L’Aruacania, singolare comunità di immigrati italiani alla fine del mondo.

Posted on 28 dicembre 2017 in Politica e lingue 27 vedi

Tra cappelletti e prosciutti, nel paese del profondo Cile che parla e cucina italiano.

A Capitan Pastene la comunità di immigrati da Modena un secolo fa.

Cos’hanno in comune Dante e un eroe della resistenza indigena? I nomi del Sommo Poeta e Caupolicán si incrociano nelle strade di Capitan Pastene: forniscono le coordinate storiche e spaziali di questa singolare comunità di immigrati italiani alla fine del mondo: l’Aruacania, regione meridionale del Cile. Case modeste, un’ampia piazza, odore di legna arsa nell’aria. Un’atmosfera sonnacchiosa e agreste tipica dei piccoli paesi del Sud cileno. Ma qui, 2.600 anime ai piedi della cordigliera di Nahuelbuta, la gente di cognome fa Viani, Castagnoli e Arrighi. E a tavola si mangiano tigelle, cappelletti e prosciutto crudo.

«La necessità fa diventare creativi», sorride Angelo Iubini, 50 anni, da dietro il bancone di un antico magazzino convertito in locanda. La cadenza della parlata, suoni cileni ed emiliani fusi in armonia, marca il ritmo del racconto di come «los nonnos» edificarono una piccola comunità. «Per prima cosa hanno dovuto disboscare. Con il legname hanno costruito le case. Poi hanno bonificato per poter coltivare la terra».

Le prime famiglie
I suoi avi sono parte del gruppo di circa ottanta famiglie che nel 1904 intrapresero una lunga traversata dell’Appennino modenese. Destinazione finale: Talcahuano, sponda americana del Pacifico, a 12 mila chilometri di distanza. Ma la loro America non era quella sognata e nemmeno quella reale di milioni di connazionali sparsi tra New York e Buenos Aires. Si ritrovarono a vivere in un capannone in mal arnese circondato da una fitta vegetazione, con l’inverno australe alle porte.

Il responsabile di questa folle avventura è Giorgio Ricci, fondatore della società colonizzatrice Nuova Italia, contrabbandiere in giacca e cravatta, uno scafista ante litteram. Forte di un accordo con le autorità cilene, si diresse nelle terre d’origine a vendere sogni ai contadini più poveri. Fece firmare loro un contratto che garantiva la consegna di cento ettari per famiglia. Giunti a destinazione, l’amara sorpresa: delle promesse che avevano infiammato l’immaginazione dei coloni non c’era traccia.

La calamita della cucina
Il bene più prezioso lasciato in eredità dalla creatività dei nonni è esposto a più file dietro al bancone di Angelo. Prosciutti, coppe e salami. Sapere contadino rivalutato dal mercato globale del cibo. I salumi di Pastene, insieme alla pasta ripiena, hanno regalato al paese la ribalta nella mappa del turismo nazionale dopo un periodo di crisi. Patricio Fulgeri, 38 anni, del ristorante L’Emiliano, ne parla come di un’epifania: «Nel 2004, per i festeggiamenti del centenario della fondazione, ci siamo resi conto che la gente era interessata alla nostra cucina. Prima non c’erano ristoranti». Adesso ce ne sono almeno tre, ognuno con il suo stile. Se la famiglia di Patricio punta sull’autenticità, le sorelle Covilli preferiscono il «fusion»: ravioli con maiale e ciliegie, tortelli con mandorle e cioccolato.

Il segreto del prosciutto di Pastene non si deve solo alla sapienza appenninica. Il suo sapore speziato e lievemente affumicato tradisce l’apporto dei mapuche, abitanti originari di queste terre. «Affumicare la carne è una tecnica indigena, abbiamo imparato da loro», riconosce Patricio. «Il merken, il peperoncino mapuche, lo mettevamo sulle carni per scacciare le mosche. Era una forma di conservazione», gli fa eco Angelo, produttore di prosciutti. In cambio, nelle comunità indigene circostanti ancora oggi si affettano coppe e si preparano tagliatelle. La cucina ha favorito un dialogo interculturale che poteva non sbocciare. Capitan Pastene è un’isola italiana in una regione dove la presenza di cognomi tedeschi, inglesi, francesi, svizzeri e slavi ricorda come la consegna di terre a coloni europei fosse una strategia di annichilimento delle popolazioni indigene.

I «coloni»
Il paese nasce dunque con un peccato originale che ogni 10 marzo, anniversario di fondazione, cerca di espiare con abluzioni di cappelletti in pentoloni di brodo bollente. Di fronte alla chiesa di San Filippo Neri si celebra l’unione delle tre culture – italiana, cilena e mapuche – e ovviamente si evoca l’odissea migratoria e la patria lontana. Ma cos’è l’Italia per la gente di Pastene? Per Angelo ha la forma di «antichi borghi e sagre paesane, partite degli azzurri e canzoni di Vasco Rossi». Ha il volto familiare di suo cugino a Zocca (gemellata con Pastene), «che produce prosciutti come me e si lamenta delle tasse». Per suo nonno l’Italia aveva la forza d’attrazione della gioventù perduta: «Pur di tornare si arruolò nel 1914 per la guerra». Ma arrivò troppo tardi all’appuntamento con la nave che doveva riportarlo in Italia. Ma è del padre di Angelo la condizione più infelice. Ha vissuto tutta la vita con la nostalgia di qualcosa che mai ha conosciuto e ora, da anziano, non ha più la forza di conoscere. «Avevamo preso il biglietto anche per lui, ma all’ultimo momento ha iniziato a diventare nervoso. Non se l’è sentita, si sarebbe emozionato troppo», spiega Angelo. Poi, con gli occhi lucidi, aggiunge: «A volte penso che siamo noi migranti quelli che più amiamo l’Italia».

Andrea Freddi | La Stampa | 28. 12. 2017




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