Le canzoni che hanno fatto l’italiano

Posted on in Politica e lingue 28 vedi

L’italiano salvato dalle canzonette

L’Accademia della Crusca analizza Modugno, Conte, Consoli, basilari per l’evoluzione della lingua

di PIERO NEGRI

Per il terzo anno, l’Accademia della Crusca, venerabile consesso che dalla fine del 500 veglia sull’evoluzione della lingua italiana, manda in stampa un volume della serie «La lingua italiana nel mondo». Il titolo del 2012 è Italia linguistica: gli ultimi 150 anni. Nuovi soggetti, nuove voci, un nuovo immaginario, è edito da Le Lettere, curato da Elisabetta Benucci e Raffaella Setti e presentato da Nicoletta Maraschio (tutti soci della Crusca). Uscirà la prossima settimana, nel giorno esatto in cui parte il Festival di Sanremo, e cioè martedì 14 febbraio, san Valentino. Felice coincidenza, o sovrapposizione voluta perché il saggio più curioso e inaspettato del volume della Crusca si intitola così, Le canzoni che hanno fatto l’italiano , nel senso della lingua, e si apre con Domenico Modugno in doppiopetto a Sanremo a braccia spalancate, nell’immagine sinonimo di «Volare» e dunque di canzone italiana dell’era moderna.
«La rivoluzione (prima di tutto tematica e interpretativa) rappresentata nel 1958 dal successo (amplificato dalla neonata tv) di Modugno a Sanremo, il tempio della canzone italiana, con Nel blu, dipinto di blu (poi conosciuta in tutto il mondo come «Volare») rappresenta una svolta epocale, uno spartiacque tra canzone “tradizionale” e canzone “moderna”. È pur vero che, al di là della vena inattesa e surreale, nella canzone sono ancora presenti i classici fenomeni della rima baciata, del troncamento, dell’inversione sintattica. Ma è anche vero che, senza Modugno (e, si aggiunga, senza l’esperienza del gruppo torinese di Cantacronache, alla fine del decennio), non sarebbe stato possibile il fenomeno dei “cantautori” (figura che riunisce in sé i ruoli, prima distinti, di musicista, “paroliere” e interprete: voce coniata nel 1960) degli anni 60 e poi 70, che produce, pur nella persistenza di forme della canzone ancien régime, un deciso abbassamento di tono nel lessico, che diventa umile, quotidiano e vicino al parlato (fin dai titoli: La gatta , Sassi , Il barattolo , Il pullover , eccetera). Chi, prima di Modugno, avrebbe potuto esclamare con disincanto, come lo sfortunato Luigi Tenco, innamorato perché “non aveva niente da fare”?».
Ecco l’analisi storico-linguistica di Lorenzo Coveri, professore di Linguistica italiana all’Università di Genova, che in poche righe dagli ultimi Anni 50 arriva ai Settanta, e da Modugno a Guccini, Dalla, De Gregori, Venditti, De André. Attenzione, però: «Data la pluralità delle esperienze, non è naturalmente possibile parlare di una “lingua della canzone d’autore”, anche se si può generalmente alludere a un confronto, più che un incontro, col coevo linguaggio poetico (con analogie, metafore, sinestesie, altre figure retoriche), a sua volta più vicino a forme del quotidiano (ma all’impegno diretto di poeti – si pensi solo alla collaborazione Roversi-Dalla – nel campo della canzone non ha quasi mai corrisposto un significativo successo commerciale)».
Più interessante, ancora, anche perché meno esplorato, è ciò che accade a questo punto, con il superamento del linguaggio dei cantautori classici, precorso dalla coppia Mogol-Battisti, per cui però il professor Coveri non prova entusiasmo: da allora, scrive, «l’italiano della canzone, sia pure in maniera contraddittoria, si volge verso il parlato, in forme più esplicite (ma anche più banalizzanti) rispetto all’esperienza cantautorale (d’altra parte anche molti cantautori di “seconda generazione”partecipano a questa discesa verso il basso, verso il grado zero dell’espressività, cui solo l’aggiunta della musica dà senso)».
Per fortuna arrivano gli Anni 80, con il culmine artistico toccato da Paolo Conte («Accoppiate astratto-concreto, aggettivazione ricercata e sapori esotici, da provinciale di genio»), Franco Battiato («gusto linguistico del pastiche, del citazionismo, del patchwork, secondo moduli che rimandano alla grande poesia europea d’avanguardia»), del De André etnico («Che segna l’inizio di un recupero del dialetto nella canzone con connotati molto simili a quella della poesia cosiddetta “neodialettale”»).
Per i 90, il professore salva con entusiasmo gli Elio e le Storie Tese della Terra dei cachi («Canzone presentata con sberleffo situazionista nientemeno che a Sanremo, rito annuale che è ormai parte (dal 1954) dell’identità italiana ma non sempre conservatore o sordo alle novità come a volte si crede»), per gli Anni Zero Carmen Consoli, «che con i suoi versi di inusitata lunghezza, l’aggettivazione insolita, l’uso massiccio di forme avverbiali, la presenza di parole sdrucciole in fine di verso, rompe definitivamente con la tradizione canzonettistica: mai come nelle sue composizioni la musica appare al servizio del testo, e non viceversa. Un vero, radicale, “smascheramento”».Nulla è più come prima, insomma: tra pochi giorni, davanti alla tv, vedremo se Sanremo vorrà dare ragione al professore.
(DA LASTAMPA.IT,11/02/2012).




