L’autentico inventore delle 3 I: la Rai trasmetta film in inglese

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LA LETTERA

Ecco perché la Rai dovrebbe trasmettere i film in inglese

di Giulio Tremonti

Caro direttore, tanti oggi si adoperano per rendere «più competitiva» l’Italia. Ci sono tanti modi per farlo, anche modi non direttamente «economici». Eccone uno. Nella globalizzazione, i popoli di lingua inglese hanno un vantaggio competitivo di partenza: parlano l’inglese, la lingua della globalizzazione. Gli altri popoli hanno per contro un handicap: l’inglese lo devono imparare. Molti popoli – a nord, ad est, nel centro Europa – hanno peraltro una naturale, davvero grande capacità nell’ apprendere le lingue straniere e, tra queste, l’ inglese. In ogni caso, oltre a questa, ogni giorno hanno accesso a media, soprattutto a televisioni che sistematicamente trasmettono film e programmi direttamente in lingua inglese. Per gli italiani, che pure hanno molti altri caratteri positivi, non è così: l’inglese da noi non è diffuso e le statistiche lo dimostrano. Eppure anche per l’ Italia la diffusione su vasta scala dell’ inglese è strategica, essenziale per la nostra «competitività». Quella delle «3 I» (impresa, informatica, inglese) è una idea che ho esposto in due vecchi libri: nel 1997 e prima ancora nel 1995. Una idea che ha poi avuto un successo più comunicativo (elettorale) che operativo (governativo). Non è questa la sede per verificare cosa allora è successo o più propriamente cosa allora non è successo, quali meccaniche politiche di disinteresse/interesse si sono allora attivate. Ciò che vorrei qui rilevare è che l’idea di utilizzare il servizio pubblico televisivo per la diffusione dell’ inglese è ancora valida. Infatti, se gli Italiani sanno poco l’ inglese, vedono molto la televisione. Ed è proprio questa particolare relativa asimmetria che può essere trasformata in una opportunità. Nell’ Ottocento, nel Novecento i vecchi Stati-nazione investivano enormi risorse finanziarie nella pubblica formazione: tanto nella scuola pubblica, quanto nelle leve militari («… masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. E vengono poste, come soldati semplici dell’ industria, sotto la sorveglianza di una completa gerarchia di sottoufficiali e ufficiali». Se di questi tempi questa citazione non fosse ritenuta sconveniente dai benpensanti o addirittura proibita, tenderei ad attribuirla a K. Marx). Oggi un equivalente strategico investimento pubblico in formazione, operato usando la televisione, può avere un costo minimo, ma per contro un forte ritorno competitivo, a nostro vantaggio. La funzione della televisione (pubblica) è normalmente sintetizzata in tre parole: «information, entertainment, education». Se ci si fa caso, ma non è un caso, sono tre parole inglesi! Prova ulteriore del fatto che la lingua inglese è centrale. È vero che nella tecnica della comunicazione è oggi in atto una rivoluzione. Internet, avanguardia dei nuovi media, tende a cannibalizzare la televisione, sia questa commerciale, digitale o satellitare. È vero che le nuove piattaforme frammentano il «tempo sociale» e disperdono quelle che una volta erano le «grandi platee». È infine certo che si sta formando un universo nuovo e frastagliato, fatto da multicanalità, interconnessioni, giochi collettivi e collisioni, disconnessioni, iperconvergenze. Ed è così che sta prendendo forma un nuovo territorio mediatico popolato dalle più varie e nuove e mutanti e affascinanti «diavolerie». Tutto questo è vero, tuttavia resta ancora forte ed essenziale il ruolo della televisione come servizio pubblico. Un ruolo, quello di servizio pubblico, che in Italia è particolarmente forte. Forte nella nostra realtà sociale, forte nel nostro ordinamento costituzionale e, fuori dall’ Italia, forte anche nell’ ordinamento europeo. Un ruolo che è essenziale per fornire tipi di programma che le altre televisioni, gli altri media, non hanno né la vocazione né l’interesse a fornire. In questa logica, come già in altri Paesi europei ed extra europei, con un costo inferiore a quello del doppiaggio, e senza neppure subire perdite sulla pubblicità, la RAI, non solo su canali dedicati, potrebbe e/o dovrebbe ogni settimana trasmettere in prima serata, ad esempio sulla Seconda Rete (RAI 2), uno o più film in lingua originale inglese sottotitolati in «italiano». Ciò potrebbe forse avvantaggiare le televisioni commerciali? C’ è forse da attendersi, nella forma di questo rilievo-sospetto, un pavloviano riflesso della «politica» degli anni passati. Si spera di no. Si prova infatti un decrescente interesse per questo tipo di polemiche. E comunque non importa. L’ importante è che ne traggano un maggior vantaggio i nostri giovani, le nostre famiglie, soprattutto quelle meno ricche. Perché l’inglese i figli dei ricchi lo imparano con i mezzi di famiglia. E gli altri? Serve una norma di legge che modifichi in questo senso il cosidetto «Contratto nazionale di servizio»? Il testo è pronto. C’ è qualcuno che è disposto a presentarla e firmarla in Parlamento od a sostenerla come proposta popolare nel Paese?
(Dal Corriere della Sera, 25/2/2012).




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