Le Canarie si ribellano alle trivelle in alto mare

Le Canarie si ribellano alle trivelle in alto mare

Via libera alle prospezioni: "Rischio incidenti, così il turismo morirà"

il caso

di TOMASO CLAVARINO

La fotografia sembra uscita da un dépliant turistico patinato: un surfista, con in braccio una tavola, esce da acque turchesi che lambiscono una spiaggia di sabbia fine e chiara. Nulla di strano, visto che l’istantanea è stata scattata sull’isola di Fuerteventura, patria europea del sud. Ma a guardare meglio l’immagine, si nota che la pelle del ragazzo non è abbronzata dal sole, bensì sporca di nero, di petrolio, si capirà poi.
Questa è solo una della immagini, volutamente scioccanti, che gli attivisti di Clean Ocean Project stanno distribuendo da alcune settimane sulle spiagge delle Canarie. Il petrolio è il nuovo incubo dei canarioti, da quando, nel marzo scorso, il governo spagnolo del premier Mariano Rajoy, tramite il ministro dell’Industria José Manuel Soria López, ha dato il via libera alla Repsol, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo, per una serie di prospezioni che dovrebbero portare, nei
piani della multinazionale spagnola, alla scoperta, e al conseguente sfruttamento, del più grande giacimento petrolifero della Spagna.
«Questo è un progetto che mette in serio pericolo l’ecosistema di un’area che, per la sua ricchezza, è stata nominata Riserva della Biosfera – spiega Wim Geirnaer di Clean Ocean Project -. Le prospezioni avverranno con la tecnica dell’air gun attraverso onde sonore che andranno inevitabilmente a disturbare e compromettere la vita di delfini e balene che affollano queste aree protette di mare». Contro la decisione presa dal governo spagnolo non si sono schierate solamente le associazioni ambientaliste (Wwf e GreGreenpeace su tutte), ma anche la quasi totalità della popolazione canariota, che è scesa in piazza in massa come mai si era visto nella storia di questo arcipelago.
Ma non solo. Anche le istituzioni locali si sono espresse contro il progetto di trivellazioni.
Dal Cabildo (una specie di Consiglio politico-amministrativo che esiste solo in queste isole) di Lanzarote a quello di Fuerteventura, passando per il governo regionale della Canarie, il no alle trivellazioni è stato unanime.
«Siamo contrari a questo progetto per due ragioni principali – spiegano dal Cabildo di Fuerteventura -: i rischi ambientali in primis, ma anche per le possibili ricadute sul turismo.
Queste isole vivono quasi esclusivamente di turismo, e un progetto del genere, con l’elevato rischio di incidenti che si porta appresso, potrebbe minare la principale fonte di reddito delle isole. E’ inspiegabile come un ministro nato su queste isole abbia potuto dare l’ok per un progetto di questo genere. Ma forse un motivo c’è: gli interessi della Repsol, grazie alla presenza di ex dirigenti e persone molto influenti all’interno del governo e dei ministeri, sono più importanti del futuro di un arcipelago».
Neanche la promessa della creazione di migliaia di posti di lavoro – «pensiamo che a regime l’impianto possa creare, per lo più nell’indotto, tra i 3mila e i 5mila nuovi posti di lavoro», afferma Kristian Rix, responsabile della comunicazione per la Repsol – sembra poter convincere gli isolani. «Tutti sanno che i posti di lavoro creati richiederanno figure altamente specializzate che qui, a Fuerteventura come a Lanzarote, non esistono. E’ chiaramente un’operazione a favore di un’impresa privata e contro gli interessi di un’intera comunità» continua Wim Geirnaer.
Se, come sperano alla Repsol, il petrolio dovesse essere trovato, nel giro di pochi anni la m multinazionale avrebbe carta bianca per trivellare in un’area grande due volte e mezzo le isole di Fuerteventura e Lanzarote messe insieme.
Le venti piattaforme petrolifere autorizzate, che a regime dovranno estrarre 144 mila barili di greggio al giorno, potranno essere costruite piuttosto vicino alla costa.
E questo per un motivo molto semplice: a sessanta chilometri dalla costa, nel mezzo dell’Atlantico, vi è la linea di confine marittimo che separa le acque spagnole da quelle marocchine (il governo del Marocco ha espresso la sua contrarietà in merito al progetto) e uno sconfinamento potrebbe creare non pochi problemi sia alla Repsol che al governo spagnolo.
Venticinque chilometri dalle spiagge di sabbia nera di Lanzarote, dieci da quelle di Fuerteventura, questa dovrà essere la distanza minima da rispettare per le trivellazioni che raggiungeranno una profondità di millecinquecento metri. Proprio come la profondità raggiunta dalla piattaforma della Deepwater Horizon, che esplose nel 2010 nel Golfo del Messico. E mentre la mobilitazione continua senza pause – una raccolta firme ha raggiunto in poco tempo le 30mila sottoscrizioni, e il
governo delle Canarie si è appellato all’Onu e al Parlamento Europeo per bloccare il progetto -, il governo di Madrid ha annunciato che la Repsol potrà iniziare nel giro di qualche settimana i sondaggi.
Quasi per sfida nei confronti dei canarioti, ha poi da un lato tagliato gli incentivi per la desalinizzazione dell’acqua (l’unica fonte di acqua potabile per gli isolani ) e dall’altro bloccato il progetto di un parco eolico a Gran Canaria. Gli isolani considerano la mossa di Madrid come un avvertimento: o il petrolio o nient’altro.
(Da La Stampa, 22/10/2012).




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.