordinaria incompatibile con il messale di Paolo VI, espressione ordinaria della lex orandi della chiesa cattolica di rito latino – qualche giorno fa ha fatto sapere ai fedeli della sua diocesi di essersi vivamente rallegrato con Francesco “per lo stile celebrativo che ha assunto, ispirato alla nobile semplicità sancita dal Concilio”.<br />
(Da Il Foglio, 28/5/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Il Papa e il napoletano<br />
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di Nicola Pezzella<br />
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Papa Francesco: “Ma tu sei napoletana, ma parli bene l'italiano”. <br />
Durante un colloquio con una ragazza giapponese, ma nata e cresciuta a Napoli, il Papa si lascia andare ad una frase che per alcuni napoletani è stata una caduta di stile; per altri, invece, semplice ironia.<br />
Comunque qualche napoletano apprende la notizia con molta semplicità: già che Napoli sia stata nominata dal Papa è un bel regalo.<br />
Addirittura che il Papa conoscesse bene la storia di Napoli! Intendo cioè il fatto che la lingua napoletana (che non è un dialetto, ma una lingua riconosciuta dall'Unesco), è molto più antica della lingua italiana.<br />
È per tale motivo - anche se per qualcuno sarà strano - che i napoletani hanno difficoltà nel parlare la lingua italiana: il napoletano è la loro "lingua madre"...<br />
(Da agoravox.it, 21/8/2013).

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