le dieci regole per scegliere l’euro-candidato ideale

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di Mario Ajello
ROMA (25 maggio) – La campagna elettorale per le europee non decolla? Meglio. Fuori dal baccano propagandistico, ci si può concentrare con più attenzione sulla scelta del candidato da votare. O da evitare. Quello non sa l’inglese? Non gli do la mia x. Quello alle tre del pomeriggio, durante la scorsa legislatura, era in pennica o già pensava in quale ristorante di Strasburgo o di Bruxelles andare a cena insieme all’allegra brigata dei colleghi italiani sempre pronti a fare euro-bisboccia? Lo votino gli altri e «not in my name». Ecco insomma, in questo vademecum per il voto del 6 e 7 giugno, le dieci regole per non sbagliare.

Occhio alle pagelle
Jas Gawronsky, l’italo-decano dell’Europarlamento, sostiene che un terzo dei deputati sono dei fannulloni totali. Ovvero non seguono i lavori, non capiscono, compromettono l’immagine dell’istituzione. Con il 68 per cento delle presenze in Aula – ma nella black list spiccano il 45 per cento di Iva Zanicchi, il 48 per cento del pidiellino Armando Veneto, il 49 dell’italovaloriale Beniamino Donnici – i nostri rappresentanti detengono il primato dell’assenteismo. Procurarsi il registro delle presenze e delle assenze degli onorevoli uscenti ma ricandidati (che sono la maggior parte), depennare i fannulloni, evidenziare gli stakanovisti e organizzare una sorta di play-off fra questi ultimi. Fino a decretare il personalissimo campione da spedire sulla scena continentale.

Attenti al merito
«Il problema – scrive Alessandro Caprettini nel suo libro «L’eurocasta italiana» (Piemme) – è la composizione delle liste elettorali. Servirebbe che ogni forza politica, anzichè inseguire presunte celebrità dell’”Isola dei Famosi” e comprimari di ”Ballarò”, o elencare i nominativi di tanti cavalli di Caligola, stilasse una lista con esperti di finanza, studiosi d’informatica, conoscitori dei diritti civili e così via». Ma guardando bene dentro le squadre appena messe in campo, queste eccellenze ci sono. Basta cercarle. Con il lanternino.

La parsimonia
I manifesti elettorali 3 metri per 6 costavano sui 500 euro, ora oscillano fra 150 e 170 euro. Hanno subito un ribasso. Ma sono di meno, generalmente, anche i soldi da investire per la campagna elettorale. I preventivi parlano più o meno di 1 milione a candidato. E comunque: da non votare chi mette molti manifesti e spende troppi soldi. Potrebbe volerli recuperare in qualche modo.

Onorevole risponda
L’Europarlamento orienta l’80 per cento delle leggi nazionali. Adesso sono dieci i dossier più importanti che riguardano la politica continentale con evidenti riflessi su quelle dei vari Paesi, a cominciare dal nostro. I candidati andrebbero sottoposti, a distanza e accontentandosi di risposte indirette spulciando sulla loro attività e sulle dichiarazioni alla stampa o nei loro siti web o in generale sulla rete, a domande su immigrazione, welfare, sanità, ambiente, contraffazione delle merci, telecomunicazioni, trasporti, mercati finanziari, musica, settore alimentare. Chi, di fronte a queste materie, cade dalle nuvole o fa scena muta, se ne resti a casa.

Giovani o vecchi?
Non conta l’anagrafe. Anche se il pensionato di lusso dà poche garanzie d’euro-impegno. E neppure vale molto l’esperienza: può esserci un onorevole di lunghissimo corso ma ormai bollito e un novizio o una novizia di straordinaria inesperienza ma di ferrea volontà a farsi valere. Occorre capire in anticipo – più dai i blog che dai poster che mostrano faccioni poco espressivi o finto ispirati a De Gasperi o a Giscard o a Simone Veil o pateticamente sbarazzini del tipo «Partyamo per Strasburgo?» e accompagnati da slogan sempre quelli: «Più Italia in Europa», «Più Europa in Italia» – se c’è vera fede europeista nei vari aspiranti. Lapo Pistelli del Pd, per esempio, contesta il capolista del suo partito Domenici: «Non lo voto, non nutre una passione vera per il lavoro che andrà a svolgere!».

Evviva la noia
L’Europa è pedante, l’Europa è noiosa, l’Europa è nebbiosa. E questo è il suo bello. Dunque, non temere di mandare laggiù personaggi all’apparenza troppo austeri e dallo stile eccessivamente dimesso. L’Europarlamento è l’habitat adatto a loro, più che a gente come Nino Strano: quello che, nell’aula del Senato, festeggiando a mortadella e champagne la caduta del governo Prodi ha vinto un viaggio premio per Strasburgo.

Do yoy speak…
Emanuele Filiberto, candidato Udc, ha detto di conoscere cinque lingue. Ma poi bisognerà vedere come le userà. Quanto agli altri? Pochi sanno l’inglese. Non importa, visto che in Aula ci sono i traduttori? Invece importa eccome, perchè è parlando informalmente con i colleghi degli altri Paesi, e lavorando dentro le commissioni dove lo scambio lessicale e documentale è tutto, che si fa il lavoro vero. Caprettini, nell’«Eurocasta italiana», narra questa storiella. Due deputati volevano istituire una scuola per doganieri comunitari in Basilicata e chiesero al giornalista: «Presenti tu la proposta?». «Io? E che c’entro?». E quelli: «Facci questo favore, sei l’unico che parla inglese!». Ce ne sono pure altri. Il capogruppo del Pdl, Francesco Zappalà, è diventato celeberrimo su YouTube per aver negato in ventidue lingue che Berlusconi possieda delle tivvù.

Nostalgia di casa
Individuare al volo chi ne è vittima e lasciarlo a Mamma Italia. Lilli Gruber, che pure parla tre o quattro lingue, dopo aver fatto il pieno dei voti se n’è tornata guaggiù anzitempo. Così come Michele Santoro (il cui unico idioma è il salernitano) e tanti altri. Oltre il 45 per cento degli eletti cinque anni fa, hanno lasciato il loro incarico, rinunciando al mandato. Ora andrebbero pagati unicamente i biglietti di sola andata.

Criteri morali
Circolano sui giornali e nel web le liste nere che segnalano i candidati gravati di procedimenti giudiziari. Non fa male dare una sbirciatina a questi elenchi.

Dieci
Non farsi prendere dalla sindrome dell’omino di Altan: «Stavolta mi turo il naso, e voto per me stesso».


il messaggero, 25 maggio 2009
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