Le 2.800 parole da salvare

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L’allarme nel nuovo vocabolario Zingarelli 2010

La campagna del nuovo Zingarelli

Termini in estinzione, da abominio a zotico

È pertinente che un mero dizionario, anziché indulgere a un’idea di sé quale melensa ancorché alfabetica accozzaglia di lemmi, nutra invece la brama di una lingua intesa come eloquio ricco, facondo e forbito, che contenga luoghi non solo belli ma almeno talvolta ameni, brioche non solo buone ma talora fragranti, insomma una lingua che sappia distinguere la noia dal tedio più tetro e magari la gioia dal più ineffabile giubilo? La risposta è nel nuovo Zingarelli edizione 2010 (Zingarelli 2010. Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore): che accanto ai 1.200 nuovi ingressi lessicali accordati quest’anno alla (ex) lingua di Dante — con termini che ora spaziano da «vipperia» alla ginnastica «pump»—ha deciso di dedicare una specifica campagna a una selezione di 2.800 «parole da salvare».

Parole in verità non propriamente arcaiche— e men che mai onuste, a proposito— ma che l’uso corrente del parlar comune sta rischiando, secondo i rilievi statistici effettuati, di vedere estinte per mancanza di utilizzo. In questo articolo le segnaliamo solo con un blando corsivo, ma i curatori dello Zingarelli le hanno evidenziate facendole precedere da un minuscolo simbolo di fiori, inteso come il seme delle carte da ramino: così come il seme di quadri appare tuttora, e ormai dall’edizione 2004, accanto alle parole ritenute «appartenenti all’italiano fondamentale ». Naturalmente può esserci come in ogni cosa un margine di opinabilità se è vero — l’esempio è scelto solo per celia, giusto per vedere se la fisima sarà tale da innescare una disputa—se è vero, si diceva, che tra le fondamentali è stata inserita «femminilità» ma non «femminismo».

Ma la questione, a ben guardare, forse è effettivamente più profonda che non un futile ghiribizzo da eruditi. Ci sono cioè stati anni in cui chi si occupava di lingua italiana temeva che a minacciarne la pimpante e atavica ricchezza fosse soprattutto un pericolo, anzi un periglio su tutti: vale a dire la famigerata paventata invasione dei termini stranieri. In effetti la stessa edizione 2004 del medesimo Zingarelli — solo cinque anni fa — lasciava trasparire nella sua introduzione una ben palese prudenza in tal senso: «Lo Zingarelli—vi si leggeva— non rincorre neologismi ed esotismi, né accoglie parole effimere legate all’attualità». E invero ancora oggi, scrive nella presentazione attuale Massimiliano Arcangeli, i neologismi sono pur sempre «selezionati con grande cura perché non si dica un giorno che si trattava di effimerismi».

Eppure il salto rispetto al passato anche recente è notevole: tra l’anglomania bislacca di chi in tv arrivò a traslare la pronuncia di «sine die» in un reboante «sain dai» e l’anglofobia di chi vorrebbe sostituire il drink dell’happy hour con improponibili «bicchieri dell’ora felice», lo Zingarelli 2010 conclude che «pronunciare e accentare bene è molto meglio che tradurre o adattare male». Perciò nel nuovo vocabolario italiano entra ora senza problemi un acronimo come «Nimby», per dire che l’inceneritore fatelo pure ma Not In My Back Yard, non nel mio giardino; entrano la «social card» e il «feng shui», l’antica disciplina cinese dell’equilibrio applicato (anche) all’architettura; e così pure parole nostrane ma rinnovate nel significato come «acchiappo» per seduzione o neologismi pur tremendi come «traduttese» per traduzione troppo letterale o contorta. (La punteggiatura di questo paragrafo non è casuale e intende rispondere a una ulteriore, preoccupata segnalazione dello Zingarelli circa la progressiva scomparsa del punto-e-virgola, evocata anche in Francia dall’esistenza di un Comité de défense du point-virgule).

Il punto è che il pericolo vero per qualsiasi lingua, oggi, più del possibile assassinio per mano straniera è in realtà l’impoverimento per cannibalismo interno. Poche centinaia di parole per dire qualsiasi cosa. Raffaele Simone, in un saggio di qualche anno fa, raccontava di un test secondo cui solo 5 studenti su 300 dichiaravano di conoscere il significato di parole pur straordinarie come beffardo, sardonico, ondivago. E se più o meno tutti, trent’anni fa, avevano un’idea ben precisa di come poteva essere la giornata uggiosa di Mogol-Battisti, oggi forse non è così scontato che il pubblico di Harry Potter sappia perché il suo maestro Albus è anche tanto Silente. Del resto non vale solo per i giovani e, anzi, vale a maggior ragione per le cronache d’attualità. Le quali purtroppo dimostrano una volta di più la mancanza di reciprocità tra quella lingua talora stucchevole quando non speciosa, ormai adusata nelle news, e l’altro lessico, pervicacemente tumido, che almeno sui dizionari insiste a non darsi per vinto. Lo Zingarelli, per dire, la parola «escort» la registra puntualmente: ma vuoi mettere con ancella?

corriere.it[addsig]




