L’antilingua dei burocrati

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“Supporto consulenziale” e altre perle dei burontosauri

Burocrati ottocenteschi resistono a Calvino, Marchesi, computer e sms

di Gian Antonio Stella

Chi è il “dr. Federico Lasco”? Porta i mustacchi a manubrio irrigiditi col sego? Va a letto con i capelli avvolti nella retina? Si è già avventurato sulla macchina per scrivere, industrioso apparecchio brevettato nel 1855 dall’avvocato novarese Giuseppe Ravizza col nome di “cembalo scrivano” o intinge ancora il pennino nel calamaio per scrivere le sue preziose riflessioni? Ha già scoperto lo spericolato velocipede a due ruote a propulsione umana (i più trendy lo chiamano bicicletta) o va ancora in ufficio segnando il passo con il bastone da passeggio? La curiosità non ci fa dormire: chi è questo figlio della burocrazia ottocentesca che in qualità di “Coordinatore dell’A.G.C. 12”, nel Terzo Millennio ormai inoltrato, firma il bando pubblicato a pagamento lunedì sul nostro “Corriere”? La Regione Campania, con sede in Napoli via Porzio – Centro Direzionale Isola A 16, indice gara europea a procedura aperta ai sensi del D.Lgs 16312006 e s.m.i per l’affidamento di servizi di “Supporto consulenziale e assistenza tecnica specialistica per l’attuazione del Piano d’Azione per lo Sviluppo Economico Regionale”…”.

Una leccornia: “Supporto consulenziale”! Come gli sarà venuto in mente? Italo Calvino, che dedicò energie preziose a creare le più strampalate idiozie burocratiche di quella che chiamava “l’Antilingua”, non s’avvicinò neppure a queste vette. I burocrati, diceva, fuggono come la peste “ogni vocabolo che abbia di per se stesso un significato”. Ricordate uno dei suoi esempi? Il cittadino dichiarava. “Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa. E il brigadiere verbalizzava: “Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico…”. Lui e il geniale Marcello Marchesi, che sentenziava “est modulus in rebus!”, ne facevano una parodia. Ma gli altri, i trinariciuti burontosauri del timbro, fanno sul serio. Indifferenti alle raccomandazioni dei ministri, da Sabino Cassese a Franco Frattini a Franco Bassanini, che via via hanno tentato di costringerli a parlare come parlano gli esemplari normali della razza umana.

Impermeabili alla semplificazione imposta dai computer e dagli sms. Incapaci di arrossire d’imbarazzo per le irrisioni di corsivisti quali Sebastiano Messina, che denunciava l’esistenza di un’organizzazione segreta: U.C.A.S. Cioè Ufficio Complicazioni Affari Semplici. Abbiamo sperato per anni di seppellire le “reversali da attergare a disdetta del provvedimento esecutivo del rilascio”, l’“oblazione a carico del nubendo audioleso”, le “somme da ripetere o da scomputare nella fattispecie dell’impossidenza del diritto irrefragabile”. Ci eravamo illusi che un giorno qualche funzionario, definendo un letto “effetto lettereccio” o scrivendo testi di legge come il decreto 323 (“All’art. 15 del decreto-legge 23 febbraio 1995, n. 41, convertito con modificazioni dalla legge 22 marzo 1995, numero 85, dopo il comma I è aggiunto è aggiunto il seguente: 1-bis: per le unità immobiliari urbane oggetto di denuncia in catasto con modalità conformi a quelle previste dal regolamento di attuazione dell’art. 2, commi 1-quinquies ed 1-septies, del decreto legge 23 febbraio 1993…”) venisse colto da un dubbio pauroso: “Ma che minchia sto attenzionando?”. Macché. Niente da fare. Battaglia persa. Basti pensare che per dire quanto valeva e quanto era grande il francobollo “Le istituzioni” hanno usato 925 parole: sette volte quelle bastate a Luca per spiegare la parabola del buon samaritano. Senza che ci venisse lasciata neppure la soddisfazione concessa agli americani che contro le loro stupidità burocratiche hanno almeno un sito internet: la Gogna del legislatore scemo.

(Dal Corriere della Sera, 12/9/2007).

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