2 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

L’importanza della musica nella diffusione dell’italiano<br />
<br />
Non sono solo canzonette E l’Accademia della Crusca le celebra<br />
<br />
di Nicoletta Maraschio<br />
Presidente Accademia Crusca<br />
<br />
I linguisti si sono accorti ormai da molto tempo dell’importanza della canzone, il cui ruolo nel diffondere l’italiano postunitario è stato capillare, incisivo e a largo raggio. Per questo Giovanni Minoli ha dedicato alla canzone due puntate di Koinè (la lingua italiana come non l’hai mai vista), un programma a cura di Alberto Puoti, nato da una collaborazione con l’Accademia della Crusca, che va in onda per Rai 150 su Rai storia e su Rai 2. E molto opportunamente queste due puntate sono state trasmesse in coincidenza con il Festival di Sanremo, un appuntamento inevitabile, dal 1951, dell’Italia canora (in replica anche domenica 19 su Rai Storia alle ore 15, ma presto disponibili anche su www.italia150.rai.it). Si è realizzata così una significativa esperienza di collaborazione tra un’istituzione di ricerca, attenta anche alla divulgazione, e il servizio pubblico della Rai, che continuerà con due altre puntate dedicate alla lingua della politica e della televisione. Puoti ha fatto sapientemente interagire il punto di vista di linguisti, cantanti e parolieri intorno al tema del valore e dell’evoluzione della lingua come componente essenziale della canzone. L’Accademia della Crusca, per altro, ha appena realizzato un libro sugli ultimi 150 anni (Italia linguistica: gli ultimi 150 anni. Nuovi soggetti, nuove voci, un nuovo immaginario, a cura di Elisabetta Benucci e Raffaella Setti, Le Lettere), in cui un capitolo tratta appunto delle “canzoni cche hanno fatto l’italiano” (Lorenzo Coveri). Se le canzoni hanno contribuito in modo notevole al mutamento dell’architettura dell’Italia linguistica novecentesca, la loro azione si è combinata naturalmente con quella di molti altri fattori. Le curatrici del libro ne hanno scelti tre di particolare significato, anche dal punto di vista simbolico; a cominciare dall’entrata sulla scena pubblica delle donne che con fatica hanno conquistato nel corso del Novecento diritti politici e accesso a nuovi spazi civili e professionali (Cecilia Robustelli e Elisabetta Benucci, Le donne e la costruzione della lingua nazionale). E poi c’è l’arrivo dell’automobile che ha modificato la lingua comune (Elisabetta Soletti, L’italiano in automobile). Ma sono stati soprattutto l’italiano trasmesso e il sistema dei media a unire e a “sintonizzare” l’intera nazione (Peppino Ortoleva, La comunicazione di massa e la scoperta dell’Italia). E la canzone ha fatto la sua parte. Lorenzo Coveri ne ha percorso la storia linguistica, disegnando un profilo sintetico e suggestivo e pubblicando, insieme ai suoi allievi, un’interessante antologia di testi (da Addio mia bella addio, 18448 Bosi-anonimo a Goodbye malinconia 2011 Caparezza).Ciascuno di noi può così, attraverso le parole di alcune canzoni