1 Commenti

Annarita Digiorgio
Annarita Digiorgio

L’allarme nel nuovo vocabolario Zingarelli 2010<br /><br />
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La campagna del nuovo Zingarelli<br /><br />
Termini in estinzione, da abominio a zotico<br /><br />
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È pertinente che un mero dizionario, anziché indulgere a un’idea di sé quale melensa ancorché alfabetica accozzaglia di lemmi, nutra invece la brama di una lingua intesa come eloquio ricco, facondo e forbito, che contenga luoghi non solo belli ma almeno talvolta ameni, brioche non solo buone ma talora fragranti, insomma una lingua che sappia distinguere la noia dal tedio più tetro e magari la gioia dal più ineffabile giubilo? La risposta è nel nuovo Zingarelli edizione 2010 (Zingarelli 2010. Vocabolario della lingua italiana, Zanichelli editore): che accanto ai 1.200 nuovi ingressi lessicali accordati quest’anno alla (ex) lingua di Dante — con termini che ora spaziano da «vipperia» alla ginnastica «pump»—ha deciso di dedicare una specifica campagna a una selezione di 2.800 «parole da salvare».<br /><br />
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Parole in verità non propriamente arcaiche— e men che mai onuste, a proposito— ma che l’uso corrente del parlar comune sta rischiando, secondo i rilievi statistici effettuati, di vedere estinte per mancanza di utilizzo. In questo articolo le segnaliamo solo con un blando corsivo, ma i curatori dello Zingarelli le hanno evidenziate facendole precedere da un minuscolo simbolo di fiori, inteso come il seme delle carte da ramino: così come il seme di quadri appare tuttora, e ormai dall’edizione 2004, accanto alle parole ritenute «appartenenti all’italiano fondamentale ». Naturalmente può esserci come in ogni cosa un margine di opinabilità se è vero — l’esempio è scelto solo per celia, giusto per vedere se la fisima sarà tale da innescare una disputa—se è vero, si diceva, che tra le fondamentali è stata inserita «femminilità» ma non «femminismo».<br /><br />
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Ma la questione, a ben guardare, forse è effettivamente più profonda che non un futile ghiribizzo da eruditi. Ci sono cioè stati anni in cui chi si occupava di lingua italiana temeva che a minacciarne la pimpante e atavica ricchezza fosse soprattutto un pericolo, anzi un periglio su tutti: vale a dire la famigerata paventata invasione dei termini stranieri. In effetti la stessa edizione 2004 del medesimo Zingarelli — solo cinque anni fa — lasciava trasparire nella sua introduzione una ben palese prudenza in tal senso: «Lo Zingarelli—vi si leggeva— non rincorre neologismi ed esotismi, né accoglie parole effimere legate all’attualità». E invero ancora oggi, scrive nella presentazione attuale Massimiliano Arcangeli, i neologismi sono pur sempre «selezionati con grande cura perché non si dica un giorno che si trattava di effimerismi».<br /><br />
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Eppure il salto rispetto al passato anche recente è notevole: tra l’anglomania bislacca di chi in tv arrivò a traslare la pronuncia di «sine die» in un reboante «sain dai» e l’anglofobia di chi vorrebbe sostituire il drink dell’happy hour con improponibili «bicchieri dell’ora felice», lo Zingarelli 2010 conclude che «pronunciare e accentare bene è molto meglio che tradurre o adattare male». Perciò nel nuovo vocabolario italiano entra ora senza problemi un acronimo come «Nimby», per dire che l’inceneritore fatelo pure ma Not In My Back Yard, non nel mio giardino; entrano la «social card» e il «feng shui», l’antica disciplina cinese dell’equilibrio applicato (anche) all’architettura; e così pure parole nostrane ma rinnovate nel significato come «acchiappo» per seduzione o neologismi pur tremendi come «traduttese» per traduzione troppo letterale o contorta. (La punteggiatura di questo paragrafo non è casuale e intende rispondere a una ulteriore, preoccupata segnalazione dello Zingarelli circa la progressiva scomparsa del punto-e-virgola, evocata anche in Francia dall’esistenza di un Comité de défense du point-virgule).<br /><br />
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Il punto è che il pericolo vero per qualsiasi lingua, oggi, più del possibile assassinio per mano straniera è in realtà l’impoverimento per cannibalismo interno. Poche centinaia di parole per dire qualsiasi cosa. Raffaele Simone, in un saggio di qualche anno fa, raccontava di un test secondo cui solo 5 studenti su 300 dichiaravano di conoscere il significato di parole pur straordinarie come beffardo, sardonico, ondivago. E se più o meno tutti, trent’anni fa, avevano un’idea ben precisa di come poteva essere la giornata uggiosa di Mogol-Battisti, oggi forse non è così scontato che il pubblico di Harry Potter sappia perché il suo maestro Albus è anche tanto Silente. Del resto non vale solo per i giovani e, anzi, vale a maggior ragione per le cronache d’attualità. Le quali purtroppo dimostrano una volta di più la mancanza di reciprocità tra quella lingua talora stucchevole quando non speciosa, ormai adusata nelle news, e l’altro lessico, pervicacemente tumido, che almeno sui dizionari insiste a non darsi per vinto. Lo Zingarelli, per dire, la parola «escort» la registra puntualmente: ma vuoi mettere con ancella?<br /><br />
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