L’avvilimento dei (veri) tifosi.

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L’intimidazione dei teppisti.

L’avvilimento dei (veri) tifosi.

di Davide Ferrario.

Nessuna lingua del mondo esprime il concetto in modo così brutale come l’italiano. In spagnolo è un quasi romantico «aficionado», in tedesco suona «schwaermer» (che etimologicamente ha a che fare con il sogno e il sonnambulismo), in inglese è un neutro «supporter». È pur vero che propone anche «fan» (riduzione di «fanatic»), ma non è specifico del calcio. Solo in Italia uno che tiene a una squadra di pallone si chiama «tifoso». Compulsando il mitico «Dizionario Moderno» di Alfredo Panzini (1935), alla voce «Tifo» si legge: «Fumo, vapore, offuscamento dei sensi. Questo stato di stupidità, di obnubilazione della coscienza corrisponde appunto clinicamente allo stato tifoso. Per analogia tifo è voce di gergo per fanatismo, passione obnubilante per lo sport». Tifoso: un uomo de-umanizzato, accecato nella coscienza, monomaniaco, dunque. È il ritratto preciso fino al dettaglio clinico dei teppisti che hanno pensato bene di mettere una bomba carta (esplosa con forti danni alle cose) davanti alla sede del Gussago Calcio. La colpa di questa società? Aver portato domenica allo stadio di Bergamo la sua squadra di ragazzi in seguito all’invito dell’Atalanta, motivato da un rapporto di collaborazione sul vivaio. Insomma, il reato, secondo i bombaroli, è una specie di alto tradimento: mai un bresciano potrebbe sostenere l’Atalanta. Sull’episodio si potrebbe fare della sociologia: chiedersi qualcosa, per esempio, sulla natura di un popolo (l’italiano) che come nessun altro sa esprimere odio non verso i nemici lontani, ma verso i vicini di casa o gli stessi fratelli («Un popolo di fratricidi», diceva Umberto Saba). Si potrebbe anche discettare sulla consistenza morale di questi (presumo giovani) occidentali che, in mezzo all’emergenza delle vere bombe terroristiche, trovano il tempo di un’imitazione a basso profilo dell’Isis per motivi curiosamente paralleli: una fede che non ammette discussioni. Infine, si potrebbero tirare dei collegamenti sul rapporto tra calcio e territorio, pensando alla vicenda di Locri, dove la locale squadra femminile è finita nel mirino della ‘ndrangheta per la sola colpa di esistere. Sì, si potrebbe fare tutto questo. Ma invece mi prende una forma di rassegnata consapevolezza: i cretini esistono e fanno cose cretine per ragioni ancora più cretine. E mi assale anche una specie di avvilimento: che, tifoso io stesso, finisco per accreditare, come tutti quelli simili a me, lo stato di cose che genera la bomba di Gussago.
(Dal Corriere della Sera, 14/1/2016).

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