memorabili, ripercorrere non solo la storia italiana ma la sua storia personale. Perché la canzone è spettacolarità, nella capacità di suscitare emozioni attraverso combinazioni sempre nuove, di parole e musica, nell’apertura a influssi musicali di altre tradizioni e di altri popoli, nella conservazione di un carattere nazionale, nell’essere specchio del multilinguismo tipico del nostro Paese e nella capacità di proiettarci nel mondo. La grammatica e le parole della canzone italiana nel tempo sono molto cambiate: più vicine al parlato e al linguaggio dei giovani, ma anche in alcuni casi particolarmente auliche e difficili. C’è in generale una grande voglia di sperimentazione musicale e linguistica nella nuova canzone italiana, ed è questo un segno di vitalità degno della più attenta considerazione anche da parte di un’istituzione come l’Accademia della Crusca che da secoli osserva e studia la nostra lingua nei suoi differenti usi.<br />
(Da La Nazione, 19/2/2012).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Via Radio<br />
<br />
La lingua delle canzoni<br />
<br />
di Lorenzo Guadagnucci<br />
<br />
Poteva “La lingua batte” sfuggire al richiamo del Festival di Sanremo? Non poteva. E dunque l’ottimo programma di Radiotre dedicato alla nostra lingua, ha chiamato gli ascoltatori a scegliere il testo linguisticamente migliore fra quelli che hanno fatto la storia del concorso sanremese. Ha vinto “4 marzo 1943”, la celebre canzone scritta da Paola Pallottino e cantata da Lucio Dalla ed Equipe 84 nell’edizione del 1971 (arrivò terza, dietro “Il mio cuore è uno zingaro” del duo Nada- Nicola di Bari e “Che sarà” proposta da Ricchi e poveri e Josè Feliciano). “4 marzo 1943” doveva chiamarsi “Gesù bambino”, ma i censori del festival imposero il cambiamento del titolo e di alcuni versi, giudicati blasfemi o comunque troppo irriverenti. Così “Ancora adesso che bestemmio e bevo vino/ per ladri e puttane sono Gesù bambino” diventò “Ancora adesso che gioco a carte e bevo vino/ Per la gente del porto mi chiamo Gesù bambino” e “Giocava alla Madonna con il bimbo da fasciare” fu trasformata in un banale “Giocava a far la mamma con il bimbo da fasciare”. Fra le tante segnalazioni arrivate al programma, merita una menzione la riscoperta di “Tua”, la canzone di Bruno Pallesi, cantata nel ’59 da Jula De Palma, che fu giudicata scandalosa per eccesso di sensualità. Il testo, se vogliamo, è semplice (“Ho creduto di sognare invece no son proprio tua. /Tua, tra le braccia tue solamente tua, così /Tua, sulla bocca tua finalmente mia, così”), ma in quegli anni risultò rivoluzionario. Come “surrealista” e sconvolgente apparve “Nel blu dipinto di blu”, del duo Migliacci-Modugno, analizzato a fondo da “La lingua batte”. Pare che il colpo di genio maggiore di quel testo fu il passaggio dall’imperfetto proposto da Migliacci all’infinito voluto da Modugno. Se il ritornello fosse stato “Volava”, in effetti, non sarebbe stata la stessa cosa.<br />
(Da La Nazione, 17/2/2013).

You need or account to post comment.