Laurea in inglese, si o no? Risponde l’università di Parma

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Do you speak english? No? Peccato, per te niente laurea.

L’ipotesi, che non è fantascienza, prende piede a partire dalla svolta del Politecnico di Milano, di cui ci eravamo occupati tempo fa: dal 2014, i corsi di laurea magistrale saranno interamente in inglese.

Sull’onda della nuova proposta formativa milanese, Lisa Oppici ha firmato per la Gazzetta di Parma un servizio che comprende una serie di interviste ad alcuni importanti esponenti del campus emiliano.

Il primo ad essere interpellato è stato Guglielmo Wolleb: non certo a caso, dato che il professore presiede a Parma il corso di International business, l’unico in lingua inglese attivo nell’ateneo.

“Il mio è un giudizio molto positivo – spiega – , innanzitutto perché questi corsi in inglese svolgono una duplice funzione: da un lato l’attrazione degli studenti stranieri, cosa che contribuisce alla creazione di un clima internazionale e interculturale; dall’altro il fatto che “si costringono” i nostri studenti a una piena immersione nella lingua inglese, assolutamente necessaria oggi per muoversi in un ambiente globale ma anche in un mercato del lavoro globale. Oggi non sapere l’inglese, e anche non sapere più lingue, è un handicap.”

Ed il possibile e tanto temuto accantonamento della lingua italiana? Nessun problema secondo Wolleb, che nel merito ha le idee piuttosto chiare.

Il problema neppure si pone, specie perchè il concetto di “monolingua” è da considerarsi antiquato: “A me sembra che ci sia un grave errore concettuale nel contrapporre la difesa della lingua italiana alla diffusione di corsi in inglese. E questo errore nasce da una premessa sbagliata, e cioè che noi in natura siamo monolingua: non è così. La possibilità di apprendere altre lingue contemporaneamente è fondamentale, e questo non significa che la lingua italiana venga declassata.”

Il professor Giorgio Picchi seguirà la scia del collega a partire dal prossimo anno accademico: si occuperà del corso di Communication engineering, anch’esso in inglese. E il suo parere sulla rivoluzione del politecnico milanese non può che essere in linea con quello di Wolleb.

“Ormai siamo in un mondo globale – spiega Picchi – , e soprattutto nelle discipline più legate al mercato la lingua veicolare è l’inglese, non possiamo ignorarlo. I corsi in inglese ci sono in tanti paesi.”

Certo, convertire qualsiasi corso magistrale attivo in un ateneo può essere un azzardo. Ma Picchi la ritiene tutto sommato una scelta che, nel contesto giusto, potrebbe pagare: “si può forse obiettare sulla sua radicalità, ma bisogna comunque tener presente che in un politecnico l’inglese è fondamentale. Capisco che la notizia abbia toccato il nervo di chi difende la cultura e la lingua italiana, ma credo che le due cose non contrastino l’una con l’altra. È necessario allargare l’offerta in inglese, ma questo non contrasta con la consapevolezza che la lingua italiana sia importante e vada difesa.”

Tutti d’accordo, quindi? Tutti incondizionatamente a favore di questo salto in avanti senza precedenti? Col cacchio.

A frenare un attimino ci pensa già Guido Cristini: pur dichiarandosi favorevole all’internazionalizzazione, il prorettore vicario sottolinea che ogni ateneo è diverso dagli altri, soprattutto nelle proprie priorità: “Una cosa è un politecnico, che ha pochi corsi di laurea e ambiti scientifici e disciplinari molto ristretti e molto vocati alla lingua inglese, un’altra un ateneo come il nostro, molto complesso e con un’offerta diversificata. Noi abbiamo aree disciplinari, penso ad esempio alle umanistiche, che per loro natura sono molto vocate alla lingua del nostro Paese, e quasi la metà della nostra utenza è comunque di area umanistica.”

In effetti, è anche facile comprendere le eventuali rimostranze di chi si ritrova a gestire discipline appartenenti a corsi di laurea umanistici, che inevitabilmente risulterebbero i più penalizzati.

Appena due settimane fa, manco a farlo apposta, intervistavamo per TGCampus Gabriele Frasca, neo-presidente del premio Napoli: il professore si era a lungo soffermato sull’inesorabile declino della lingua italiana, il cui recupero sarebbe a suo giudizio essenziale al fine di una riscoperta delle radici culturali di tutta Europa, a scapito di quella che definisce una “tensione selvaggia” verso l’inglese.

Luigi Allegri, direttore del Dipartimento di Beni culturali e dello spettacolo presso l’Unipr, avverte: “Un conto sono le facoltà scientifiche, dove comunque la lingua franca è l’inglese e dove un’iniziativa del genere può anche avere un senso, salvo poi rendersi conto che tutto ciò si fa per l’internazionalizzazione ma oltre il 90% dei nostri studenti restano sempre italiani. Altro conto sono le materie umanistiche: insegnare italiano in inglese credo sia un non senso, o anche storia dell’arte. Le lingue storiche, della cultura, hanno una tradizione e uno spessore che vanno salvaguardati e difesi. Se io mi mettessi a parlare di arte o di teatro in inglese perderei di spessore e di riferimenti: la lingua diventerebbe un puro trasmissore.”

Ma le obiezioni non si esauriscono qui: dalla Facoltà di Medicina ecco levarsi la voce del preside Loris Borghi, che non usa mezze misure: “Posso solo dire che per la nostra realtà ho grandi perplessità su iniziative di questo genere, in primis proprio per le caratteristiche di Medicina. Noi ci siamo anche posti il problema, ne stiamo parlando, ma tutto un corso in inglese non lo ritengo all’ordine del giorno. In senso generale comunque io credo che noi dobbiamo usare la lingua nostra.”

Ci va giù pesante Annamaria Cavalli, docente di letteratura italiana e presidente del corso di laurea in Giornalismo e cultura editoriale: secondo la sua opinione, una scelta di questo tipo avrebbe implicazioni inquietanti, dal momento che l’unica giustificazione per i corsi in inglese “potrebbe essere quella di chi, lasciata ogni speranza che i nostri studenti possano trovare un lavoro in Italia, li vuole preparare da subito a una sicura “emigrazione”. Una teoria rinunciataria a priori, dunque.”

“Già l’italiano, per molti dei nostri studenti, è una lingua seconda – osserva – , di cui s’imparano con difficoltà o si trascurano del tutto le regole di base. Quando si abdicherà in modo così plateale e improvvido, a farne una lingua dell’istruzione e della divulgazione culturale (per quanto, per ora, prevalentemente sul versante scientifico), gli si intonerà un definitivo e pericoloso “de profundis”.”

Rivoluzione un corno, dunque. A dispetto delle tanto decantate necessità di espandere i confini, c’è chi in questa svolta ci vede ben poco, di epocale.

Del resto se da un lato, in un mondo sempre più globalizzato, è quasi inevitabile spalancare le porte ad orizzonti multiculturali di questo tipo, è altrettanto scontato l’obbligo di una riflessione comune che tenga presenti vantaggi e svantaggi.

Ocio, come direbbe qualcuno. O, se preferite, keep calm.

Francesco Ienco

http://www.controcampus.it/2012/05/laur … -di-parma/




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