Le 8 parole italiane che gli inglesi ci invidiano.

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Il caso.

Da «rocambolesco» a «chiacchierone» Le 8 parole italiane che gli inglesi ci invidiano.

La lista L’elenco lo ha stilato Ed M. Wood, un docente e traduttore in Spagna, Regno Unito e Germania, per la rivista «Babbel Magazine».

di Elvira Serra.

Potrebbe essere la rivincita di Dante contro l’invasione delle new entry, del database, del baby parking, dei selfie, dei trendy, waterproof, coffe break o spending review, come se non avessimo già parole sufficientemente belle (e pertinenti) per dire novità, archivio, asilo nido, autoscatto, alla moda, resistente all’acqua, pausa caffè e revisione della spesa. Adesso, invece, salta fuori che si può fare anche il contrario, cioè che certi termini italiani sarebbero perfetti nelle conversazioni inglesi. E non parliamo di «bravo!», che lo sanno anche i bambini. Le parole imperdibili in certi discorsi british , cioè no!, inglesi,? sarebbero «allora», «rocambolesco», «chiacchierone», «sfizio», «struggimento», «dondolare», «mozzafiato» e «dietrologia». L’elenco lo ha stilato Ed M. Wood, già docente e traduttore in Spagna, Inghilterra e Germania, su Babbel Magazine, la rivista della piattaforma che insegna le lingue sui dispositivi elettronici (20 milioni di iscritti in 190 Paesi). «Allora», dunque, non può mancare in un intercalare che si rispetti, possibilmente con qualche «o» di troppo, per aggiungere l’elemento folkloristico. «Rocambolesco» si adatta a ogni avventura, anche se, a onor del vero, lo stesso Wood riconosce i natali francesi dell?aggettivo, cucito su misura del personaggio di Pierre Alexis Ponson du Terrail: Rocambole. «Chiacchierone» ha un omologo inglese tanto carino, che è chatterbox, ma volete mettere il gusto di dirlo in italiano? Lo «sfizio» spiega bene il voler concedersi un di più e lo «struggimento» rende omaggio a quel certo catastrofismo italico. «Dondolare» fa pensare con simpatia a un perdigiorno, mentre «mozzafiato» è l’unica parola (davvero) adeguata di fronte alla Pietà di Michelangelo. Infine c’è «dietrologia», che l’autore del pezzo collega a Marco Pantani. In definitiva gli inglesi, come noi del resto, avrebbero già le loro belle parole per dire le stesse cose che diciamo noi. Resta il dubbio che farlo in italiano, per loro, aggiunga un (pre)giudizio a un significato. What a pity (che peccato).
(Dal Corriere della Sera, 25/1/2016).

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