Lavoro, sanità, stili di vita: l’Europa delle differenze va al voto.

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ELEZIONI DI MAGGIO PER RINNOVARE IL PARLAMENTO

Lavoro, sanità, stili di vita: l’Europa delle differenze va al voto.

L’incognita degli euroscettici. La sfida della modifica dei trattati.

di Luigi Offeddu.

Si dice Unione Europea, e la definizione non fa una piega. Ma quante Europe o modelli d’Europa esistono, in realtà? E quanti in più ve ne saranno dopo le elezioni del 22-25 maggio per il rinnovo dell’Europarlamento? La Svezia, membro dell’Ue, sperimenta giornate di lavoro limitate a 6 ore, a parità di stipendio. È un Paese dove notoriamente si vive bene, la sanità funziona benissimo, la scuola pure: ma nel 2013, 262.100 suoi cittadini sono emigrati, tanti quanti fuggirono in America verso il 1880, per sfuggire la povertà. Qualcosa non torna. La Norvegia, che della Ue non è membro e troneggia sui suoi oceani di petrolio, porta le seguenti medaglie: secondo Paese del continente per la qualità della vita dopo la Danimarca, minimo consumo di alcol rispetto a tutti i 28 Paesi Ue, minimo di ore lavorative dopo l’Olanda, terzo Paese per l’uguaglianza fra i sessi. Ha legalizzato i matrimoni omosessuali dal 2009, e la sua chiesa nazionale ammette l’ordinazione di preti omosessuali: ma vieta la celebrazione dei matrimoni gay nei suoi templi. Piccola, gigantesca contraddizione.

Le contraddizioni

Nel segno della contraddizione, vive tutto un continente. Accade ovunque, anche nella vita personale di ogni uomo. Quasi 60 anni fa, i fondatori della Ue sognarono di poter andare più oltre: parlavano di «comunità», «piena integrazione». Ci sono riusciti in parte: se i Paesi europei non si sono più combattuti fra loro negli ultimi 70 anni, lo si deve anche e soprattutto all’esistenza della Ue. L’euro, pur tanto calpestato dagli euroscettici alla Marine Le Pen, è un traghetto che ha permesso bene o male di superare le rapide della recessione: i greci lo detestano, per loro è stato una tagliola e una sanguisuga, ma sanno anche bene che senza la moneta unica (e sì, la Bce, la signora Merkel, il Fondo monetario) oggi sarebbero una colonia di Berlino, oppure sarebbero governati da qualche colonnello che parla molto di «patria» e poco di «Pil». Molti altri meriti, a volte rimasti a metà, ha avuto l’Ue: restare in piedi con il suo nome e con i suoi interessi, davanti alla Russia, alla Cina agli Usa; cosa mai avvenuta nei decenni di Hitler, Stalin, Roosevelt, Cecco Beppe, Napoleone, e via indietro scavando nel tempo. Poteva fare molto di più, certo: in certi momenti la sua debolezza – vedi Datagate – è stata imbarazzante. E poteva occuparsi meno –dicono i suoi critici, soprattutto inglesi – della curvatura delle banane, delle inezie burocratiche. Ma chiediamolo ai polacchi, ai lettoni o agli estoni, ora che Vladimir Putin gratta sornione alle loro porte, se la Ue e la Nato contano qualcosa per le loro vite.

I sondaggi

Marine Le Pen

Per le elezioni di maggio – importanti anche perché, per la prima volta, il nuovo Parlamento potrà eleggere il presidente della Commissione Europea – i sondaggi prevedono concordi uno «tsunami» di astensioni, unito a un successo dei populisti alla Le Pen o alla Geert Wilders. Se anche non sarà proprio così, diventeranno comunque un ago della bilancia nei rapporti di potere fra i socialdemocratici e i cristiano-democratici dell’Europarlamento, cioè saranno piantati nel cuore di ogni possibile coalizione. Loro, i populisti, proporranno di risolvere la contraddizione insita alla Ue abolendone il nocciolo e la cornice: via l’euro, e magari via la Ue. Bisognerà però convincere prima 18 capi di governo, e altrettanti Parlamenti, probabilmente con i relativi elettorati: non sarà facile.

Cambiare i Trattati

Come non sarà facile un altro proposito che diversi leader ormai si scambiano ogni pochi giorni, nei loro incontri internazionali: cambiare i Trattati europei, «possiamo cambiarli». Se lo sono detti più volte Cameron, Hollande, Renzi, e altri: veri ottimisti, perché gli analisti dei palazzi Ue hanno sempre detto che un proposito del genere avrebbe bisogno di 5-10 anni per concretarsi, dato l’ovvio requisito dell’unanimità fra tutti gli Stati, la necessità di negoziare a lungo, e poi di strappare le ratifiche ai rispettivi Parlamenti. Ma certo, un progetto o un sogno in più non farà male. Anche perché l’aria si schiarisce, ricompare qua e là il brivido della (moderata, come sottolinea Mario Draghi) ripresa economica, il famigerato tunnel è forse alle spalle. Ma come insegnava Eduardo De Filippo, nella vita «gli esami non finiscono mai». E così anche per l’Europa: all’orizzonte vi sono già i referendum per l’indipendenza della Catalogna, della Scozia, forse del Veneto. Percorsi a ostacoli: altri negoziati, obbligo dell’unanimità fra i governi, incertezze e sorprese di tutti i generi. La noia non è una pietanza prevista, fra i 28 coperti della tavola chiamata Ue.
loffeddu@rcs.it
(Da corriere.it,economia/speciali/2014/europa, 14/4/2014).

 



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