L’anglo-napoletano di Pino Daniele

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I TESTI IL CROSSOVER LESSICALE NATO CON L’INGRESSO DELLE TRUPPE USA NELLA CITTÀ

L’idea dell’anglo-napoletano per cantare la malinconia

di Pasquale Elia

Una città meticcia, crocevia delle etnie più disparate, con l’innata capacità di assorbire culture diverse e di restituirle poi con dei tratti che, pur tradendo le origini, finiscono per essere esclusivi. Napoli e l’America, due realtà tanto distanti da risultare impossibile ogni tipo di contaminazione. E invece, verso la fine della seconda guerra mondiale, la convivenza forzata tra i due popoli fece nascere una sorta di crossover (per la verità a senso unico) linguistico che gettò le basi per quella che diventerà in seguito una peculiarità del canzoniere di Pino Daniele. Prima di lui, qua e là spuntarono prototipi di mix lessicali. Ad esempio, nel 1944, in «Tammurriata nera»: «American express / damme ‘ o dollaro ca vaco e pressa / ca sinò vene ‘ a pulis / mett’ ‘ e mmane arò vo’ essa» («…dammi il dollaro che vado di fretta / qua sennò viene la polizia / mette le mani dove vuole essa»). Dopo poco più di un decennio arrivò l’ironica «Tu vuo’ fa’ l’americano» di Renato Carosone: «mericano, mericano… / ma si’ nato in Italy! / sient’ a mme nun ce sta niente ‘ a fa’ / ok, napulitan!». Ma una vera e propria canzone anglo-napoletana non aveva preso forma. Si «napoletanizzavano» i vocaboli americani, ma il gusto di far viaggiare parallelamente le due lingue ancora non si era fatto strada. Nel ’77 Pino Daniele pubblica «Terra mia» e il brano «Napule è» si trasforma in poco tempo in un manifesto personale e dell’intera città. L’inglese nei suoi testi non aveva fatto ancora capolino, però dalle pieghe di un originale sound mediterraneo incominciava già a venir su l’odore penetrante di quel blues che sarà una delle cifre più caratteristiche di tutta la produzione successiva. Il primo esempio di commistione tra dialetto napoletano e inglese salta fuori da «Pino Daniele», il secondo album pubblicato dal Mascalzone latino. Il brano si intitola «Ue man!» ed è la vicenda di un povero disgraziato che cerca di scucire un po’ di soldi ad un marinaio americano spingendolo ad entrare in un night: «Ca tutt’ quante amma campa’ / nu poche ‘ e dollars to me / e me ne faje ì’ » («Qua tutti quanti dobbiamo vivere / un po’ di dollari per me / e me ne fai andare»). Facile intuire a cosa si sia ispirato Daniele per scrivere questa trama: la presenza degli americani a Napoli con l’inizio della guerra di liberazione. Finito il conflitto mondiale, gli Stati Uniti hanno prolungato la permanenza in città stabilendo la residenza alla base Nato di Bagnoli. Nasce così tra napoletani e statunitensi una storia di influenze e resistenze: la voglia di lasciarsi attraversare dalle mode del nuovo mondo e allo stesso tempo rivendicare il diritto di restare fieramente meridionali. Ed ecco perché molto probabilmente l’orecchio di Pino Daniele diventa sensibile proprio al blues, una musica che esprime soprattutto malinconia, ma con dentro tracce di una «illogica allegria» (come il titolo di una indimenticabile canzone di Giorgio Gaber). Perché per quanto sia diventato un abusato stereotipo buono da spendersi in ogni occasione, la Napoli dove disperazione e euforia vanno a braccetto non è che sia proprio del tutto inventata. E allora «A me me piace ‘ o blues» assomiglia tanto allo sfogo di un’intera città «…pecché so’ stato zitto e mo è ‘ o mumento ‘ e me sfugà’ » («…perché sono stato zitto e adesso è il momento di sfogarmi»). Però una canzone non è che un balsamo provvisorio e a Pino Daniele, con il suo anglo-napoletano, non resta altro che confessare: «I got the blues accussì».
(Dal Corriere della Sera, 17/6/2011).




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