Le lingue del mondo? Si possono parlare tutte (anche a vanvera)

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Ecco cosa succede a scambiare il linguaggio dell’uomo per un’equazione matematica, neppure troppo difficile. Perchè, se all’algebra assomiglia, una lingua straniera, certo non si dovrebbe mai scordare quale straordinario, delicato equilibrio di eccezioni la sostenga.

Mai affidarsi, dunque (ne sanno qualcosa le autorità malesi) a un «traduttore automatico»: o perlomeno, mai utilizzarlo a occhi chiusi senza il supporto di un traduttore, rigorosamente in carne ed ossa, che le lingue le conosca a menadito.

All’inizio di quest’anno, il Ministero della Difesa della Malesia rende noto che: «drastiche misure saranno adottate per aumentare il livello di ogni minaccia alla sicurezza nazionale» dopo il raggiungimento dell’indipendenza del Paese (datato 1957). In un’altra pagina, si suggerisce alle cittadine di sesso femminile di non indossare capi d’abbigliamento che infliggano «un pugno nell’occhio»: modo un po’ approssimativo, e certo non molto meditato, per sconsigliare abiti succinti.
Note stonate su uno spartito troppo ufficiale. Il Ministero confessa: la traduzione del testo si è affidata completamente a «Google Translate». Tentazione irresistibile anche per un istituto che di gaffe proprio non ha bisogno.

Strumenti sempre più richiesti dalle imprese, i traduttori automatici: un campo nel quale si investono miliardi, e che oggi scorre nelle applicazioni di cellulari e tablet. Un vero salvavita, se ci si trova in terra straniera a corto di dizionario, magari un luogo nel quale la popolazione non è avvezza né agli idiomi europei né al (sempre più planetario) inglese. «Ma il tempo il cui una macchina raggiungerà le capacità interpretative di un professionista – dice Phil Blunsom, ricercatore a Oxford – sono molto lontani».

Disciplina che tende alla scienza, la traduzione, ma che evidentemente avrà sempre troppa anima, troppa aderenza al divenire, troppe ambiguità, per non avere più segreti nel cervello di un computer. Era il 1980 quando IBM avviava uno studio pionieristico sull’uso delle singole parole all’interno delle frasi; e, basandosi sulla lingua inglese, inciampava in espressioni perfettamente omofone (frasi che producono lo stesso suono: la lingua inglese ne è ricca) ma con una controparte scritta, e quindi un significato, completamente diversi. Un vero mare di guai. Dunque, «la grandissima parte della ricerca, nella traduzione automatica, si basa sulle statistiche, sulle percentuali», spiega ancora Blunsom. Cosa significa? Che tra frasi omofone, tra espressioni facilmente confondibili, gli strumenti digitali sono programmati per indicarci «gli usi più frequenti». Un sistema orientato a immergerci nel mondo (di grande aiuto eppure capace di qualche tiro mancino) delle probabilità. È questo, insomma, l’ingranaggio degli «Strumenti per le lingue» di Google, e «Yahoo! Babel Fish»: i più utilizzati.

A difesa di queste invenzioni, quasi salvagente insospettabile di una lingua, è invece il Prof. David K.Harrison, Swathmore College, che collabora con National Geographic. Così descrive le applicazioni dell’iPhone, ma anche Facebook, Youtube, o le funzioni oggi contenute dalla maggior parte degli smartphone: «Mi piace chiamarla "l’altra faccia della globalizzazione". I nuovi strumenti tecnologici contengono suggerimenti e dizionari in lingue parlate da comunità che raggiungono sì e no le 50 persone!». Praticamente, ti trovi in tasca materiale utile ai sociolinguisti più incalliti: i sedimenti di lingue e culture che stanno deperendo alla velocità della luce. Delle 7.000 lingue parlate nel mondo oggi, sostengono gli esperti, la metà sono destinate a scomparire entro la fine di questo secolo: risucchiate da un mercato che rade al suolo l’identità, secoli di storia che si muovono come muscoli vivissimi nelle parole della gente.

Il Prof. Harrison, in particolare, ha contribuito a produrre 8 dizionari parlanti per National Geographic.

Archivi che contengono 32.000 voci in 8 lingue in via d’estinzione: e tutte le registrazioni audio sono state realizzate da nativi. Non che al comodo, cliccatissimo, Google Translate manchi una parte audio, pronunciata perfettamente da un madrelingua. Ecco perchè un cauto ripasso con Google, magari alla vigilia di un convegno in una delle lingue più diffuse, è agevole e consigliato. Sponde rassicuranti e al contempo scivolose, i traduttori automatici, nel mare sempre più fondo e ricco di sorprese nel quale navighiamo ogni giorno, occhi negli occhi col resto della Terra.

di Simonetta Caminiti – 18 marzo 2012

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