L’anacronistica Crusca‏

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LA POLEMICA
Per lo scrittore Aldo Busi: l'Accademia si può eliminare.
di Bruno Giurato

Secondo Aldo Busi è «troppo tardi» per mantenere in vita l'Accademia della Crusca. Per lo scrittore di Montichiari (Brescia) il demerito storico dell'istituzione fondata nel 1583, è quello di aver perso di vista «il pulsare della lingua». La lingua viva in grado di fornire valore d'uso ai parlanti e motivo di studio a linguisti, filologi, glottologi, dialettologi secondo Busi «è involontaria. I condificatori, di qualsiasi sorta, arrivano sempre dopo».
LA CRUSCA «ENTE INUTILE» SECONDO IL GOVERNO. Il motivo che porta a chiamare Aldo Busi (ha risposto da Madrid, dove era arrivato per seguire un corso avanzato di spagnolo, di cui lo affascina il sistema verbale e in particolare l'uso del congiuntivo) è il temuto taglio in finanziaria che farebbe chiudere l'Accademia della Crusca. Secondo il legislatore la Crusca rientrerebbe nel cosiddetti «enti inutili», quelli con meno di 70 addetti. La storica istituzione fiorentina ne ha sei, oltre a una ventina di collaboratori co.co.pro.
QUATTRO SECOLI DI MONOPOLIO. Per quattro secoli e cinque edizioni del celebre vocabolario (dal 1613 al 1923), la Crusca è stata il punto di riferimento per gli studiosi. Un 'monopolio' linguistico (e in senso ampio politico) che ha dato origine a polemiche altrettanto secolari: accusati di purismo, trecentismo, fiorentinismo, criticati per aver essersi arrogati il diritto di decidere sui fatti di lingua, i 'cruscanti' sono stati, nel bene e nel male, al centro della storia culturale italiana. Lo sono stati meno da quando, nel '23 appunto, il ministro dell'Istruzione Giovanni Gentile decise di sopprimerne l'attività lessicografica. Ma, anche senza vocabolario, sono rimasti un'istituzione cardine per la lingua italiana. Che però, secondo Busi, è ancorata a certi guai “genetici”.
Domanda. Come sta la lingua italiana?
R. L'Italiano ormai è televisivo ovunque. Rozzo, frettoloso, legato al mondo internettiano. Anche se scrivo un sms io sto attento alle parole che uso, non mi faccio condizionare dal mezzo. L'unificazione d'Italia è stata fatta dalla televisione, al ribasso.
D. In un contesto del genere ha senso mantenere una struttura come l'Accademia della Crusca?
R. Ormai è troppo tardi per mantenerla, se non per perpetuarne i difetti storici
D. Quali sono i difetti di chi descrive e codifica la lingua italiana?
R. I libri sulla lingua vengono fatti da borghesi di città, che non hanno nessun contatto con la lingua vera.
D. E questo vale anche per l'accademia della Crusca?
R. Certamente. Il fatto che i nostri lingusti non abbiano mai fatto un giro “antropologico”, non abbiano mai conosciuto la lingua di altri strati sociali, e di chi si trovava in campagna, è stato un danno. A me, e a tutti quanti, ha portato via un bene nazionale importante.
D. In che senso?
R. La ricchezza e la precisione della terminologia contadina, per esempio. Lo sa che la Crusca non si è ancora resa conto che le deiezioni hanno una terminologia tutta di origine animale?
D. Ci vuole esattezza anche per nominare la cacca…
R. Qualche anno fa mi sono trovato a far inserire nello Zingarelli la parola «schitta»: cioè le deiezioni dei piccioni.
È una parola di origine contadina. E anche le altre altre feci bisogna nominarle nel modo giusto: quella di vacca è la «bovassa», che è diversa da uno «stronzo».
D. Insomma, i sinonimi sono un'astrazione da studiosi o non esistono?
R. Non esistono. I nostri traduttori spesso quando incontrano due volte lo stesso vocabolo, la seconda volta lo rendono con un sinonimo: ma casa non è stamberga, che non è catapecchia. Non conoscono la lingua italiana.
D. Quindi lei sostiene che gli studiosi di lingua ignorano questa ricchezza perché ignorano la cultura popolare e contadina.
R. È così. Gli studiosi di lingua, i canonizzatori, hanno fatto dell'Italiano una lingua antidemocratica e contro il popolo.
D. Niente di meno…
R. Certamente: se devo ambientare un racconto o una scena nell'Italia del Nord degli anni Cinquanta devo usare la «monaca», il braciere che si metteva sotto le coperte. C'è tutto un mondo di parole che gli studiosi non conoscono, e sa perché?
D. No, perché?
R. Perché pensano che le parole derivino non dalla vita, ma da altre parole. Sto leggendo dei quaderni di Mario Vargas Llosa, c'è scritto che i latini per definire l'orgasmo dicevano «andare» invece di «venire». O che il verbo «eiaculare» ha qualcosa di belligerante.
D. Sembra interessante…
R. Ecco, a me non interessa. Se non sento il sapore del sangue e del popolo sono discorsi che non mi interessano.

Domenica, 21 Agosto 2011

Lettera43




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